Storia magistra vitae – Roma

Ci sono fenomeni che tendono a ripetersi: quando siete sotto la doccia, per esempio, il telefono o il citofono cominciano a suonare…

Il noto filosofo napoletano Giambattista Vico elaborò una teoria sulla storia umana assai singolare.

Era convinto che la storia fosse caratterizzata dal continuo e incessante ripetersi di tre cicli distinti: l’età primitiva e divina, l’età poetica ed eroica, l’età civile e veramente umana. Il continuo ripetersi di questi cicli non avveniva per caso ma era predeterminato e regolamentato. Questa formulazione di pensiero è comunemente nota come “teoria dei corsi e dei ricorsi storici”. In parole povere, tanto per non essere troppo criptici, il Vico sosteneva che alcuni accadimenti si ripetevano con le medesime modalità, anche a distanza di tanto tempo; e ciò avveniva non per puro caso ma in base ad un preciso disegno.

Nello stadio Divino sosteneva che la società fosse dominata dai sensi e dall’immaginazione.

Nello stadio Eroico che la società fosse dominata dagli “aristoi” cioè aristocrazia dei più forti.

Il terzo stadio, quello Umano, era considerato da Giambattista Vico il più evoluto, in cui la società sarebbe stata dominata dalla ragione con conseguente uguaglianza tra gli uomini, periodo in cui si sarebbero potuti trovare due tipi di governo: o la monarchia assoluta o la democrazia.

Facevo notare a mio cugino Gianluca che la situazione attuale in Siria è forse un unicum nella storia dell’uomo, ma lui mi ricordava che già negli anni ’90, nella ex Jugoslavia, c’era stata una situazione simile.

Ma è davvero così? Possiamo trovare delle situazioni simili ad altre del passato?

Se così fosse, potremmo imparare dagli errori commessi dal passato e comportarci meglio in quelle simili successive… Questo mi fa supporre che finora, o non ci sono state situazioni che si sono ripetute, o l’uomo non impara dai propri errori (propendo sicuramente per la seconda ipotesi).

Prendiamo l’esempio di un periodo che è forse tra i più affascinanti della Storia, cioè la caduta dell’Impero Romano. Ma una premessa è d’obbligo.

Migrare, in generale, significa spostarsi dal luogo di nascita a un altro: il motivo più comune che ha spinto i popoli a muoversi verso altre terre è stata la ricerca di migliori condizioni di vita. In passato, generalmente, vi era una situazione di difficoltà, di disagio, che induceva gruppi familiari, tribù e singoli individui a lasciare il paese d’origine per necessità o per paura: nel tempo, l’uomo sfuggiva alle grandi variazioni climatiche per cercare terre più abitabili, alle dominazioni di tiranni per cercare regimi più moderati, alle guerre per cercare la pace, alle carestie per cercare cibo e acqua, alle grandi epidemie per non ammalarsi e morire.

Flavio Valerio Aurelio Costantino, conosciuto anche come Costantino il Grande e Costantino I (in latino: Flavius Valerius Aurelius Constantinus; in greco antico: Κωνσταντίνος ώ Μέγας, Konstantínos o Mégas; Naissus, 27 febbraio 274 – Nicomedia, 22 maggio 337), fu imperatore romano dal 306 alla sua morte.

Nel periodo del suo impero si accentuò un fenomeno che si era già palesato relativamente in precedenza, cioè l’integrazione nell’impero romano di nuclei di popolazione barbara sottomessa.

Poteva trattarsi di profughi scacciati dal loro paese dalla carestia o da un’invasione; oppure di barbari sconfitti in guerra dai Romani, che anziché restare nel loro paese devastato imploravano di essere accolti. In certi casi il governo imperiale non si limitava ad accogliere chi lo chiedeva, ma andava a prendere gente oltre i confini, nel mondo abitato dai barbari, e la deportava a forza sul territorio romano. In tutti questi casi i giuristi romani attribuivano a questi immigrati la qualifica di “dediticii”: gente, cioè, che si era “data” senza condizioni all’imperatore, e quindi non aveva diritti, ma viveva sul suolo romano solo per grazia dell’imperatore e doveva obbedire ai suoi ordini.

In realtà ciò accadeva perché l’impero, a causa del suo allargamento, aveva una necessità di nuovi ingressi: ma non di schiavi, ma di gente che lavorasse i campi e che servisse nell’esercito. Questo fu il motivo della creazione di quella nuova classe sociale. Se l’ingresso di “stranieri” nei campi modificò la condizione solo dal punto di vista nominale (da schiavi diventavano coloni), nell’esercito ci fu una vera e propria rivoluzione, che permise ai “barbari” di arrivare anche ai più alti gradi.

