Compagni di merengue

Se dieci anni fa qualcuno mi avesse detto: “Mi whatsappi la foto che hai twittato così la posto su Instagram?”, probabilmente avrei alzato un sopracciglio perplesso. Oggi, probabilmente, no.

Certo, dieci anni fa non esistevano né WhatsApp, né Instagram, e si parlava in modo differente. La lingua è cambiata e si è adeguata ai tempi.

Per esempio, dal linguaggio mutuato dal mondo dell’informatica fanno parte parole come bannare (bloccare l’accesso, escludere), loggarsi (effettuare un accesso), cliccare (parola onomatopeica per indicare di premere un pulsante), crackare (aggirare le protezioni di un programma), scrollare (scorrere la rotella del mouse per leggere una pagina sul web) o zippare (comprimere file in una cartella per occupare meno spazio).

Non solo nel linguaggio informatico si usano spesso vocaboli mutuati dall’inglese, ma anche nel mondo della comunicazione.

Ad esempio, i nubifragi vengono spesso definiti dai mass media italiani con il neologismo “bombe d’acqua”, libera traduzione del termine inglese cloudburst (esplosione di nuvola).

Oppure Gianni Brera, compianto giornalista sportivo scomparso nel ‘92, che oltre ai soprannomi dati ai calciatori, come Bonimba (Roberto Boninsegna), Deltaplano (Walter Zenga), Gran Bisiaco (Fabio Capello), Pelasgio (Bruno Conti), Puliciclone (Paolo Pulici) e Rombo di Tuono (Gigi Riva), inventò le parole “centrocampista”, “cursore”, “forcing”, “goleador”, “libero”, “palla gol” e “pretattica”, parole usate ancora oggi dai suoi colleghi.

Di tante espressioni, poi, l’origine si perde nella notte dei tempi.

Come “avere voce in capitolo”, per esempio. Il capitolo in questione è il “capitolum” di origine latina, cioè “collegio” o “consiglio”; la frase fatta deriva infatti dall’uso monastico di dare voce, durante il “Capitolo”, ovvero la riunione quotidiana di tutti i monaci, soltanto a quanti tra essi avessero già pronunciato i voti perpetui; per traslato, chi “non ha voce in capitolo” è meno importante, come appunto i novizi nel monastero.

Oppure “mettere i puntini sulle ‘i’”: infatti l’introduzione del segno grafico del puntino (all’inizio un piccolo accento acuto) sulla “i” minuscola, per distinguerla dalla m, dalla n e dalla u (tutte molto simili nell’alfabeto gotico) pur risalendo all’umanesimo, si diffuse soprattutto con l’avvento della stampa. Naturalmente, nei primi tempi l’innovazione fu rifiutata da molti professionisti della scrittura, che la ritenevano un’inutile pignoleria: a tutt’oggi l’espressione mettere i puntini sulle “i” stigmatizza l’atteggiamento eccessivamente scrupoloso del pignolo.

O “compagno di merende”. Chi non conosce questa espressione?

Prima di parlarne, facciamo un salto indietro di qualche anno.

20 dicembre 1968: sotto gli alberi di Natale di Vallejo, una cittadina della California a circa 30 miglia a nord di San Francisco, cominciano ad accumularsi i regali.

Sono le 23:15, il diciassettenne David Faraday si è fermato con la sua station wagon in un’area di parcheggio assieme alla fidanzata, Betty Lou Jensen. Qualcuno si avvicina all’auto e spara loro con una semi automatica calibro .22, caricata con munizioni Winchester Western Super X con punta in rame.

Il ragazzo viene colpito da un solo proiettile alla testa e muore entro pochi minuti. La ragazza, invece, è raggiunta da 5 colpi alla schiena e trapassa all’istante.

Non c’è segno di furto, non ci sono testimoni. La polizia non sa da dove cominciare le indagini. L’unica cosa che sembra certa è che l’assassino abbia sparato prima dei colpi contro l’auto, per costringere le vittime a uscire, e poi le abbia freddate appena fuori dal veicolo.

