Storia, magistra vitae – Unità d’Italia

Che siamo un popolo litigioso, l’ho già raccontato altre volte in queste pagine. In “Carbonaro di calcio”, ad esempio, parlai del campanilismo.

Ma il calcio, in fondo, è uno spettacolo, quindi, tranne quelli che usano il calcio come scusa (parlo di quei teppisti che si proclamano tifosi, usando nomi tipo “hooligans”, “ultras”, ma che in realtà vanno allo stadio solo per fare casino), le discussioni lasciano il tempo che trovano.

Ovviamente le discussioni su religione e politica sono più profonde e, filosoficamente parlando, hanno un maggiore impatto sull’animo umano.

Grazie all’azione demolitrice della classe dirigente italiana, ci si sta allontanando sempre più dalla politica e in generale dalla gestione della cosa pubblica, ad esclusione di qualcuno che però si interessa di ciò che accade solo a livello locale.

In fondo, che ci frega dei porti se abitiamo in montagna (e viceversa)?

Questa mentalità, che a Taranto si chiama “scemenefuttammè” (cosa vuoi che me ne importi), non aiuta la crescita di un popolo, ma lo frammenta sempre più. E gli italiani da questo punto di vista erano già messi bene in principio, come ho detto in “Storia magistra vitae – Italia”.

Ma perché, pur essendo unita geograficamente dal 1861, non lo è nei fatti?

Facciamo un passo indietro.

Nel 1849 tramontò il progetto di confederazione tra gli Stati della penisola (come volevano moltissime personalità di spicco della politica italiana dell’epoca, dal piemontese Massimo d’Azeglio al toscano Bettino Ricasoli e al federalista lombardo Carlo Cattaneo) per il ritiro delle truppe pontificie e successivamente borboniche, nel sostegno a Carlo Alberto durante la prima guerra d’indipendenza.

Successivamente il Regno d’Italia nacque nel 1861, dal Regno di Sardegna, privato (nel 1860) della Contea di Nizza e del Ducato di Savoia (richiesti dalla Francia di Napoleone III e ceduti in cambio dell’aiuto militare ricevuto contro gli austriaci), dopo l’annessione plebiscitaria dei territori della Lombardia, delle Province Unite del Centro Italia, delle Marche, dell’Umbria e di quelli che costituivano il Regno delle due Sicilie; annessione resa possibile dalla vittoria franco-piemontese nella Seconda guerra d’indipendenza italiana (1859) e dall’esito positivo della spedizione garibaldina contro il regno delle Due Sicilie nel meridione (1860).

Il regno d’Italia fu retto dalla sua nascita alla sua caduta, nel 1946, dalla dinastia reale dei Savoia. Poi venne la Repubblica e ancora oggi abbiamo quella forma di governo.

Ma questa è la storia che c’è sui libri.

Ma, come ho già detto e raccontato in altre puntate di “Storia, magistra vitae”, la Storia la scrivono i vincitori…

Una parentesi. Lo so, Mario, che si dice “Historia, magistra vitae”. La mia decisione di nominare “Storia, magistra vitae” le puntate dedicate alla storia sul mio blog è per facilitare la ricerca su Google. Prova a fare una ricerca (tra virgolette) delle due versioni e vedi quale delle due ricerche punta al mio blog.

Chiusa parentesi, dicevo che la storia la scrivono i vincitori.

E ci hanno riempito la testa con “Garibaldi eroe dei due mondi”, “unità d’Italia”, “spedizione dei mille” e lo hanno ripetuto così tante volte che ancora oggi la maggioranza delle persone crede che una volta sbarcato a Marsala, Garibaldi fu accolto da ali festanti di folla che gli regalavano le chiavi della città. Ma non andò proprio così.

Ogni guerra ha bisogno di una strategia e ogni strategia è figlia di uno stratega, pronto anche a dettare, a posteriori, la versione dei fatti dal punto di vista dei vincitori.

Se la Germania avesse vinto la seconda guerra mondiale, quello che c’è sui libri di storia sarebbe diverso? Secondo me sì.

Chi era lo stratega della conquista del Regno delle Due Sicilie?

Marco Ezechia Lombroso, detto Cesare (Verona, 6 novembre 1835 – Torino, 19 ottobre 1909), è stato un medico, antropologo, sociologo, filosofo e giurista italiano, è stato il fondatore dell’antropologia criminale.