La necessità di arruolare nacque paradossalmente perché era stato permesso ai grandi proprietari terrieri di sostituire l’invio dei propri uomini al servizio militare con una somma di denaro. Certo, con questo denaro era stato possibile pagare i volontari, ma pian piano tutti i proprietari terrieri, tranne i più piccoli, entrarono nel giro. E ciò fece aumentare la corruzione, ovviamente.

Il risultato maggiore fu, comunque, che per sostituire chi il servizio militare non lo faceva, fu reclutata gente proveniente da tutti gli angoli dell’impero e una percentuale sempre più grande di soldati era di origine barbarica.

Alcuni di questi soldati facevano carriera, diventando ufficiali; e i figli di questi ufficiali potevano diventare generali. Il primo generale romano di origine notoriamente barbarica è documentato proprio al tempo di Costantino; all’epoca di Valentiniano (dal 364 al 375 d.C., impero d’Occidente) e Valente (dal 364 al 378 d.C., Oriente) si è calcolato che circa metà dei generali e degli alti ufficiali dell’esercito discendeva da barbari immigrati.

Questa barbarizzazione dell’esercito è stata considerata in passato come una delle cause della decadenza dell’impero romano. In realtà questo giudizio era frutto di un pregiudizio: fra Ottocento e Novecento dominava il nazionalismo, e un esercito che invece d’essere nazionale era multietnico veniva guardato con sospetto. Oggi possiamo dire che l’esercito romano del IV secolo, pieno di reclute immigrate e comandato da generali di origine barbarica, non era affatto meno efficiente rispetto ai secoli passati, e neanche meno fedele all’imperatore. Le ribellioni non mancavano, ma l’esercito romano e i suoi generali si erano sempre ribellati con grande frequenza al potere costituito, fin dal tempo di Mario e Silla.

L’immagine popolare del mondo romano dà, giustamente, molto spazio alla dura condizione degli schiavi. Bisogna però distinguere fra la schiavitù domestica e la schiavitù dei lavoratori impiegati nei campi. Nell’epoca di cui parliamo i ricchi continuavano a circondarsi, in casa, di un numeroso personale domestico formato da schiavi, proprio come in passato. Nei campi, invece, le cose erano cambiate.

Già dal III secolo i contadini che lavoravano i latifondi dei grandi proprietari erano sempre più spesso coloni, e non schiavi. Il colono era un uomo libero, che prendeva in affitto un podere e lo coltivava con la sua famiglia, pagando al padrone un canone in denaro o una parte del raccolto.

Uno dei motivi per cui il colonato si diffuse nel tardo impero romano è che le grandi guerre di conquista erano diventate più rare, e il rifornimento di schiavi meno sicuro. Quando l’imperatore sconfiggeva in guerra un popolo barbaro, il mercato era ancora inondato di schiavi a bassissimo prezzo, ma questi avvenimenti erano meno frequenti che in passato, e il prezzo degli schiavi nei tempi normali era troppo alto.

L’impoverimento e l’immigrazione di barbari verso il territorio dell’impero mettevano invece a disposizione una numerosa manodopera libera, che accettava anche condizioni molto dure pur di avere lavoro. Ai latifondisti, quindi, conveniva usare coloni anziché schiavi.

Anche per lo Stato era un vantaggio, perché mentre lo schiavo, proprietà privata del padrone, era intoccabile, il colono era un uomo libero e poteva essere obbligato al servizio militare.

Gli imperatori del IV secolo misero in piedi un sistema per cui i reparti militari stanziati in una provincia, quando avevano bisogno di uomini, imponevano ai latifondisti di far arruolare un certo numero dei loro coloni.

Nella maggioranza dei casi, però, gli schiavi venivano liberati con certe condizioni, che li obbligavano a continuare a lavorare per il padrone. Quest’ultimo non era più chiamato “dominus”, che vuol dire “signore”, “padrone”, ma diventava il “patronus”, cioè “patrono”, “protettore”: ma era pur sempre il padrone, anche per lo schiavo diventato liberto.

Non per niente quando noi diciamo padrone usiamo una parola che non deriva dal latino “dominus”, ma proprio da “patronus”.

Nel corso del IV secolo diventa evidente anche un peggioramento nella condizione dei coloni. Questa massa di lavoratori composta in parte da contadini impoveriti, in parte da schiavi liberati e da immigrati barbari godeva sì della cittadinanza romana, ma solo sulla carta. In pratica era gente sottomessa, schiacciata dall’autorità del padrone e con pochi diritti. Sotto gli imperatori del IV secolo le leggi cominciano a considerare schiavi e coloni come categorie sotto molti aspetti simili. Il colono non divenne mai proprietà del padrone, ma in pratica era come se lo fosse: a partire da Costantino le leggi imperiali proibirono ai coloni di lasciare il latifondo su cui lavoravano, senza il permesso del padrone. Si creava così quella situazione che i giuristi del Medioevo chiameranno “servitù della gleba”, per cui il lavoratore era vincolato alla terra che lavorava.

