Storia magistra vitae – Etiopia

Come ho detto in Storia, magistra vitae – Marocchinate, “Sabato 12 marzo 1938, Hitler invase l’Austria e senza sparare un colpo, ne prese possesso (la famosa anschluss, annessione). Personalmente faccio partire la seconda guerra mondiale da questo episodio e non dall’invasione della Polonia, avvenuta nel 1939.”

In effetti, anche se la data ufficiale è il 1° settembre 1939, come detto, non è facile comprendere quando la guerra sia effettivamente partita.

C’era una forte insoddisfazione dei paesi sconfitti nella Grande Guerra su cui venivano fatti gravare gran parte dei costi del conflitto; la crisi del 1929 diede la mazzata finale a un malessere economico e sociale che, uniti all’inconsistenza della Società delle Nazioni, fece largo all’affermazione di regimi totalitari come quello nazista in Germania e quello fascista in Italia.

Infatti, nei paesi di tradizione democratica e liberale, tali tensioni sociali furono affrontate e riassorbite senza grossi sconvolgimenti, mentre in paesi di tradizione più autoritaria queste erano state affrontate e soffocate con i metodi violenti della dittatura e della repressione.

Infine, le tensioni internazionali non avevano trovato nuovi e stabili equilibri ma, anzi, nazioni come la Germania e l’Italia contestavano apertamente le trattative di pace della conferenza di Versailles del ’19 al termine del primo conflitto mondiale.

La sconfitta Germania denunciava di essere stata schiacciata da sanzioni punitive troppo pesanti (enormi risarcimenti per i danni materiali e morali di guerra; enormi penalizzazioni territoriali ecc.), mentre l’Italia, per quanto vincitrice sulla nemica Austria, denunciava di non aver goduto pienamente dei benefici territoriali promessi dal Patto di Londra.

Intanto si affacciavano sull’orizzonte e europeo ed extraeuropeo nuove potenze destinate ad assumere un ruolo di protagoniste nell’imminente conflitto mondiale: L’URSS e il Giappone.

Accade così che nazioni come l’Italia, la Germania o il Giappone rispondevano a tali difficoltà interne ed estere con una politica aggressiva di espansione territoriale.

Se la Germania era stata privata di tutti i suoi possessi coloniali (spartiti fra Francia e Inghilterra in seguito alla sua sconfitta nella prima guerra mondiale), l’Italia aveva possessi coloniali come Libia, Somalia ed Eritrea. Questi, però, non le bastavano e così, nel 1935, Mussolini, per risolvere alcuni problemi economici e di disoccupazione del paese, decise di invadere l’Etiopia.

Il pretesto furono alcuni incidenti a Gondar e a Ual Ual, piccolo villaggio situato all’interno dei deserti dell’Ogaden, in cui avvennero scontri con alcuni gruppi armati abissini.

Il 2 ottobre 1935, alle 15:30, si aprì la famosa finestra di Palazzo Venezia e il Duce, in un clima di reciproca esaltazione tra lui e la massa raccolta sotto quel balcone, fece il suo discorso:

Camicie nere della rivoluzione! Uomini e donne di tutta Italia! Italiani sparsi nel mondo, oltre i monti e oltre i mari! Ascoltate!

Un’ora solenne sta per scoccare nella storia della patria. Venti milioni di uomini occupano in questo momento le piazze di tutta Italia.

Mai si vide nella storia del genere umano, spettacolo più gigantesco. Venti milioni di uomini: un cuore solo, una volontà sola, una decisione sola.

La loro manifestazione deve dimostrare e dimostra al mondo che Italia e fascismo costituiscono una identità perfetta, assoluta, inalterabile.

Possono credere il contrario soltanto i cervelli avvolti nella più crassa ignoranza su uomini e cose d’Italia, di questa Italia 1935, anno XIII dell’era fascista.

Da molti mesi la ruota del destino, sotto l’impulso della nostra calma determinazione, si muove verso la mèta: in queste ore il suo ritmo è più veloce e inarrestabile ormai!