Le sue teorie si basavano sul concetto del criminale per nascita, secondo cui l’origine del comportamento criminale era insita nelle caratteristiche anatomiche del criminale, persona fisicamente differente dall’uomo normale in quanto dotata di anomalie e atavismi, che ne determinavano il comportamento socialmente deviante.

Di conseguenza, secondo lui l’inclinazione al crimine era una patologia ereditaria e l’unico approccio utile nei confronti del criminale era quello clinico-terapeutico.

Le sue teorie sono oggi riconosciute prive di ogni fondamento. Lombroso fu anche radiato, nel 1882, dalla Società italiana di Antropologia ed Etnologia.

L’interesse di Lombroso per i poveri, gli emarginati, i folli era presente fin dagli anni giovanili, quando, giovane medico, girava per le campagne lombarde, distribuendo opuscoli, stampati a proprie spese, ai contadini vittime della pellagra.

Nel 1859, arruolatosi nel Corpo Sanitario Militare durante la campagna di repressione del brigantaggio, fu inviato per tre mesi in Calabria. Qui Lombroso affrontò lo studio delle popolazioni calabresi in rapporto al linguaggio e al folklore. L’interesse per il fenomeno della delinquenza sorse nel 1864, osservando i tatuaggi dei soldati e le frasi oscene tatuate che distinguevano, secondo lui, “il soldato disonesto in confronto all’onesto”.

Nel 1871 Lombroso ottenne la direzione del manicomio di Pesaro dove elaborò una proposta che sottopose alle autorità ministeriali: la creazione di manicomi criminali destinati agli alienati che delinquevano e agli alienati pericolosi.

L’antropologia criminale è una scienza empirica e quindi si basa su un sistema di ipotesi, ma Lombroso tentò di dar loro oggettività senza dimostrarle adeguatamente.

La teoria dell’uomo delinquente fu formulata anche a scopo ideologico. Lombroso voleva inserirsi nel dibattito politico di quegli anni per aiutare, con il supporto della scienza, l’Italia postunitaria sul fronte del controllo sociale, e risolvere una volta per tutte il fenomeno della questione meridionale e del brigantaggio postunitario. Questa impostazione gli attirò severe critiche da parte di noti intellettuali dell’epoca. Nonostante le sue radici socialiste, fu aspramente criticato da Napoleone Colajanni, che raccolse in un libro i suoi biasimi, e da Antonio Gramsci, che nel 1926 scrisse: “È noto quale ideologia sia stata diffusa in forma capillare dai propagandisti della borghesia nelle classi settentrionali: il Mezzogiorno è la palla di piombo che impedisce i più rapidi progressi allo sviluppo civile dell’Italia; i meridionali sono biologicamente degli esseri inferiori dei semibarbari o dei barbari completi, per destino naturale”. Lombroso non è esplicitamente nominato, ma si intuisce chiaramente il riferimento alla sua persona. Anche Lev Nikolaevic Tolstoj (che in base alla bruttezza lui aveva classificato “di aspetto cretinoso o degenerato”) arrivò a definirlo come un “vecchietto ingenuo e limitato”.

L’impostazione scientifica lombrosiana è da alcuni ritenuta la base delle teorie razziste del fascismo e del nazismo, nonché della legittimazione della pena di morte.

Lombroso fondò anche un museo.

Nel 1876 Lombroso ospitò la sua raccolta – accumulata a partire dal 1859, quando era ufficiale medico dell’esercito – in casa, ingombrandola “di scheletri e di casse del Museo”.

L’anno dopo la raccolta venne trasferita nel Laboratorio di via Po 18 e nel 1884, dopo aver partecipato alla mostra di antropologia dell’Esposizione generale italiana con due vetrine: una “pellagrologica” e una in cui esponeva “crani anomali, maschere, tatuaggi, fotografie di criminali, corpi di reato, pugnali, carte da giuoco, … disegni e oggetti appartenuti o fabbricati dai criminali…”, si convinse di esporre tutto ciò al pubblico.

Dopo varie vicissitudini, e dopo la chiusura per mancanza di fondi, il museo è stato riaperto nel 1985.