A partire dalla fine del IV secolo assistiamo invece a un cambiamento importante: cominciano movimenti su grande scala di popoli che si insediano sul territorio romano, non sempre con la violenza ma comunque senza trasformarsi in sudditi di Roma e senza integrarsi con la popolazione locale. Questa improvvisa spinta dall’esterno ebbe un effetto destabilizzante sull’impero romano, e nell’arco di circa un secolo ne determinò il crollo: non però di tutto l’impero, come a volte si dice sbagliando, ma solo della sua parte occidentale.

All’inizio arrivarono i Franchi, una popolazione che viveva a est della Germania, che si insediarono nella Gallia settentrionale, l’attuale Belgio: i romani, dopo lunghe ed estenuanti battaglie, affidarono loro la difesa dell’area fino al Reno. Quello dei Franchi è il più antico caso di popolo che si trasferisce sul suolo romano continuando a obbedire ai suoi capi, conservando le sue leggi, e sostituendo l’esercito romano nel compito di difendere il paese; ed è anche l’esempio più evidente di insediamento pacifico e concordato, che ha ben poco di un’invasione.

La deposizione di Romolo Augustolo nel 476 ha ai nostri occhi una forte risonanza simbolica; a volte se ne parla addirittura come della fine dell’impero romano, dimenticando che l’impero romano era ancora vivo e vegeto nella sua parte orientale. Il 476 sembrava una data così importante agli storici del passato, da essere scelto come data convenzionale con cui far finire l’Antichità e iniziare il Medioevo. In realtà all’epoca non se ne accorse quasi nessuno, perché l’eredità di Roma si era trasferita da un pezzo a Costantinopoli, mentre l’impero d’Occidente pratica si era già dissolto con i grandi stanziamenti di popoli barbari sul suo territorio.

Per molto tempo si è pensato che l’impero romano all’epoca delle invasioni barbariche fosse un organismo decrepito, in decadenza morale e materiale, e che il suo crollo fosse inevitabile.

In realtà la società romana non era affatto sul punto di crollare, e senza le invasioni barbariche avrebbe potuto sopravvivere, come infatti accadde nella parte orientale dell’impero.

Certo, non era più l’impero di un tempo, la forbice tra ricchi e poveri si era sempre più allargata, e l’imperatore stesso era stato divinizzato, non più “primus inter pares” ma tiranno.

Ma sotto altri punti di vista le cose erano addirittura migliorate: tutti gli abitanti dell’impero avevano la cittadinanza romana, gli schiavi nelle campagne non esistevano più, la religione dell’impero non era più l’antico politeismo, ma il cristianesimo, anche se una forte minoranza, soprattutto in Occidente, era ancora attaccata ai vecchi riti. In passato gli storici credevano che la diffusione del cristianesimo avesse indebolito l’impero romano, rendendolo meno bellicoso; in realtà non è così. Gli imperatori cristiani erano altrettanto energici e spietati dei loro predecessori pagani, e la Chiesa si rivelò un poderoso alleato del governo nell’inquadrare la popolazione e dirigere la vita collettiva.

Ma l’improvvisa spinta dall’esterno mise in crisi l’impero: così Costantinopoli, capitale d’Oriente, “sacrificò” l’Occidente per permettere all’impero di sopravvivere.

Crollò così la civiltà greco-romana, ma non basta l’invasione dei barbari a giustificare tutto questo, d’altra parte i capi barbari erano sì selvaggi, ma il loro obiettivo non era distruggere le città, gli acquedotti, le strade, ma di goderne.

 Perché, dunque, il loro arrivo provocò la fine della prosperità?

Cominciamo col dire che sul piano economico l’Occidente latino stava già perdendo terreno rispetto all’Oriente greco. Fin dal III-IV secolo grandi province come la Gallia e la stessa Italia erano state colpite da una gravissima crisi economica ed erano in parte spopolate.

Gli stanziamenti dei barbari non cambiarono le regole di base della vita economica. La proprietà terriera rimase il fondamento della supremazia sociale: chiunque contasse qualcosa, a partire dal re, possedeva vaste estensioni di terra e dava lavoro a un gran numero di coloni e schiavi. Molta terra passò di mano durante le invasioni: fu ceduta dal governo imperiale ai barbari, con i trattati che assegnavano loro le zone in cui stabilirsi; fu confiscata dai re a quei latifondisti romani che erano espatriati oppure erano rimasti coinvolti in qualche ribellione; fu regalata alla Chiesa da cristiani ansiosi di guadagnarsi il Paradiso. I re, a loro volta, distribuivano la terra ai loro uomini, così che ogni Goto, Franco, Vandalo divenne un proprietario terriero, abbastanza ricco da poter dedicare tutto il proprio tempo alla guerra.

