Panem et circenses

Noi italiani abbiamo la memoria corta.

E, difetto ancora più grande, non guardiamo al di fuori del nostro orticello.

Ho viaggiato tanto, in passato, e ho avuto la fortuna di vivere in molti luoghi differenti: Puglia, Campania, Emilia, Alto Adige, Piemonte, Romagna e Lombardia sono solo alcuni dei posti in cui ho vissuto e quindi ho potuto osservare i vizi e le virtù degli italiani da una posizione “neutra”.

Intanto mi viene da dire che la bellezza dell’Italia derivi dal fatto che non ci sono due posti uguali, come tradizioni, come cibo, come abitudini.

Ma è anche un grande limite. Perché non c’è un sentire comune.

Lo si capisce da alcuni indizi.

Il celebre poeta satirico latino Giovenale diceva che la plebe romana, inconsapevole delle angherie a cui era sottoposta da parte dei potenti e dei privilegiati, si accontentava di ricevere periodicamente elargizioni di grano (panem) e di poter assistere agli spettacoli del circo (circenses), che gli imperatori molto spesso concedevano ed in cui, in certi casi, si esibivano anche loro.

Questi erano i mezzi essenziali, secondo Giovenale, con cui chi governava si conquistava il consenso della massa ignorante, la quale non sospettava neppure che ciò che riceveva era una miseria rispetto alle sconfinate ricchezze di pochi privilegiati.

La locuzione, uno dei detti latini più famosi tra quelli tramandatisi fino ai nostri giorni, indica l’agire di coloro che, con poco dispendio di forze e di risorse, si guadagnano il favore delle masse e riescono a farne cessare le proteste e le rivolte.

È la migliore forma di demagogia, giacché tutti a parole si mettono dalla parte del popolo e dei diseredati, ma chi promette di dargli qualcosa di concreto, magari anche senza poter mantenere, se ne acquista più rapidamente la simpatia.

Oggi la celebre locuzione latina potrebbe essere tradotta ed interpretata in vari modi. Ma noi ci caschiamo sempre.

E dire che di esempi ne abbiamo avuti.

Roma, 14 luglio 1948. Mentre in Francia si stanno festeggiando i 159 anni dalla rivoluzione, nella capitale italiana, in via della Missione – la strada che costeggia il palazzo di Montecitorio, sede della Camera dei Deputati – si sentono quattro colpi di pistola.

A sparare è un esaltato studente di destra, Antonio Pallante, e ad essere colpito è Palmiro Togliatti, segretario del Partito Comunista Italiano (Pci), che viene ferito.

Per comprendere meglio la portata dell’evento, è bene fare un breve passo indietro. Nel 1945 si era conclusa la seconda guerra mondiale dopo due anni in cui sul territorio italiano oltre a eserciti regolari avevano combattuto diverse brigate partigiane. Tra questi, le più organizzate erano le Brigate Garibaldi, che facevano riferimento al Partito Comunista.

Questo, aveva portato a un forte consenso nei confronti del Pci che nel 1946 aveva ottenuto poco meno del 20 per cento dei voti alle elezioni per l’Assemblea Costituente, le prime elezioni libere tenutesi in Italia dopo oltre 20 anni di dittatura fascista.

Inoltre, al termine della guerra, la maggior parte dei membri delle Brigate Garibaldi eseguirono l’ordine di consegnare le armi agli Alleati, ma un’altra parte, minoritaria, le tenne con sé talvolta per il timore che la guerra non fosse realmente finita, talvolta nell’eventualità di una rivoluzione comunista dell’Italia.

Il 18 aprile 1948 si tennero le prime elezioni politiche dell’Italia repubblicana. Il Pci insieme al Partito Socialista Italiano (Psi) decise di correre con una lista unica nella speranza di riuscire così a governare il Paese: il Fronte Popolare, il cui simbolo era il volto di Giuseppe Garibaldi.

Tuttavia, il timore che comunisti e socialisti avrebbero portato l’Italia nell’orbita dell’Unione Sovietica, proprio come stava avvenendo in quegli anni in molti Paesi dell’Europa orientale, portò molti elettori ad allontanarsi dai partiti di sinistra e votare la Democrazia Cristiana, cattolica, centrista e filoamericana, che in quell’occasione raggiunse il massimo storico dei voti e vinse le elezioni.

L’attentato a Togliatti, dunque, avvenne in questa situazione, quella di un’Italia appena uscita dalla guerra e con alcune forti divisioni. L’attentato, dunque, rischiò di essere una scintilla capace di far esplodere la situazione nel Paese.