Nonostante gli allestitori del museo abbiano dichiarato che esso sia stato concepito con una funzione educativa intesa a mostrare come la costruzione della conoscenza scientifica sia un processo che avanza grazie alla dimostrazione non tanto di verità, quanto della falsificabilità di dati e teorie che non resistono a una critica, il museo è oggetto di contestazioni da parte di un “Comitato No Lombroso” che chiede inoltre che le teorie criminologiche di Cesare Lombroso vengano rimosse dai libri di testo e le commemorazioni odonomastiche e museali a nome “Cesare Lombroso” sospese.

Ma i reperti presenti nel museo, da dove venivano?

Alcuni erano stati ottenuti da Lombroso grazie a una circolare del 1909 rilasciata dall’allora Ministro di Grazia e Giustizia Orlando, il quale ordinò che fossero trasferiti presso il museo lombrosiano tutti i corpi del reato conservati nelle cancellerie del regno e destinati alla distruzione, con lo scopo di incrementare “una specie di raccolta sperimentale, che presti lumi e sussidio alle ricerche degli studiosi del mondo del delitto”.

Altri erano stati trafugati dallo stesso Lombroso dai cimiteri di campagna per poi studiarne con comodo la conformazione. Ai contadini che, ignari, gli chiedevano cosa trasportasse con sé rispondeva: “zucche”.

Altri venivano dal Sud Italia. E qui c’è un collegamento con quello che accennavo all’inizio.

Garibaldi e le sue truppe seminarono il terrore in molte popolazioni del sud Italia macchiandosi di crimini sanguinosi come la decapitazione e lo sgozzamento di molti oppositori.

Quindi al museo ci sono anche teste mozzate di “Patrioti” del Regno delle due Sicilie, che si opponevano alla barbarie e alla ferocia dei Piemontesi invasori ed assassini. Vista dal punto di vista degli sconfitti.

Ma il 1860 fu l’anno della grande catastrofe per la Sicilia e per l’Italia meridionale. Fu l’anno in cui in queste pacifiche regioni, eredi della grande civiltà della Magna Grecia, irruppero i “tagliatori di teste” provenienti dal Piemonte. Bisogna chiarire che l’espressione “tagliatori di teste” non è una battuta spiritosa di cattivo gusto, ma è la presentazione di una tragica realtà documentata da fotografie che mostrano le sanguinolente teste di partigiani del Sud tagliate e messe in gabbie di vetro a monito per le atterrite popolazioni meridionali.

Alcune di quelle teste sono esposte nel museo Cesare Lombroso, nonostante diverse associazioni ne hanno chiesto la chiusura e alcune famiglie hanno chiesto indietro i resti dei loro parenti.

Nel 1863 un altro sabaudo inventò i “lager”, e le “vasche di calce” per scioglierci dentro i cadaveri dei reclusi soccombenti borbonici. 5212 condanne a morte, 6564 arresti, 54 paesi rasi al suolo, 1 milione di morti. Queste le cifre della repressione consumata all’indomani dell’Unità d’Italia dai Savoia.

La prima pulizia etnica della modernità occidentale operata sulle popolazioni meridionali dettata dalla Legge Pica, promulgata dal governo Minghetti del 15 agosto 1863.

Questa legge istituiva, sotto l’egida savoiarda, tribunali di guerra per il Sud ed i soldati ebbero carta bianca, le fucilazioni, anche di vecchi, donne e bambini, divennero cosa ordinaria e non straordinaria. Un genocidio la cui portata era mitigata solo dalla fuga e dall’emigrazione forzata, nell’inesorabile comandamento di destino: “O briganti, o emigranti”.

Dopo la caduta repentina dell’ormai consunto apparato borbonico, il governo sabaudo si ritrovò a dover fare i conti una massa davvero ingente di militari napoletani sbandati. In pochi mesi a quei militari che erano stata fatti prigionieri nel corso degli eventi bellici si aggiunsero tutti coloro che, per non sottostare alla leva obbligatoria, dopo essersi rifugiati sulle montagne trasformandosi in briganti, erano stati catturati nel corso dei vari rastrellamenti. Il governo sabaudo, trovandosi di fronte a una vera e propria emergenza che rischiava di esplodere da un momento all’altro (tutto il Meridione era infatti infiammato dalla rivolta brigantesca), in un primo momento si limitò a rinchiudere tali prigionieri nelle malsane e insufficienti carceri del Sud. Subito dopo, però, intuendo la pericolosità della situazione, escogitò un “piano di evacuazione” trasferendo specialmente via mare, gli ex soldati borbonici al nord, lontano dai focolai di rivolta.