Non è dunque nelle campagne che bisogna cercare l’origine della crisi.

Fu soprattutto il commercio a soffrire della nuova situazione.

Il colpo più grave all’economia degli scambi fu assestato proprio dal crollo dell’amministrazione imperiale, perché nel tardo impero romano i movimenti di denaro e di merci erano legati soprattutto all’intervento dello Stato.

Il fisco imperiale prelevava con le tasse gran parte della moneta d’oro circolante, e la utilizzava per acquistare a prezzo politico enormi quantità di derrate alimentari, da distribuire all’esercito e alla popolazione di Roma e Costantinopoli: l’economia di intere regioni si reggeva su questo meccanismo. Ora, però, nelle province occidentali le guarnigioni romane stavano scomparendo, e il prelievo fiscale passava direttamente nelle mani dei singoli re barbari, che ovviamente operavano su scala molto più locale; perciò il meccanismo entrò in crisi.

I confini aumentavano, i dazi da pagare anche e l’impero era frammentato nella raccolta delle tasse.

Le infrastrutture che fino a quel momento, per funzionare, dipendevano dagli investimenti statali, strade, acquedotti, fognature, teatri, circhi, cominciarono a decadere, anche se nessuno lo desiderava, meno che mai i barbari.

Poi iniziarono le guerre interne, che aumentarono l’insicurezza che a sua volta faceva crollare il mercato. E come tutti i processi ciclici, la cosa si interruppe quando ormai era troppo tardi.

Vi fa venire in mente qualcosa?

24 Replies to “Storia magistra vitae – Roma”

  1. A me viene in mente la sciagura italiana del decentramento e del federalismo che invece di migliorare le cose ha indebolito la capacità di controllo centrale dello Stato a favore di una miriade di interessi locali che hanno solo centuplicato inefficienza e corruzione…

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      1. Noi avevano una storia diversa da altre nazioni e nella costituzione era già previsto tutto un insieme di pesi e contrappesi attuati con il regionalismo e le regioni a statuto speciale.Non serviva altro.Quel che fu fatto fu propaganda e macelleria sociale.Un esempio è la sanità.Vissuto sulla mia pelle.Medico di qui mi fa ricetta per farmaco.Farmaco non c’è in farmacia e io devo partire.Parto.Arrivo a Milano.Vado in farmacia con ricetta e…Non vale perché le due regioni non sono convenzionate!Convenzionate????Ma che è?Se con quella ricetta andavo a Madrid o Bruxelles me lo davano l’antibiotico…in Italia,pur avendo un tesserino con su scritto servizio nazionale italiano un italiano non lo è dappertutto!Prima non era così.Idem la scuola.Prima dal ministero tramite i provveditorati si attuavano programmi uguali per tutti, ora le scuole sembrano dei reclutatori ed ognuna da la sua offerta formativa! Potrei farne mille di esempi! Il federalismo va bene la dove vi sono stati disomogenei.Ecco, l’Europa andrebbe fatta federale viste lingue differenti e popoli diversi.Noi eravamo italiani…Non c’era bisogno di federalizzare ciò che già era unito ma solo di far funzionare meglio ciò che non andava! La corruzione poi…è endemica di ogni nazione…se esiste l’essere umano esiste corruzione e questo indipendentemente che governi un re, un Papa, un dittatore e dalla forma dello stato.Stati federali come Usa e Russia sono altrettanto corrotti di stati centrali come Francia o Giappone e non vanno esclusi nemmeno quelli pseudo comunisti tipo Cina!😉

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          1. Io invece credo e mi auguro che ciò avvenga il prima possibile ma temo che creperò senza vedere ciò ed anzi, è molto più probabile una nuova frammentazione e nuove guerre visto che noi esseri umani non sappiamo proprio imparare dal passato…

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        1. Sono d’accordo con te. Per farti anche io un esempio medico, ho fatto una visita privata per una contrattura, poiché tramite asl mi toccava aspettare un anno. Alla fine il medico mi dice di fare una risonanza, ma il medico di base non me la può prescrivere perché non ho fatto la visita tramite asl… e vabbè, anche la risonanza privata…

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          1. Si,è un manicomio dove gli unici che ci guadagnano sono i baroni, le case farmaceutiche, le cliniche private ed ovviamente i loro politici di riferimento!Tutte jene che oggi hanno a disposizione una prateria che prima ovviamente era molto meno estesa!

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