Non è soltanto un esercito che tende verso i suoi obiettivi, ma è un popolo intero di quarantaquattro milioni di anime, contro il quale si tenta di consumare la più nera delle ingiustizie: quella di toglierci un po’ di posto al sole.

Quando nel 1915 l’Italia si gettò allo sbaraglio e confuse le sue sorti con quelle degli Alleati, quante esaltazioni del nostro coraggio e quante promesse! Ma, dopo la vittoria comune, alla quale l’Italia aveva dato il contributo supremo di seicentosettantamila morti, quattrocentomila mutilati, e un milione di feriti, attorno al tavolo della esosa pace non toccarono all’Italia che scarse briciole del ricco bottino coloniale altrui.

Abbiamo pazientato tredici anni, durante i quali si è ancora più stretto il cerchio degli egoismi che soffocano la nostra vitalità. Con l’Etiopia abbiamo pazientato quaranta anni! Ora basta!

Alla Lega delle nazioni, invece di riconoscere i nostri diritti, si parla di sanzioni.

Sino a prova contraria, mi rifiuto di credere che l’autentico e generoso popolo di Francia possa aderire a sanzioni contro l’Italia. I seimila morti di Bligny (battaglia del 1918, sul fronte francese, cui partecipò anche un contingente di truppe italiane – n.d.a.), caduti in un eroico assalto, che strappò un riconoscimento di ammirazione allo stesso comandante nemico, trasalirebbero sotto la terra che li ricopre.

Io mi rifiuto del pari di credere che l’autentico popolo di Gran Bretagna, che non ebbe mai dissidi con l’Italia, sia disposto al rischio di gettare l’Europa sulla via della catastrofe per difendere un paese africano, universalmente bollato come un paese senza ombra di civiltà.

Alle sanzioni economiche opporremo la nostra disciplina, la nostra sobrietà, il nostro spirito di sacrificio.

Alle sanzioni militari risponderemo con misure militari.

Ad atti di guerra risponderemo con atti di guerra.

Nessuno pensi di piegarci senza aver prima duramente combattuto.

Un popolo geloso del suo onore non può usare linguaggio né avere atteggiamento diverso!

Ma sia detto ancora una volta, nella maniera più categorica – e io ne prendo in questo momento impegno sacro davanti a voi – che noi faremo tutto il possibile perché questo conflitto di carattere coloniale non assuma il carattere e la portata di un conflitto europeo. Ciò può essere nei voti di coloro che intravvedono in una nuova guerra la vendetta dei tempi crollati, non nei nostri.

Mai come in questa epoca storica il popolo italiano ha rivelato le qualità del suo spirito e la potenza del suo carattere. Ed è contro questo popolo, al quale l’umanità deve talune delle sue più grandi conquiste, ed è contro questo popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di navigatori, di trasmigratori, è contro questo popolo che si osa parlare di sanzioni.

Italia proletaria e fascista, Italia di Vittorio Veneto e della rivoluzione! In piedi! Fa’ che il grido della tua decisione riempia il cielo e sia di conforto ai nemici in ogni parte del mondo: grido di giustizia, grido di vittoria!

Il giorno successivo centomila soldati italiani, al comando di Emilio De Bono, si mossero dall’Eritrea per invadere l’Etiopia. Dopo tre giorni, le truppe entravano ad Adua (città simbolo della “guerra di Abissinia” del 1896, in cui il Regno d’Italia fu sconfitto). Dopo altri dieci giorni, il 15 ottobre, cadde Axum, la capitale religiosa etiope.

Fin dal suo arrivo ad Asmara il 16 gennaio 1935, il quadrunviro Emilio De Bono, che da moltissimo tempo non era al comando attivo e su cui pesava l’accusa di Badoglio di essere un pessimo organizzatore, si trovò con l’arduo compito di allestire l’invasione in soli nove mesi, come aveva tassativamente ordinato Mussolini.

Questa difficoltà venne fuori dopo le prime vittorie, l’avanzata italiana perse di slancio, anche perché nel frattempo gli etiopi si erano riorganizzati.

