Storia magistra vitae – 25 aprile

Tradizione centenaria vuole che il 25 aprile a Venezia, festa di san Marco, a fidanzate e mogli venga offerto un bocciolo di rosa rossa, in segno d’amore.

L’usanza nasce dalla leggenda di Maria, figlia del Doge, che si innamorò ricambiata del giovane Tancredi. Il sentimento dei due giovani era osteggiato dal padre di Maria, che non avrebbe permesso un tale matrimonio.

Maria chiese a Tancredi di andare a combattere contro gli arabi in Spagna con l’esercito di Carlo Magno, per guadagnare fama: il padre così non avrebbe più potuto opporsi al loro amore. Tancredi partì e si coprì di gloria in guerra.

Un triste giorno arrivarono a Venezia cavalieri francesi guidati dal famoso Orlando, eroe della battaglia del 778 a Roncisvalle. Cercarono di Maria e le annunziarono la morte di Tancredi. Colpito dal nemico, era caduto sanguinante sopra un rosaio. Prima di spirare, aveva colto un fiore e pregato l’amico Orlando di portarlo a Venezia alla sua amata Maria.

Maria prese la rosa tinta ancora del sangue del suo Tancredi e restò muta nel suo dolore. Il giorno dopo, festa di san Marco, fu trovata morta con l’insanguinato fiore sul cuore.

Da quella volta il bocciolo di rosa viene offerto alle donne nel giorno di san Marco quale simbolo d’amore vero, imperituro.

Ma per noi il 25 aprile è altro. La “liberazione”, dicono.

Ma io voglio raccontarvi una storia.

La vicenda è quella dell’uccisione nei boschi di Sandigliano dello sfollato Gregorio Candeloro di quarantasei anni, della moglie Dina trentunenne e del figlioletto Gianfranco di soli quattro anni.

I Candeloro erano sfollati da Torino per via dei costanti bombardamenti alleati.

Avevano cercato rifugio a Sandigliano dove il padre di lei, Giuseppe Piccioni, faceva il capostazione.

L’8 di giugno 1944 la famiglia decise di fare una passeggiata nei boschi che si estendono fra Sandigliano e Verrone, ma a sera non essendo ancora rientrati iniziano le ricerche.

Non mi importa niente che c’è il coprifuoco! Sono preoccupata, è notte fonda e gli zii non tornano, mi meraviglio di voi che ve ne state tranquilli ad aspettare.

Il fatto che la nostra famiglia con la politica non c’entri niente non mi tranquillizza nemmeno un po’, la guerra fa fare cose orribili agli uomini… ho un presentimento terribile.

No, non credo proprio che siano stati ospitati da qualcuno, figurarsi. Con il piccolo Gianfranco che non riesce a prendere sonno se non ha la sua copertina con l’orsetto? Impossibile. Io vado a cercarli.

Certo che la notte è proprio buia… nemmeno uno spicchio di luna a illuminare la strada … spero solo che la torcia regga.

E pensare che era una così bella giornata di sole… 8 giugno 1944: la guerra rende tutto grigio, ma una giornata di sole può far tornare il sorriso e la voglia di fare una passeggiata nel bosco, certo, lo capisco. Ma dannazione! Con il clima arroventato che c’è forse valeva la pena lasciar perdere. Qui si ammazzano tra fratelli, non si può prendere alla leggera questa roba. I funghi che crescono tra Sandigliano e Verrone in questa stagione sono straordinari, lo zio ne avrà trovati un mucchio! Ma a che vado a pensare? Forse lo faccio inconsciamente per trovare una scusa per sorridere… almeno la piccola Anna Maria è stata affidata ai nonni, ha due anni appena, sarebbe stato traumatico per lei restare fuori casa di notte. Ma Gianfranco mi mette pensiero, davvero, ha solo quattro anni povero cucciolo. Non vedo niente, però… la torcia non fornisce luce sufficiente. Non devo farmi prendere dal panico, riprenderò le ricerche domattina, quando gli altri potranno aiutarmi.

La notte sembra non passare mai… ecco l’alba, finalmente! Partiamo, di corsa, lo sentivo che c’era qualcosa di brutto nell’aria.

9 giugno 1944… ci dividiamo, la macchia è fitta, così faremo prima a ispezionarla. Mi ferisco con gli arbusti, non m’importa, devo fare presto. Passano le ore e non riesco a capacitarmi di cosa può essere successo… oh, cielo! No… no… Dina!!! Gregorio!!! Gettati lì, in terra, come stracci… freddi… è il freddo della morte, li tocco e mi entra nelle vene, mio Dio è orribile! E Gianfranco? Piccolo! Dove sei? Eccolo! Tesoro! Amore mio piccolo, che ti hanno fatto? Aiuto!!! Correte! Presto! Respira… respira ancora… ma quanto sangue!

Presto, presto! Ha il polmone destro trapassato da una pallottola, forse possiamo salvarlo!

Perché??? Gianfranco, no, perché? Piccolo… cosa avevi fatto per meritare una morte così atroce?

Passano i mesi, ma il bel visetto del mio piccolo Gianfranco, agonizzante in un lago di sangue non posso dimenticarlo. A Sandigliano nessuno parla. Sono muti di terrore.

Quando finalmente scopriamo cosa è accaduto la guerra civile è finita… almeno così dicono, ma non ci credo: ogni tanto arriva la notizia di qualche morto ammazzato per strada. Dina, Gregorio e il piccolo Gianfranco non avevano fatto niente; avevano avuto solo la sventura di imbattersi in una pattuglia di partigiani comunisti che si aggirava nel bosco… i particolari non riusciamo a conoscerli, so che ormai non li sapremo mai. A Sandigliano sono in molti a conoscere l’identità degli assassini, tentiamo di trascinarli in giudizio. Invano. Togliatti diventa ministro della Giustizia e la legge che ha fatto approvare fa diventare l’assassinio dei miei familiari una “azione di guerra” … impossibile incriminare gli esecutori.

“Azione di guerra” … una sventagliata di mitra su tre innocenti, su un bambino di quattro anni, il mio Gianfranco, è, per questo Stato, solo una “azione di guerra”.

Dio perdoni quei maledetti assassini. Io non potrò. Mai.

Neanche io.

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