Sarah Vaughan

 Come ho già detto, mi sono appassionato al jazz in giovane età grazie a mio padre, cultore di “cool jazz” e soprattutto di George Gershwin. Ma anche di Chet Baker, Stan Getz, Dave Brubeck e soprattutto di tante voci femminili.

Bessie Smith, Ella Fitzgerald, Billie Holiday, Mahalia Jackson, e, un gradino sopra le altre (per me), Sarah Vaughan.

E pensare che il più grande fenomeno del vocalismo jazz e pop arrivò al canto professionale quasi per gioco. Sebbene fin da piccola avesse cantato e suonato in una Chiesa Battista, il suo debutto avvenne per caso.

Era l’autunno del 1942. Durante una delle solite serate dedicate ai dilettanti che l’Apollo di Harlem da anni andava organizzando (nel 1932 vi aveva debuttato, vincendo, Ella Fitzgerald), impacciatissima, la diciottenne Sarah Lois Vaughan si esibì in “Body and Soul”, una ballad estremamente difficile.

In platea, cosa che certamente non aiutava sotto il profilo psicologico, sedeva Billy Eckstine, da un anno diventato una star del firmamento jazzistico afroamericano, grazie ad alcuni grandi successi discografici con la band di Earl Fatha Hynes.

Al termine dell’esibizione, peraltro assai applaudita, Eckstine andò nel retropalco e invitò la giovanissima a presentarsi al cospetto di Hynes per un provino. La bella e timida ragazza ne avrebbe fatto volentieri a meno, ma come si fa a dire di no a Billy Eckstine, specie dopo che in famiglia hanno saputo dell’invito?

Ed eccola di fronte agli orchestrali di una delle migliori band del momento: non aveva quasi neanche iniziato a cantare che il silenzio intorno alla sua voce e al pianoforte si fece tombale. Poche settimane più tardi, era accanto a Billy, nella favolosa orchestra di Fatha e, all’occorrenza, seconda pianista. Intorno a lei, un bel gruppo di giovani di belle speranze, su cui spiccano Charlie Parker e Dizzy Gillespie.

Nel giro di poco, tutti lasciarono il gruppo e tentarono avventure soliste o con altri gruppi.

Sarah nel 1945/46 cantò con il complesso del bassista e trombonista John Kirby. Nel 1947 cantò niente di meno che con un combo composto da Parker, Gillespie e, al piano il coetaneo Al Haig. La sua fortuna fu che a farle gli arrangiamenti era Tadd Dameron, pianista con cui aveva già lavorato nella band di Eckstine.

A poco più di vent’anni era già in testa alle classifiche di preferenza di due dei maggiori periodi di musica, Down Beat e Metronome, rimanendoci per trent’anni, e superando mostri sacri come Ella Fitzgerald e Billie Holiday.

Nel 1951 debuttò alla Carnagie Hall. L’accompagnavano, tra gli altri, il sassofonista Lester Young e il pianista Errol Garner, a cui sarà sempre molto legata professionalmente

Seguirono concerti e registrazioni con il fenomeno del momento, il trombettista Clifford Brown, giovane “padre” dell’hard-bop.

Nel 1957, essendo passata alla Mercury, Sassy (questo è ormai il nomignolo con la quale è chiamata) ebbe l’opportunità di duettare in studio con Eckstine: “Passing Strangers” è tuttora considerato l’esempio più alto di duetto vocale uomo-donna.

In uno show prodotto da Quincy Jones, dedicato a Duke Ellington, si esibì in un funambolico quartetto, con Peggy Lee, Aretha Franklin e Roberta Flack , quindi in sestetto stratosferico: lei, la Lee, la Flack, Eckstine, Sammy Davis Jr. e Joe Williams, con cui inciderà un disco, accompagnati dalla band di Count Basie.

Oramai era considerata un monumento vivente.

Per il suo cinquantesimo compleanno nel 1974, la Carnegie Hall le dedicò tre serate: tra gli ospiti ci furono Gerry Mulligan, Mel Tormé, Betty Carter, Milton Nascimento, George Benson e Winton Marsalis.

Nonostante la paura delle serate dal vivo (Sarah questa fobia l’avrà fino alla fine dei suoi giorni, con regolari mal di pancia e conati di vomito dietro le quinte prima di ogni concerto), i costanti problemi di salute, la mole che l’affaticava non poco, Sarah non si risparmiava. Per contrastare la paura faceva uso di alcool e pasticche, ma con estrema attenzione: caso più unico che raro di fermissimo autocontrollo rispetto a un vizio che, viceversa, ha mandato al Creatore centinaia di meravigliosi jazzisti.

Tra l’81 e l’83 ottenne un Emmy e un Grammy: in entrambi i casi, legati alla musica di George Gershwin.

Una volta Billie Holiday chiese al clarinettista Tony Scott: “Secondo te, tra me e Sarah, chi è più brava?”. E Scott, per tutta risposta: “Quando Sarah canta “My man is gone”, si capisce che é sceso a prendere le sigarette. Quando lo canti tu, è scontato che non tornerà mai più”.

Questo a significare che a differenza della Holiday, che cantava di “pancia”, Sarah era più una cantante di “testa”. Con il vantaggio di avere uno strumento fantastico come voce (andate su Youtube, se non mi credete).

Passò spesso in Italia, in concerto e ai tanti, preziosi, festival di jazz.

Nel 1990, a 66 anni, un cancro ai polmoni se la portò via per sempre, nella sua casa a Hidden Hills, a San Fernando Valley, presso Los Angeles. La sua morte, quantunque annunciata, nel giro di poco tempo, avrebbe fatto una vittima eccellente, il suo mentore Billy Eckstine: colpito prima da un colpo apoplettico che sembrava senza eccessive conseguenze, dopo un anno fu stroncato da un ictus che lo ucciderà nel marzo del 1993.

2 pensieri riguardo “Sarah Vaughan

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...