Il Negus Hailé Selassié, a capo dei ribelli, ordinò l’utilizzo della tattica della guerriglia, ma per motivi culturali e territoriali sapeva che ciò sarebbe stato impraticabile. I suoi comandanti ritenevano la guerra di guerriglia uno scontro ignobile, da briganti e non da uomini valorosi, per cui sarebbe stato molto difficile rinunciare all’arte della guerra campale senza perdere la dignità.

Nel frattempo l’Etiopia aveva chiesto l’intervento della Società delle Nazioni per risolvere il contenzioso di Ual Ual e condannare l’Italia; la denuncia assunse proporzioni maggiori con l’invasione, e contro l’Italia fu emanata una serie di sanzioni economiche: dall’embargo su armi e munizioni alla proibizione di concedere prestiti e crediti, al divieto di esportare merci italiane e importare prodotti per l’industria di guerra.

Il 18 novembre l’Italia fu quindi colpita dalle previste sanzioni, che si rivelarono fiacche: il Regno Unito non bloccò il canale di Suez alle navi italiane, permettendo che la guerra continuasse “a spese dell’Etiopia e della sicurezza collettiva” e l’economia italiana non ne soffrì, perché le sanzioni non riguardarono materie di vitale importanza come petrolio, carbone e acciaio. Londra e Parigi argomentarono infatti che la mancata fornitura di petrolio all’Italia poteva essere facilmente aggirata ottenendo rifornimenti dagli Stati Uniti d’America, che non erano membri della Società stessa: infatti il governo statunitense, pur condannando l’attacco italiano, ritenne inappropriato che le sanzioni fossero state votate da nazioni con imperi coloniali come Francia e Regno Unito.

Nel periodo in cui la Società discuteva delle sanzioni all’Italia, la polemica italiana contro le “ricche e soddisfatte” nazioni europee, soprattutto contro il Regno Unito, anziché diminuire in vista di un possibile accordo raggiunse il suo apice assieme al tema delle “inique sanzioni” che la propaganda utilizzava per la mobilitazione interna. Quindi, piuttosto che palesare all’opinione pubblica italiana l’inadeguatezza e l’inutilità delle sanzioni comminate dalla Società, la propaganda colse il pretesto per creare nella popolazione un clima da paese assediato, instaurando un senso di esasperazione e odio nei confronti del resto del mondo rendendo il fronte interno compatto come non mai.

Per la loro imperfetta o mancata applicazione, le sanzioni fecero il gioco di Mussolini; ciò fu riconosciuto anche dallo storico britannico Denis Mack Smith nel 1959, che nel suo Storia d’Italia scrisse: “le sanzioni sembravano dimostrare che l’Italia era accerchiata e perseguitata, che la nazione stessa e non solo il regime era in pericolo e che la campagna d’austerità in vista dell’autarchia, non era stata un mero capriccio, ma un vitale interesse nazionale”.

Ma lo stato fascista non si limitò a consolidare il consenso interno: il bisogno di denaro portò ad alcuni provvedimenti restrittivi sui consumi per utilizzare al meglio le risorse nazionali e incrementare la produzione, diminuendo le importazioni nel tentativo di raggiungere attraverso l’autarchia l’indipendenza economica. Se alcune di queste iniziative risultarono impopolari o utilizzate solo per alimentare la propaganda, il 18 dicembre al culmine della campagna denominata “oro alla Patria” fu proclamata la “Giornata della fede”.

Quel giorno infatti il partito fascista con una grande mobilitazione nazionale, con l’appoggio di molti personaggi illustri legati al regime, ottenne che centinaia di migliaia di italiani donassero le proprie fedi nuziali, ricevendo in sostituzione delle copie in metallo non nobile.

Tornando alla guerra, il Duce, scontento di De Bono, lo sostituì con Badoglio. Questi e Rodolfo Graziani, Comandante del fronte Sud, ritenevano gli aggressivi chimici decisivi per riequilibrare le sorti dello scontro e terminare più rapidamente la sottomissione degli etiopi.

Il conflitto fascista riprese pieno vigore tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera del 1936; visto che il regime aveva bisogno di fabbricare nuovi eroi, l’afflusso massiccio degli alti papaveri del Pnf sul fronte abissino fu naturalmente esaltato dalla propaganda. I corrispondenti di guerra si sperticavano in complimenti ed elogi tanto che le medaglie auspicate ed evocate non tardarono a piovere sui gerarchi.

