Scienza e tecnica

Giorni fa ho intrapreso una discussione con amici sulla differenza tra scienza, tecnica e tecnologia. Come sempre in questi casi, ci si è scontrati sul problema linguistico della definizione dei termini.

In origine le due parole greche tekhné ed epistéme, la cui distinzione di significato, inizialmente, era molto sfumata, potevano essere tradotte con arte, perizia, abilità. A partire da Aristotele tuttavia il senso del primo termine si avvicinò gradualmente a quello della parola “mestiere”, mentre il secondo si spostò verso “sapienza, conoscenza”. In sostanza la tekhné diventa il sapere concreto, l’epistéme il sapere astratto.

Per rendere più chiare queste definizioni faccio un esempio. La nozione che in un triangolo rettangolo il quadrato costruito sull’ipotenusa è la somma dei quadrati costruiti sui cateti era già nota al tempo degli egiziani. Essa veniva usata regolarmente nella spartizione delle terre o nella costruzione degli edifici, era cioè parte del bagaglio tecnico necessario alla realizzazione di strumenti specifici. Tutta la matematica degli egiziani era tecnica.

Quando in età ellenistica si inventò il metodo dimostrativo, ossia la costruzione di una matematica con un procedimento logico-deduttivo a partire da una serie di assiomi fondamentali, la matematica cessò di essere una tecnica e divenne un sapere di tipo scientifico. L’affermazione sui triangoli rettangoli prese il nome di teorema, e pur se applicabile alla realtà cessò di essere un’affermazione sulla realtà stessa ma divenne un oggetto di un sistema astratto, la geometria euclidea.

Infine il termine tecnologia: essa può essere definita come “tecnica scientifica”, ossia una tecnica che non si avvale più della sola pratica empirica, ma studia e sfrutta le conoscenze teoriche acquisite dalla scienza per inventare nuovi prodotti e nuovi mezzi per produrli.

Nel mondo di oggi, iper tecnologizzato, si fanno molte analisi sulla tecnologia, ma il rischio è sempre quello di rimanere incastrati in una sorta di circolo vizioso, in cui si parla di tecnologia con linguaggio tecnologico.

Secondo me, per analizzare la tecnologia, bisogna parlare del senso della tecnica.

Oggi tecnica e scienza non rappresentano solo un apparato pratico, costituito cioè da tutti i dispositivi che ci circondano, ma anche un paradigma universale di conoscenza, quello delle leopardiane “magnifiche sorti e progressive”, secondo il quale la conoscenza è oggettivazione, schematizzazione, misurazione, calcolo, riduzione di tutto e tutti in informazioni, dati maneggiabili.

Possiamo provare a fare analisi sullo sfruttamento delle nuove tecnologie ai fini del controllo sociale, sui cosiddetti big data, sull’impatto psicologico e sociale delle nuove tecnologie sulle nostre vite, sul ruolo delle tecnologie nell’industria dell’intrattenimento, di cui è parte anche l’industria culturale, sul futuro della società iper tecnologica, sull’impatto della tecnologia sull’arte e così via.

Ma tutte queste analisi le possiamo fare anche dal punto di vista della tecnica?

E’ molto difficile, perché qualsiasi risposta si dia alla questione della tecnica, questa risposta deriverà sempre dal senso che, consapevolmente e o meno, attribuiamo alla tecnica stessa.

Cioè, gli scopi e le conseguenze ancora dicono poco o niente sul significato.

Automaticamente dunque, ci si pone, in uno schema binario, o pro-tecnologia o contro-tecnologia.

Ma io non vorrei né mitizzare né demonizzare, ma comprendere il fenomeno che abbiamo di fronte, a partire dalla sua essenza.

Per chiarire cosa intendo provo a fare un esempio per mostrare come sia il modo in cui ci poniamo, o meno, la domanda sul senso della tecnica a decidere della nostra visione della tecnologia.

Se, ad esempio, l’essenza della tecnica moderna è vista come “imposizione”, che riduce tutti e tutto a disposizione per qualsiasi manipolazione, ne deriva allora che la problematica fondamentale che abbiamo di fronte nel mondo occidentale, non sia un problema di ordine pratico, o finanziario o altro, bensì una questione concettuale, ontologica, metafisica, che solo come sua conseguenza produce esiti pratici.

Stando così le cose, non sorprende che nel mondo iper tecnologizzato in cui viviamo, quando si parla di tecnologia si dice tutto sulle sue manifestazioni e niente sulla sua essenza. Questo dipende dal fatto che parliamo della tecnologia (e di qualsiasi altra cosa) con il linguaggio di questa tecnologia, ovvero in termini di calcoli e misurazioni, e non di significati.

