Un genio nel pallone

Dopo settimane di indiscrezioni, il 27 aprile 2018 è arrivata la conferma direttamente da Andres Iniesta che, in lacrime e dopo 22 anni, 6 nelle giovanili e 16 in prima squadra, ha annunciato in conferenza stampa la decisione di lasciare il Barcellona.

Con i catalani il centrocampista ha vinto 31 trofei: 4 Champions League, 3 Supercoppe europee, 3 Mondiali per club, 8 scudetti, 7 Supercoppe di Spagna e 6 Coppe di Spagna.

Forse è stato il giocatore che più di altri ha incarnato il prototipo di calciatore moderno: se per quanto mi riguarda, Roberto Baggio è stato la “fantasia”, Iniesta è stato la “universalità”, un giocatore trasversale (cioè ammirato anche dai suoi avversari), oltre che un grande uomo.

Un corpo normale al servizio di una mente superiore, calcisticamente parlando, così vicino all’uomo comune e così lontano dall’immagine del calciatore medio, ora tutto social e comunicazione.

Roberto Baggio e Andres Iniesta, non solo dal punto di vista tecnico, sono e saranno sempre i miei calciatori preferiti.

Ma da qualche tempo ho riscoperto un calciatore che un posto, nella formazione ideale, secondo me se lo potrebbe giocare, se non fosse che… non ha mai giocato. O meglio, ha giocato molto poco.

Ma faccio prima a raccontarvi la sua storia.

Il piccolo Carlos, nelle vie di Rio de Janeiro, passava le giornate insieme agli altri “meninos de rua” a giocare a piedi nudi con una palla di stracci.

Al contrario degli altri, però, la palla non la toccava mai: se la palla andava a sinistra, lui andava a destra; se andava avanti, lui tornava indietro.

Ma era tenace, il piccolo Carlos, e trasformò il suo corpo in sovrappeso in un corpo muscoloso: voleva fare il calciatore.

Ma come poteva, se non era capace? Iniziò a frequentare i locali più famosi di Rio, conoscendo calciatori come Rocha, Renato Gaucho, Romario e diventandone migliore amico.

Ricardo Rocha, difensore brasiliano del Real Madrid, lo descrisse così:

“Gli unici problemi Carlos ce li aveva con la palla. Diceva di essere un attaccante, ma non ha mai fatto un gol né un assist. Diceva sempre di essere infortunato. Non aveva talento ma era un tipo simpatico. Tutti gli volevano bene.”

Carlos Henrique Raposo, ormai ventenne, strappò un ingaggio nientemeno che al Botafogo. Dicevano assomigliasse a Beckenbauer, da lì il soprannome senza il quale in Brasile non sei nessuno: Kaiser.

Ora il problema di Carlos era non far capire che a calcio non ci sapeva proprio giocare. Ma il “Kaiser” aveva più di un asso nella manica: “Chiedevo a un mio compagno di scontrarsi con me in area di rigore e poi dicevo che mi faceva male un muscolo e stavo 20 giorni fermo. Quando le cose sono diventate più difficili mi sono fatto amico un dentista che mi faceva finti certificati medici che attestavano che avevo problemi fisici. Tiravo avanti così.”

Una domanda sorge spontanea: come faceva il Kaiser a convincere i suoi compagni di squadra? “Se il ritiro era in un albergo, io ci andavo due o tre giorni prima portando con me una decina di ragazze e affittavo loro le stanze sotto quelle prenotate per la squadra. Così di notte nessuno doveva lasciare l’albergo, bastava scendere le scale.”

Facile, no?

Ma ovviamente non faceva solo questo.

Il Kaiser girava con uno di quei proto-cellulari fingendo conversazioni in cui millantava l’interesse di grandi club europei. “No presidente, lo so che giocare al Bernabeu sarebbe fantastico, ma sto bene qui”. Spesso lo faceva in inglese. Meglio, inventando parole a caso.

Più verosimilmente i suoi amici campioni importanti al momento di accordarsi coi vari club mettevano come condizione anche l’ingaggio del Kaiser, presunto attaccante, che li faceva stare allegri.

Ugualmente risulta abbastanza misterioso immaginare com’è che l’anno dopo sia finito al Flamengo. Dove – indovinate – in tutto ha giocato zero partite, e zero minuti. Facendosi però valere parecchio nelle notti di Rio.