Vengono sospettati dell’omicidio svariati indiziati, un detective del Dipartimento di Polizia di Vallejo avanza l’ipotesi che il giovane Faraday fosse venuto a conoscenza di certi traffici di droga e non avesse saputo tenere la bocca chiusa.

Le indagini, tuttavia, si arenano presto.

Sette mesi dopo, il 4 luglio 1969, viene aggredita una seconda coppia, ancora in un parcheggio.

Darlene Ferrin, di 22 anni, è raggiunta da 5 proiettili e muore. Mike Mageau, il diciannovenne che era con lei, pur ferito da 4 colpi riesce a salvarsi. L’arma usata dal killer questa volta è una 9mm.

Nonostante il caso somigli molto al precedente, gli investigatori rivolgono le loro attenzioni su James Philip, marito di Darlene e quindi primo e logico sospettato. L’uomo però esibisce un alibi inattaccabile: al momento del delitto era al lavoro al Ceasar’s, il ristorante in cui faceva il cuoco. Le indagini in questo senso muoiono allora prima ancora di nascere, e si inizia a ipotizzare un collegamento con il duplice omicidio di dicembre.

Mike Mageau viene sentito più volte: il ragazzo racconta che si era fermato con Darlene per parlare, e che a un certo punto nel parcheggio era giunta una macchina, forse una Ford Mustang, o una Chevrolet Corvair. Da questa era uscito un uomo che li aveva abbagliati con una torcia. Loro avevano pensato si trattasse di un poliziotto: si erano preparati a mostrare i documenti, ma lo sconosciuto non aveva chiesto niente. Senza parlare, aveva aperto il fuoco e si era allontanato.

Mike, soltanto ferito, aveva cominciato a lamentarsi, e il killer era tornato indietro per sparare altri 2 colpi ciascuno, a lui e a Darlene. Era stato dopo la seconda serie di spari che il giovane era riuscito a vedere l’aggressore: si trattava di un bianco, alto circa un metro e settantacinque, sulla trentina, tarchiato e coi capelli scuri.

Quarantacinque minuti dopo l’aggressione, qualcuno telefona alla polizia e si attribuisce questo delitto e quello di dicembre.

Poi, qualche settimana dopo, il 31 luglio 1969, al Times Herald di Vallejo e all’Examiner e al Chronicle di San Francisco giungono delle lettere da parte dell’assassino, che inizia così la sua corrispondenza a distanza con le forze dell’ordine. Ciascuna delle tre missive contiene un terzo di un codice cifrato che, se risolto, dice il killer, rivelerà la sua identità.

La prima lettera:

“Caro Editore, sono l’assassino dei 2 teenager dello scorso Natale a Lake Herman e della ragazza dello scorso 4 luglio. Per provarlo dimostrerò alcuni fatti che solo io + la polizia conosciamo.

Natale

  • Marca dei proiettili Super X
  • 10 colpi esplosi
  • Il ragazzo giaceva sulla schiena, piedi rivolti verso l’auto
  • La ragazza giaceva sul fianco destro, piedi rivolti a ovest

Luglio

  • La ragazza indossava pantaloni modellati
  • Il ragazzo è stato colpito anche al ginocchio
  • La marca dei proiettili era Western

Qui c’è un codice cifrato che è parte di un altro. Altre due parti sono state spedite al San Francisco Examiner + al San Francisco Chronicle. Voglio che stampiate il codice in prima pagina, venerdì 1 agosto 69, se non lo farete inizierò a uccidere venerdì notte e continuerò per tutto il weekend. Andrò in giro e prenderò tutte le persone che troverò, da sole o in coppia, e andrò avanti finché non ne avrò ucciso più di una dozzina.”

I rompicapi vengono pubblicati e decifrati in breve tempo, ma dalla loro soluzione risulta solo una disgustante dichiarazione.