Il tecnico, l’esperto, lo specialista, il professionista, il manager sono gli individui più servili e ciechi di fronte alla potenza della tecnica, poiché sanno tutto sul come e niente sul perché, spesso anche confondendo il secondo con il primo.

E le cose non cambiano nel mondo che in teoria dovrebbe insegnare a distinguere tecnica da tecnologia, cioè l’università.

Se non vogliamo continuare ad andare avanti in modo miope, dobbiamo sempre tenere presente la questione del senso di quello che facciamo, tecnica inclusa.

Un buon punto di partenza potrebbe essere quello di tenere presente come nel mondo antico la parola tekhné significasse anche quello che nelle lingue moderne chiamiamo arte. Ecco, si potrebbe meditare su come tecnica e arte siano più vicine di quel che siamo abitualmente disposti a ritenere, fino all’estremo di poter essere la stessa cosa.

Non certo nel senso di una tecnologizzazione dell’arte, ma in quello di un’artisticità della tecnica.

Come abbiamo visto, la tecnica nasce prima della scienza; prima dell’età ellenistica tutte le conoscenze dell’antichità possono essere definite tecniche ma non tecnologie, in base alla nostra definizione di tecnologia come “tecnica scientifica”. È interessante notare come una tecnica non scientifica sopravviva anche dopo l’invenzione della scienza: la tecnica non fa ricorso cioè alla sole conoscenze teoriche prodotte dalla scienza per progredire, ma continua ad attingere a quella pratica empirica che si rivela inesauribile fonte di progresso. Accade addirittura che la scienza si rivolga alla tecnica per trarne materiale di studio. È il caso ad esempio della termodinamica, la branca della fisica nata per spiegare le trasformazioni legate al calore.

La termodinamica è oggi un sistema coerente, che ha modelli teorici ben definiti, nel quale valgono rigorose leggi matematiche (pensiamo al celebre “gas perfetto”). Le applicazioni della termodinamica sono molteplici: motori di ogni tipo, frigoriferi e altri sistemi termici. Ora bisogna sapere che molte di queste che abbiamo chiamato applicazioni della termodinamica nascono in realtà prima della termodinamica. Quando Carnot, considerato uno dei padri fondatori di questa branca della fisica, muove i suoi primi passi alla ricerca di principi teorici, le macchine termiche sono già esistenti e funzionanti. Basti pensare che il teorema di Carnot viene pubblicato nel 1824, il secondo principio della termodinamica (nell’enunciato di Kelvin) addirittura nel 1848: la prima macchina a vapore di Newcomen risale al 1705, mentre è del 1764 il brevetto della macchina a vapore di Watt. La termodinamica nasce per spiegare il funzionamento di macchine già costruite con metodi empirici.

Diverso è il caso dell’elettromagnetismo: le macchine elettriche vengono infatti sviluppate di pari passo con le teorizzazioni scientifiche del fenomeno. In questo caso si può parlare di tecnologia, e di una tecnologia che si sviluppa cronologicamente in sincrono con la scienza. Sfogliando un libro di fisica del tardo Ottocento non si può fare a meno di notare come la gran parte dei capitoli dedicati a elettricità e magnetismo sono descrizioni di macchinari. In altri casi questa sincronia non esiste, e lo sviluppo tecnologico segue di parecchi anni le teorie scientifiche: per esempio Einstein pone la basi teoriche per la costruzione del laser nel 1917, ma il primo laser viene costruito solo nel 1960.

Un aspetto interessante della stretta relazione fra tecnica è scienza è il rapporto fra scienziato e strumento. Lo strumento scientifico nasce con l’intento di estendere i sensi dello scienziato, permettendogli di rivelare informazioni sulla realtà altrimenti impercettibili. Galileo compie le sue rivoluzionarie scoperte astronomiche attraverso il cannocchiale da lui stesso inventato. A partire da Galileo, gli scienziati si sono quasi sempre costruiti da soli i loro strumenti, il cui funzionamento è sempre stato quindi a loro noto in dettaglio. Non avere questa conoscenza approfondita li avrebbe esposti a facili critiche: i primi dubbi sulle scoperte galileiane riguardarono proprio la presunta inattendibilità del suo cannocchiale.

Oggi questo scenario sta cambiando, e gli scienziati del XXI secolo si trovano talvolta a utilizzare strumenti che non conoscono in maniera abbastanza approfondita, primo fra tutti il computer. Questo cambiamento è dovuto in parte alle scelte educative: a partire dagli studi scolastici sta prendendo piede l’idea che non è necessario conoscere in dettaglio i fondamenti teorici degli strumenti che si utilizzano – strumenti tecnici come il computer e strumenti teorici come un teorema – quanto piuttosto essere in grado di usarli in situazioni pratiche, in vista di un rapido inserimento nel mondo del lavoro.