Carlos Henrique Raposo era il miglior organizzatore di feste del Brasile: intratteneva i compagni a ritmo di samba e con la sua arte affabulatoria riusciva a distrarli dai loro pensieri. Era capace di offrire spensieratezza e questo bastava per convincere chiunque a offrirgli aiuto.

Per cambiare squadra a Carlos bastava poco: la raccomandazione di qualche giocatore come Renato Gaucho che lo definisce “uno dei più grandi attaccanti con cui avesse mai giocato” e un paio di buoni articoli scritti da un giornalista disponibile. E infatti il Kaiser riuscì a vestire alcune delle maglie più importanti del Brasile e non solo: dal Botofago passò al Flamengo, poi Puebla in Messico e El Paso Patriots in Texas, mantenendo costante la sua media di 0 gol segnati in 0 partite disputate.

Poi, il capolavoro.

“Bangu ha il suo re”.

Incredibile solo a pensarlo, fu proprio questo il titolo con cui i giornali lo accolsero dopo il passaggio al Bangu dal Texas.

Del resto al patron della squadra Castor de Andreade, magnate delle scommesse illegali, non occorreva chiedere due volte per ottenere quello che desiderava. E lo stesso valeva per l’allenatore del Bangu.

Durante una partita in cui la sua squadra perdeva 2-0, Andreade, tramite un walkie-talkie, ordinò di far scendere in campo il nuovo acquisto. In questa occasione il Kaiser dimostrò di meritare davvero il suo soprannome.

“La partita era in corso, l’allenatore mi disse che aveva chiamato il presidente e che volava che entrassi. Di andarmi a scaldare. Ero terrorizzato. Mentre correvo a bordo campo un tifoso mi ha chiamato finocchio, perché avevo i capelli lunghi. Non ci ho pensato un attimo, ho saltato la recinzione e mi sono messo a fare a botte. Ovviamente sono stato espulso prima ancora di entrare in campo. Ero salvo”.

Per poco, perché dirigenti e tecnici del Bangu erano un tantino alterati. Ma in spogliatoio il Kaiser si è superato. “Dio mi ha dato un padre e me l’ha tolto – ha detto all’allenatore – e adesso mi ha dato te. Quel tifoso ti stava insultando, e io non potevo permetterlo”. L’allenatore lo baciò in fronte, e gli rinnovò il contratto per sei mesi.

Poi il Kaiser è stato ancora al Vasco da Gama, alla Fluminense, dove sarebbe entrato in campo addirittura 15 volte, almeno stando a Wikipedia. Poi all’America. E da lì nella serie B francese, in Corsica, all’Ajaccio.

Quello che non si aspettava è che la sua fama avesse già varcato l’oceano e al suo arrivo in Francia ci fosse uno stadio pieno di tifosi ad accoglierlo.

“Lo stadio era piccolo ma pieno di tifosi. Pensavo che avrei dovuto solo fare qualche corsetta e salutarli, ma quando sono arrivato in campo ho visto che c’erano dei palloni e ho capito che avrei dovuto allenarmi sul serio. Sono diventato nervoso, avevo paura che dal mio primo allenamento avrebbero capito che non sapevo giocare.”

Come ne uscì? In modo geniale, come sempre.

“Mi sono avvolto nella bandiera della Corsica e ho iniziato a raccogliere tutti i palloni e a lanciarli ai tifosi. Nel frattempo salutavo e mandavo baci. La folla era impazzita. Alla fine sul campo non c’erano più palloni.”

Per il Kaiser niente può essere duraturo e così, solo dopo un anno, fa il suo rientro in Brasile per indossare prima la divisa Fluminense, poi quella del Vasco de Gama.

Da Ajaccio lui dice di essere passato all’Independiente, di aver vinto la Libertadores. Ma da Avellaneda, l’area di Buenos Aires dov’è la sede del club, comunicano che non sanno chi sia questo Kaiser. Nel 1984 avevano un Carlos Henrique, che figura anche in alcune foto ufficiali, ma era un argentino.

Del resto ancora Ricardo Rocha affermò: “In una gara di bugie col Kaiser, Pinocchio perderebbe di sicuro”.

Uno che ha avuto una carriera lunga 26 anni, in cui forse ha giocato in tutto 34 partite, più probabilmente una trentina di spezzoni di partite e due o tre complete, firmando sempre regolari contratti con Botafogo, Flamengo, Fluminense, Vasco da Gama (cioè tutti e 4 i grandi club di Rio!) più molti altre squadre comprese alcune in Messico, Stati Uniti, Francia, che cos’è, se non uno stramaledetto genio prestato al pallone?

 

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