«MI PIACE UCCIDERE LE PERSONE PERCHÈ È COSÌ DIVERTENTE È PIÙ DIVERTENTE DI UNA PARTITA DI CACCIA NELLA FORESTA PERCHÈ L’UOMO È L’ANIMALE PIÙ PERICOLOSO DI TUTTI UCCIDERE QUALCOSA MI REGALA L’ESPERIENZA PIÙ ECCITANTE CHE CI SIA ANCHE PIÙ DI SVUOTARMI LE PALLE CON UNA RAGAZZA LA PARTE MIGLIORE È CHE QUANDO MORIRÒ RINASCERÒ IN PARADISO E TUTTI QUELLI CHE HO UCCISO SARANNO MIEI SCHIAVI NON VI DIRÒ IL MIO NOME PERCHÉ CERCHERESTE DI RALLENTARE O FERMARE LA MIA COLLEZIONE DI SCHIAVI PER LA MIA VITA DOPO LA MORTE. EBEORIETEMETHHPITI.»

Anche se ancora non si è firmato come Zodiac, il killer ha cominciato così il suo macabro gioco con gli investigatori.

Solo nel 1991, Mike Mageau identificherà un uomo chiamato Arthur Leigh Allen come suo aggressore dopo aver visionato le foto di alcuni sospetti: per più di venti anni nessuno aveva mai avuto l’idea di mostrargliele.

Non sarà però mai dimostrato che Arthur Leigh Allen fosse davvero lo Zodiac Killer.

Terminata intanto l’estate senza passi avanti nell’indagine, a settembre la terra torna ad arrossarsi del sangue di due ragazzi.

Il 27 settembre 1969, Cecilia Ann Shepard e Bryan Calvin Hartner sono fermi in parcheggio in prossimità del lago Berryessa, quando un uomo vestito con uno strano costume si avvicina loro impugnando una pistola. Dice di essere evaso da una prigione del Colorado e di aver bisogno di soldi per fuggire in Messico. Bryan gli tende il portafogli e le chiavi della macchina, ma dopo qualche scambio di battute l’uomo lega lui e Cecilia e comincia a pugnalarli.

Dopo, il killer se ne va tranquillamente.

I giovani vengono trovati da un pescatore che chiama subito i rangers del lago.

Cecilia, ferita da dieci coltellate (cinque alla schiena e cinque sul davanti), morirà due giorni dopo. Bryan, invece, nonostante le sei coltellate ricevute riuscirà a sopravvivere.

Intanto, un’ora dopo l’aggressione un uomo chiama il Dipartimento di Polizia di Napa e dichiara di esserne l’autore. La chiamata viene rintracciata: è partita da una cabina telefonica.

Dalla cornetta vengono rilevate le impronte digitali, la cui unica utilità, in futuro, sarà quella di scagionare il noto assassino seriale Ted Bundy, erroneamente associato al delitto.

Dell’assassino intanto restano solo le tracce lasciate sulla scena del crimine, e alcune scritte sulla portiera dell’auto di Bryan: le date dei precedenti omicidi e uno strano simbolo: un cerchio attraversato da una croce…

L’11 ottobre 1969 a morire è il tassista Paul Stine, freddato da un colpo a bruciapelo sparato alla testa con una 9mm, che però non è la stessa arma del delitto Ferrin.

L’omicidio ha luogo verso le 10 di sera, all’angolo tra Washington e Cherry Street, nel quartiere di Presidio Heights, San Francisco.

Tre testimoni danno una sommaria descrizione dell’assassino: si tratta di un maschio bianco, corpulento, tra i 25 e i 30 anni, alto 5’8″ (circa un metro e settantacinque centimetri) con i capelli scuri e vestito di nero.

Incredibilmente, la polizia fa un errore nel diramare l’identikit: in esso si parla di un uomo di colore.

A causa di questo sbaglio madornale, quando gli agenti Fouke e Zelms vedono un bianco che si allontana a piedi in Jackson Street non lo fermano. Essi comunque danno un’occhiata all’uomo: quando viene reso noto il vero profilo, si rendono conto che probabilmente hanno lasciato passare indenne l’autore del delitto.