Iniziò così, una vera e propria deportazione in grande stile.

Il porto d’arrivo dei bastimenti carichi di prigionieri era soprattutto Genova; da qui venivano subito smistati nelle varie località di destinazione. Le principali erano: Fenestrelle, piccola località ad un centinaio di chilometri da Torino, dove esisteva un’imponente fortezza a San Maurizio Canavese, alle porte di Torino, e poi Alessandria, Milano, Bergamo e Genova.

In quei luoghi, veri e propri lager ante litteram, oltre 40.000 mila persone furono fatte deliberatamente morire per fame, stenti, maltrattamenti e malattie. Erano stretti insieme assassini, sacerdoti, giovani, vecchi, miseri popolani e uomini di cultura. Senza pagliericci, senza coperte, senza luce, in posti dove la temperatura era quasi sempre sotto lo zero, vennero smontati i vetri e gli infissi per rieducare con il freddo i segregati. Pochissimi riuscirono a sopravvivere. I corpi (non erano ancora in uso i forni crematori) venivano disciolti nella calce viva contenuta in una grande vasca. Una morte senza onore, senza tombe, senza lapidi e senza ricordo affinché non restassero tracce dei misfatti compiuti.

Ancora oggi, entrando nella fortezza di Fenestrelle, su un muro è ancora visibile l’iscrizione “Ognuno vale non in quanto è ma in quanto produce” (vi ricorda qualcosa?).

Nessuno ha intenzione di inseguire sogni nostalgici o anacronistiche restaurazioni, ma la vera forza di una democrazia si misura anche nella capacità di non negare la verità storica, insabbiando episodi che sarebbero imbarazzanti.

Cercando su Internet la voce “Fenestrelle”, si può trovare l’itinerario turistico di quella località, senza nessuna menzione al passato. Ma sul sito http://www.duesicilie.org/caduti è possibile ritrovare i nomi, con data di nascita e provenienza di alcuni martiri di Fenestrelle, nel periodo compreso tra il 1860 e il 1865. Erano poco più che ragazzi: il più giovane aveva 22 anni, il più vecchio 32.

E quelli che hanno provato a restituire ai meridionali quello che gli era stato sottratto non hanno avuto sorte migliore.

Enrico Mattei, il 27 ottobre del 1962, tenne un discorso memorabile a Gagliano Castelferrato (Enna), dove disse ai siciliani che il petrolio trovato nelle loro terre gli avrebbe portato benessere e avrebbe fatto in modo che la gente non emigrasse più e che, anzi, sarebbero ritornati gli emigrati.

E poche ore dopo, l’aereo che riportava Mattei a casa esplose.

Che sfortuna…

6 pensieri riguardo “Storia, magistra vitae – Unità d’Italia

  1. L’Italia settentrionale e meridionale ebbero storie separate dalla caduta dell’Impero Romano, a metà ottocento pur con sensibili differenze settoriali, erano ambedue terre povere, in ritardo rispetto al altri paesi europei; se facciamo un confronto, notiamo che il Nord aveva una maggiore alfabetizzazione, il Sud un tenore di vita migliore. Tutto ciò può essere confortato con dati di supporto. Dopo l’Unità d’Italia il Sud fu trattato da colonia per lo meno fino alla fine del secolo, se non oltre, e perse il treno dello sviluppo.

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  2. Italia, unita di nome ma non di fatto.
    Ma non dimentichiamo che moltissime nazioni al proprio interno soffrono di divisioni o etniche o culturali: Regno Unito, Spagna, Grecia, Paesi Bassi, Germani, Russia, Cina, Romania, Ucraina… e moltissimi altri.
    Ci sono forti movimenti indipendentisti, che talvolta portano al sorgere di nuove nazioni o a nuove regioni/territori autonomi.
    In Italia ci si sopporta un po’, le differenze ci sono, ma per fortuna non ci sono guerre intestine o lotte per staccarsi dalla madre patria.

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