Infatti, nelle ore successive, appena si diffuse la notizia, l’Italia fu attraversata da violente manifestazioni. Si verificarono incidenti a Roma, nella città portuale di La Spezia e ad Abbadia San Salvatore, sede di un’importante miniera sul Monte Amiata. Molti dimostranti scesero in piazza armati. A Napoli, Livorno, Taranto e Genova ci furono anche diversi morti negli scontri. A Torino, gli operai della Fiat sequestrarono presso il proprio ufficio l’amministratore delegato dell’azienda, Vittorio Valletta.

Il disordine nel Paese fu tale che la maggior parte dei telefoni cessò di funzionare e il traffico ferroviario si bloccò completamente. La tensione proseguì anche nei giorni successivi all’attentato, mentre si attendeva di conoscere le condizioni di salute di Palmiro Togliatti e nel Paese si susseguivano le voci più diverse e in modo molto confuso.

L’intervento chirurgico a Palmiro Togliatti riuscì a salvare la vita del segretario comunista e a tranquillizzare in parte la situazione.

Ma a far placare gli animi non fu quello: ci fu la vittoria del ciclista Gino Bartali nella tappa del Tour de France del 15 luglio, che contribuì a distrarre la popolazione dalle violente manifestazioni.

Il giorno dell’attentato, il presidente del consiglio italiano Alcide De Gasperi aveva infatti chiamato Bartali per chiedergli se sarebbe stato in grado di vincere la tappa del giorno successivo.

Appena Togliatti riprese conoscenza, le sue prime parole furono rivolte ai militanti comunisti, invitandoli a tenere la calma e non fare pazzie. Fu così che l’Italia uscì da una situazione estremamente complessa e scongiurò il pericolo che visibilmente si era concretizzato di una guerra civile.

Quindi una guerra civile fu evitata da una vittoria ciclistica.

Ma quelli erano degli sprovveduti.

La politica ha affinato i suoi meccanismi e ogni volta ci ripropone dei nuovi sistemi e metodi per spostare altrove l’occhio già distratto degli italiani.

Qualcuno le chiama “armi di distrazione di massa”, passatempi ricreativi per distogliere l’attenzione delle masse dalle nefandezze messe in opera dall’élite che governa il pianeta e acquietarne il desiderio di uguaglianza e giustizia.

Il calcio, il gioco-idolo dell’età contemporanea, si presta perfettamente a questo scopo. Con il suo giro di affari che si aggira sui 9 miliardi di euro annui, il calcio intrattiene e distrae circa 40 milioni di Italiani.

In fondo che cos’è il calcio? Un gruppo di 22 persone, suddiviso in due sottogruppi, che rincorrono una palla prendendola a calci su un prato per 90 minuti.

Intorno ad essi ci sono circa 80 mila persone che li guardano per due ore, più milioni di persone che li guardano in televisione.

Poi qualche partita spesso finisce sulle prime pagine dei giornali, alimentando discussioni e pettegolezzi per giorni e giorni.

Fin qui nulla di male. Certamente tutti gli sport sono divertenti da giocare e divertenti da guardare. Eppure, se si distoglie per un attimo lo sguardo dalla sua valenza ludica, si avverte quasi una sorta di regia occulta finalizzata a rendere il gioco del calcio uno dei maggiori business internazionali e un raffinato anestetico sociale.

Secondo i dati diffusi dalla lega calcio, i ‘sostenitori’ italiani del gioco del calcio sono circa 37 milioni di persone, i quali contribuiscono, con soldi propri, ad alimentare un giro di affari (compreso l’indotto) che si aggira sui 7,5 miliardi di euro, quasi il 5% del PIL italiano. Degli 8 miliardi raccolti dalle scommesse, quasi il 90% delle puntate deriva dal calcio. Lo stato italiano, dall’industria del calcio, ricava più di 1 miliardo di euro.

Se i dati economici sono impressionanti, quello che sconcerta davvero è il fenomeno della tifoseria, o meglio, di quello che può definirsi a tutti gli effetti il “fanatismo calcistico”. I tifosi sono ovunque, provengono da ogni fascia socio-economica e sembrano moltiplicarsi di anno in anno.

Ma come ha fatto il calcio a diventare così popolare tra tutte le classi della società? Per cercare di comprendere il fenomeno bisogna fare un balzo indietro nel tempo. La patria del calcio moderno è l’Inghilterra, e in particolare, i college britannici. Il calcio nacque infatti intorno al 1870 come sport riservato esclusivamente all’élite aristocratiche ed economiche del paese: il football fu inizialmente praticato dai giovani delle scuole più ricche e delle università.