Immediatamente viene allora convocato un disegnatore che traccia un secondo identikit a partire dalle loro osservazioni. Fouke e Zelms affermano che l’individuo in cui si sono imbattuti è più anziano e più alto di quanto abbiamo riferito i testimoni, ma, non si sa perché, il bollettino non riporta tutte le valutazioni degli agenti: invece di un’altezza di 6’2″ (circa 190 cm) compare sempre 5’8″.

Due giorni dopo, infine, il Chronicle riceve la lettera che si sperava non arrivasse: è da parte di Zodiac. Questa volta, contiene un pezzo della camicia insanguinata della vittima.

La quarta morte in poco tempo inquieta la popolazione e sbeffeggia la polizia, che intanto comincia a chiedersi se sia possibile che l’assassino abbia già colpito in passato, che delitti rimasti insoluti possano essere avvenuti per mano sua.

Il primo caso sospetto è quello di Robert Domingos e Linda Edwards, freddati il 4 luglio 1963, rispettivamente, da 11 e 9 proiettili sparati da una .22 semi automatica armata con munizioni Winchester Western Super X. Anche in quel frangente non c’era stato nessun furto, nessuna molestia sessuale, nessun testimone. I due ragazzi si trovavano su una spiaggia piuttosto isolata, erano stati legati con dei pezzi di corda già tagliati, uccisi con un’arma del tutto analoga a quella usata nei recenti delitti.

Le somiglianze col caso del lago Berreyssa sono evidenti, inquietanti. Forse, anche qui è stato Zodiac a colpire.

Il secondo caso che a lui viene collegato è quello di Cheri Jo Bates, uccisa il 30 ottobre del 1966.

La ragazza era stata picchiata e pugnalata più volte con un coltello a lama corta. È proprio quest’ultimo particolare a far pensare a un possibile legame con Zodiac.

Molti giornali nel novembre del 1970 pubblicano articoli in cui si ipotizza la sua responsabilità, e il serial killer risponde con delle lettere in cui si attribuisce la paternità dell’omicidio. I dubbi però restano: c’è la possibilità che stia solo cercando altra gloria e che l’assassino non fosse stato lui.

La polizia, in verità, per questo caso un altro sospetto lo aveva già: un certo Bob Barnett (il nome è fittizio), che aveva avuto una relazione con la ragazza e non aveva mai accettato che fosse finita. Una testimone aveva visto un uomo che indossava abiti simili ai suoi nei pressi del luogo in cui Cheri Jo sarebbe stata uccisa poco dopo, e Bob aveva rifiutato di rispondere ad alcune domande durante il test del poligrafo.

In più, sulla scena del crimine era stato trovato un orologio Timex del tipo che veniva dato ai militari, e la sorella di Bob lavorava alla base dell’Air Force di Norton.

Le continue contraddizioni dell’uomo non facevano poi che aumentare i sospetti. Purtroppo, però, si scoprirà che non era lui l’assassino: all’epoca del delitto il test del DNA non esisteva ancora, tuttavia le analisi effettuate in seguito stabiliranno che i capelli rinvenuti sul luogo del delitto non erano suoi.

L’ipotesi che potesse essere stato Zodiac a uccidere Cheri Jo Bates resta allora in piedi.

All’assassino seriale viene accostato anche il rapimento di Kathleen Johns, avvenuto il 22 marzo 1970 nei pressi di Patterson, in California.

Kathleen stava viaggiando con la sua bambina di pochi mesi lungo l’autostrada 132 e si era fermata perché un uomo, gesticolando, le aveva indicato che aveva dei problemi con una ruota che sembrava sul punto di staccarsi. Lo sconosciuto le aveva offerto il suo aiuto e aveva fatto finta di fissare lo pneumatico, ma quando Kathleen si era rimessa alla guida la ruota si era svitata del tutto e lei aveva dovuto fermarsi. L’uomo l’aveva convinta allora ad accettare un passaggio fino a una vicina stazione di servizio, ma in realtà l’aveva condotta in un’area disabitata dove l’aveva tenuta prigioniera per due ore minacciando di ucciderla.