Piuttosto che conoscere come è fatto un computer, sarà allora più utile, secondo i sostenitori di questa linea, imparare a usare Excel e Power Point. Non possiamo non osservare che questo modo di procedere ricorda molto da vicino l’inquietante esempio delle catapulte romane.

I romani, non particolarmente avvezzi alla scienza “astratta”, preferivano dedicarsi alla riproduzione diretta delle catapulte a partire dai modelli greci piuttosto che allo studio delle teorie attraverso le quali tali modelli erano stati progettati. Il risultato fu che in pochi decenni, per un inevitabile sommarsi di errori nella “copia” da un modello all’altro, le catapulte persero tutta la loro efficacia e infine si rinunciò del tutto a costruirle.

Ho letto anche una storia che spiega meglio il rapporto tra uomo e macchina.

La storia è quella del meteorologo Edward Norton Lorenz, scopritore del caos deterministico. Nei primi anni Sessanta del secolo scorso Lorenz stava lavorando a un programma al computer – stiamo parlando dei primi computer, enormi macchine utilizzate prevalentemente per svolgere calcoli matematici – per la soluzione di equazioni di un certo modello meteorologico. Nel corso dell’analisi di una particolare soluzione, Lorenz constatò che, nell’eseguire due volte lo stesso programma partendo dagli stessi dati iniziali, si ottenevano due risultati completamente diversi.

Ciò è apparentemente impossibile: il computer è una macchina deterministica, e lo stesso dato iniziale deve produrre lo stesso risultato finale. Inizialmente si pensò ad un errore della macchina. Ma Lorenz, che conosceva bene come il suo computer era stato costruito, fu presto in grado di individuare il problema, che era nell’approssimazione delle cifre decimali. Il computer eseguiva i calcoli considerando sei cifre decimali, ma ne stampava solo tre: i due dati iniziali “identici” non erano tali in quanto uno era stato inserito ricopiandolo a mano dal dato stampato dall’elaboratore, l’altro era stato inserito direttamente dalla macchina; questi numeri differivano quindi di un decimillesimo.

Come era possibile che una differenza al decimillesimo producesse una differenza macroscopica nella soluzione finale? Dopo un approfondito studio, Lorenz si rese conto che per il suo sistema ciò era effettivamente possibile: il meteorologo aveva scoperto l’esistenza dei cosiddetti sistemi caotici, sistemi in cui a una piccolissima variazione del dato iniziale corrisponde un’enorme variazione del risultato finale (quest’idea fu poi condensata nella celebre affermazione “Può il batter d’ali di una farfalla in Brasile provocare un tornado in Texas?” con cui egli intitolò una conferenza sull’argomento ( argomento che ho già trattato su questo blog).

Lorenz, che conosceva in modo approfondito come era fatto un computer, fu in grado di dedurre da un apparente errore una delle più importanti teorie scientifiche del Novecento.

Ci domandiamo cosa farebbe un Lorenz del 2018: probabilmente chiamerebbe il sistemista dell’ufficio, un giovane laureando costretto a lavorare per pagarsi l’affitto di casa, che dopo aver spento e riacceso i due computer una dozzina di volte suggerirebbe sconsolato a Lorenz di cercare con Google se a qualcuno sia già capitato un problema del genere.

Ma non è quello che facciamo tutti?

5 pensieri riguardo “Scienza e tecnica

  1. Leggendo questo post ho immediatamente visualizzato la scena di Homer Simpson seduto al pannello di controllo della centrale nucleare che mangia ciambelle tra una dormita e l’altra senza aver minimamente idea di come funzioni la centrale e di quali siano i suoi compiti! 😀

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  2. Io dico che a volte lo sviluppo tecnologico è solo uno specchietto per le allodole.
    L’esempio classico è la lavatrice della nonna. La San Giorgio dei miei genitori, manuale e senza pulsantini e led luminosi, ha durato 35 anni, finché l’usura meccanica non l’ha resa inservibile. La mia lavatrice è durata 3 anni, con problemi elettronici ogni 6 mesi.
    Può essere che dipenda dall’uso che si fa della tecnologia, ma io sono dell’idea che va toccato e migliorato solo ciò che necessita veramente di essere migliorato.

    La vera tecnologia andrebbe finalizzata al benessere delle persone, quindi legata all’ambiente e alla medicina, per esempio. Tutto il resto non è vera tecnologia, ma solo cazzeggio.

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