Curiosamente, uno sport destinato ai ricchi aristocratici, nei pochi anni successivi si è poi diffuso a macchia d’olio alle basse classi popolari ed operaie delle periferie industriali. E come se improvvisamente i contadini cominciassero ad interessarsi al gioco del polo. Eppure, questo passaggio immediato del calcio dalla classe più alta alla classe più bassa della società non è avvenuto senza uno scopo.

Prima che si affermassero l’era industriale, le nuove tecnologie e le fabbriche, gli uomini vivevano generalmente della loro terra. La rivoluzione industriale comportò un generale stravolgimento delle strutture sociali, attraverso una impressionante accelerazione di mutamenti che portò nel giro di pochi decenni alla trasformazione radicale delle abitudini di vita, dei rapporti fra le classi sociali, e anche dell’aspetto delle città.

Nasce così la classe operaia che riceve, in cambio del proprio lavoro e del tempo messo a disposizione per il lavoro in fabbrica, un salario. Sorge anche il capitalista industriale, imprenditore proprietario della fabbrica e dei mezzi di produzione, che mira a incrementare il profitto della propria attività.

Alla fine del 19° secolo, c’era qualcosa che si diffondeva molto rapidamente nelle classi operaie europee: il movimento operaio generato dalla ribellione alle pessime condizioni lavorative. Queste associazioni si ponevano generalmente l’obiettivo di migliorare – attraverso le lotte sociali e le riforme – i salari e le condizioni di vita chiedendo, fra l’altro, la riduzione dell’orario lavorativo e la tutela del lavoro minorile e femminile. Tutto ciò minava alla base lo strapotere dei capitalisti industriali e dell’élite al potere.

Ed è in questo contesto che il gioco del calcio, meraviglie delle meraviglie, è diventato popolare. L’idea di fondo era quella di distogliere la rabbia dei lavoratori dalla schiavitù industriale e dai ricchi capitalisti, creando una serie di squadre cittadine che si sfidassero in un gioco-sport capace di sublimare la frustrazione degli operai e sfogare l’aggressività nei confronti degli avversari. A distanza di più di un secolo, possiamo affermare che la missione è riuscita perfettamente.

Viene da chiedersi allora se la passione sportiva sia un fenomeno naturale, o se gli appassionati siano indotti a desiderare lo sport? Il fanatismo sportivo è stato creato dall’élite al potere per distrarre le persone mentre saccheggiano i nostri diritti e la nostra libertà, istupidiscono i nostri figli e devastano il nostro patrimonio naturale, culturale ed economico. Utilizzando tecniche di “distrazione di massa”, questi venditori di fumo focalizzano l’attenzione del pubblico altrove, mentre compiono il loro saccheggio.

È ovvio che non è lo sport in quanto tale ad essere il problema, ma il modo in cui viene manipolato da questa gente senza scrupoli, il cui solo obiettivo vitale è il potere, il controllo e la ricchezza. Il fanatico dello sport non si rende conto di essere uno “schiavo”.

Non è difficile paragonare costoro agli animali del circo che dopo un addestramento severo e serrato dimenticano il loro habitat naturale e cominciano a saltare e ballare al comando dei loro padroni: sembra quasi che accettino la schiavitù, diventando una parodia della loro vera essenza naturale.

In altre parole, la nascita del fanatismo sportivo, e dei ricavi ad esso associati, è voluta e manipolata. L’élite, a quanto pare, approfitta del largo consenso suscitato dallo sport (come per la musica), costringendo le persone ad interessarsi primariamente di calcio, piuttosto che di cultura, politica, economia, diritti e arte, tutte attività che elevano l’animo dell’uomo. Quali sentimenti suscita invece uno sport così concepito?

Rabbia, odio, violenza, istupidimento, volgarità e divisione.

Ma noi italiani non abbiamo memoria…

3 Replies to “Panem et circenses”

  1. I politici ad ogni latitudine conoscono perfettamente le conseguenze del “panem et circenses”, in primis colui che utilizzò le proprie televisioni proprio per questo motivo (oltre che per celebrare la propria ascesa).
    E’ tutto ovvio, per chi lo vuole vedere: gli spettacoli (sportivi, televisivi, musicali…) sono anch’essi un mezzo per calmierare il popolo, per distrarlo, per farlo sfogare, o per indottrinarlo.
    Anzi, il meccanismo della fake news è proprio figlio di questo metodo di indottrinamento di massa: persone che prendono per oro colato quanto guardano o sentono dire, senza più capacità propria di elaborazione e ragionamento.
    Obiettivo raggiunto, purtroppo.

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