In seguito la Johns aveva visto l’identikit di Zodiac in una centrale di polizia e aveva sostenuto che poteva essere lui l’aggressore. I giornali riportarono la cosa e il 24 luglio Zodiac si fece vivo con Chronicle, attribuendosi il crimine. Molti dubbi restano, anche perché il serial killer non fu in grado di riferire particolari che attestassero chiaramente il suo coinvolgimento: probabilmente, egli aveva solo cercato di farsi pubblicità.

L’ultimo possibile caso su cui vengono fatte ipotesi è quello della sparizione di Donna Ann Lass, scomparsa il 6 settembre 1970 da un hotel di South Lake Tahoe, nel Nevada.

La ragazza, venticinquenne, lavorava sul posto come infermiera: di lei dopo le due di notte, quando aveva staccato dal lavoro, si era persa ogni traccia. Il giorno successivo un uomo aveva poi telefonato al suo principale annunciando che non sarebbe più tornata, a causa di problemi familiari.

Il supposto collegamento con Zodiac starebbe solo in una cartolina che viene spedita al Chronicle, nel 1971, che si pensa opera sua. Quest’ultima comunque non contiene nessuna prova, mentre di solito egli ne forniva in abbondanza.

In definitiva, nessun legame certo viene stabilito riguardo a questo caso.

Numerose persone vengono sospettate di essere Zodiac, anche se alcune vengono scartate quasi subito.

Uno dei personaggi su cui si sono concentrate le maggiori attenzioni è Rick Marshall. I particolari che puntavano il dito contro di lui sono i seguenti:

  • la somiglianza fisica piuttosto forte con gli identikit diramati
  • Marshall nel 1966 viveva nell’area di Riverside in cui era avvenuto l’omicidio di Cheri Jo Bates, possibile vittima del serial killer
  • nel 1969 si era trasferito in Scott Street, a San Francisco, a poche miglia dall’unica scena del crimine in città associata a Zodiac
  • possedeva una macchina da scrivere della stessa marca usata da Zodiac
  • usava una penna dello stesso tipo di quella con cui erano state scritte le lettere spedite dal serial killer
  • era ambidestro e la sua grafia secondo gli esperti aveva molti tratti in comune con quella dell’autore delle missive
  • amava i film muti, e proprio da un film muto intitolato The Red Phantom Zodiac aveva tratto ispirazione per firmare una lettera da San Rafael
  • sapeva usare i metodi di costruzione di diagrammi elettrici, con cui il killer aveva creato i suoi cifrari
  • sapeva cucire a macchina: Zodiac aveva indossato un cappuccio cucito probabilmente in casa nel delitto del lago Berryessa
  • possedeva delle risme di carta identica a quella usata per le lettere da Zodiac
  • guidava un’auto che somigliava molto a quella descritta da Mike Mageau
  • nei primi anni ’70 lavorava in una radio denominata KITM: queste quattro lettere somigliano ai simboli inclusi a chiusura della cosiddetta “Lettera dell’Esorcista” spedita da Zodiac.

In base a tutti questi dettagli, Marshall è probabilmente il miglior sospetto che la polizia abbia avuto: molti investigatori sono ancora oggi convinti che Zodiac potesse essere lui, ma a suo carico non sono mai state trovate prove che potessero inchiodarlo.

A essere indagato è stato anche Lawrence Kane, che nel 1969 aveva quarantacinque anni.

Kane era alto 5’9″ e pesava 160 libbre (165 era il peso stimato di Zodiac). Figlio unico, era stato tirato su dalla madre, dopo il divorzio dei suoi genitori quando aveva tredici anni. Sempre solitario, non si era mai sposato ed era fortemente attaccato alla figura materna. Usava alter ego e false identità, i vicini non sapevano praticamente niente di lui.