Il conflitto, vista la disparità di armi e forze in campo, volgeva ormai velocemente al termine. Il 2 maggio Hailé Selassié lasciò la capitale abissina. Il 5 maggio il generale Pietro Badoglio entrò in Addis Abeba. Il 7 l’Italia conquistò ufficialmente l’Etiopia. E il 9 Benito Mussolini prese la parola dal terrazzo di Palazzo Venezia: “Il maresciallo Badoglio mi telegrafa: “Oggi 5 maggio alle ore 16, alla testa delle truppe vittoriose, sono entrato in Addis Abeba”. Durante i trenta secoli della sua storia, l’Italia ha vissuto molte ore memorabili, ma questa di oggi è certamente una delle più solenni. Annuncio al popolo italiano e al mondo che la guerra è finita. Annuncio al popolo italiano e al mondo che la pace è ristabilita”.

Una curiosità: tra le battaglie sostenute dalle truppe italiane ce ne fu una della quale abbiamo memoria, anche se non lo sappiamo.

Quante volte abbiamo detto, per indicare una situazione confusa, che è un “ambaradam”? Da dove deriva quel termine?

Tra il 10 e il 19 febbraio 1936, sul massiccio etiope Amba Aradam, avvenne una delle battaglie più strane di quella guerra, seguita da una strage di civili da parte delle forze italiane.

Durante questa battaglia le truppe italiane erano alleate con alcune tribù locali ma, a seconda delle trattative in corso, alcune di queste si alleavano a loro volta con il nemico, per poi riaffiancare i soldati italiani. La battaglia fu vinta dalle Camicie nere (secondo altre fonti sembra siano stati gli alpini, meglio addestrati a combattere in montagna) che presero il controllo della situazione e ordinarono l’uso di gas tossici vietati, provocando la morte di circa 20.000 etiopi, tra civili e militari.

Al loro ritorno in Italia, i soldati, di fronte a una situazione disordinata e caotica, cominciarono a definirla «come ad Amba Aradam», «è un’Amba Aradam». E, per crasi, le due parole si sono fuse in una sola diventando “ambaradam”.

La guerra di Etiopia, secondo fonti storiche, portò alla perdita di circa 450mila vite tra le popolazioni abissine. Mentre i conquistatori dovettero contare circa 4.300 caduti. L’impero italiano dell’Africa orientale, che già dalle fondamenta appariva antistorico, figlio di una espansione in voga tra gli Stati europei nei secoli precedenti, si squagliò come neve al sole tra l’inverno e la primavera del 1941, sotto l’avanzata inarrestabile degli eserciti alleati.

Per questo considero il 3 ottobre 1935 una delle date di inizio della seconda guerra mondiale. Ma quella è un’altra storia.

12 Replies to “Storia magistra vitae – Etiopia”

  1. Bell’articolo, è veramente difficile dare una data effettiva all’inizio della guerra. Si considera la seconda guerra mondiale come la naturale prosecuzione della prima. Le colpe sono tante e le hai citate. Insoddisfazione negli esiti del Trattato di Versailles in primis. Da allora sono iniziato tanti piccoli scontri in giro per l’Europa, soprattutto nella Germania occupata dalle forze vincitrici. La stessa elezione di Adolf Hitler è un atto di ribellione della popolazione tedesca alle misure del trattato. La guerra d’Etiopia ha solo sancito l’inconsistenza della Società delle Nazioni ed il sistema di veti incrociati vigente. La seconda guerra mondiale doveva scoppiare, le altre guerre descritte non sono che suoi prodromi.

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  2. Della parola ambaradam non conoscevo la storia ed anche oggi s’è imparato qualcosa! Del resto invece concordo su tutto, forse aggiungerei anche che tra le date papabili dell’inizio della seconda guerra grande importanza ebbe anche la guerra civile spagnola dove, in un certo senso, si ebbe una “prova” di quelli che successivamente sarebbero stati gli schieramenti in campo con una guerra civile che vide da una parte e dall’altra molta gente non spagnola.

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