Nel 1962 aveva avuto un grave incidente automobilistico a causa del quale gli psichiatri ritenevano non fosse più in grado di controllare l’autogratificazione.

Lawrence aveva conosciuto Darlene Ferrin, una delle vittime di Zodiac, e cinque giorni dopo la morte di quest’ultima, aveva venduto la propria auto (una Pontiac).

Inoltre, al tempo dell’omicidio di Paul Stine, viveva a San Francisco, a poca distanza dal luogo del delitto. Dopo aver ucciso Stine, Zodiac era fuggito verso il Letterman General Hospital, in cui lavorava Donna Lass (possibile vittima del serial killer).

Nel 1970, la Lass si era trasferita da San Francisco a South Lake Tahoe per lavorare in un hotel, e nello stesso anno Kane si trasferì nella stessa città per lavorare nello stesso edificio. Alcuni colleghi della ragazza avevano dichiarato che forse lei e Kane si frequentavano.

Kathleen Johns aveva identificato in lui l’uomo che l’aveva rapita.

Ci sono però altri particolari che spingono a sospettare di lui. In una lettera, Zodiac aveva citato uno spettacolo chiamato The Mikado, e Kane viveva a poca distanza da un teatro in cui veniva inscenata l’opera al tempo dei delitti.

Inoltre in una lettera Zodiac aveva scritto “My name is”, e poi un codice. Nel codice è possibile leggere KANE.

Accanto a Marshall e Kane, altre persone sono state sospettate di essere Zodiac, ma le prove a loro carico sono state piuttosto deboli.

Micheal O’Hare era un esperto di codici, ma non era stato collegato a nessuna delle vittime.

Addirittura si pensò che Zodiac potesse essere Ted Kaczynski, il celebre UnaBomber, che viveva a San Francisco sul finire degli anni ‘60 e aveva anche lui l’abitudine di scrivere lettere alla polizia dopo i suoi crimini.

Bruce Davis, infine, ex membro della “Famiglia Manson”, era stato sospettato, ma poi scagionato dall’FBI. La sua grafia, inoltre, non corrispondeva a quella del serial killer.

Un personaggio molto ambiguo entrato prepotentemente nel caso Zodiac è Arthur Leigh Allen, indicato come possibile sospetto da Robert Graysmith nel suo libro Zodiac Unmasked: the Identity of America’s Most Elusive Serial Killer e morto nel 1992, lasciando molti dubbi sulla sua colpevolezza.

Il suo primo coinvolgimento nelle indagini sembra essere datato 30 ottobre 1966, il giorno in cui viene uccisa Cheri Jo Bates. Alla polizia e al giornale locale di Riverside, sul finire di novembre, giungono due lettere dattiloscritte con una macchina da scrivere “Royal”. Durante una perquisione, nel 1991, a casa di Allen sarà sequestrata proprio una Royal, tipo Elite.

Allen all’epoca del delitto era un insegnante delle elementari, che in tutta la carriera aveva preso un solo giorno di ferie per malattia: quel giorno era stato l’1 novembre 1966, e in quel periodo lui si trovava a Riverside.

Sul finire dell’aprile del ’67, altre tre lettere anonime che si riferivano al caso Bates e promettevano altre vittime erano state spedite alla polizia, e tre anni dopo vennero attribuite a Zodiac. Ciascuna era affrancata col doppio della tariffa necessaria (tipico marchio del serial killer), e due di esse contenevano uno strano simbolo, che alcuni ritennero una Z, altri invece supposero indicasse il numero 32.

Nel 1966, Allen aveva 32 anni, viveva al 32 di Fresno Street, a Vallejo, e nel 1970 Zodiac aveva creato un cifrario con 32 simboli.

Secondo quanto riferito da suo fratello, Allen aveva ricevuto in regalo dalla madre un orologio Zodiac nel 1967: il logo di tale marca è proprio il cerchio con la croce, lo stesso usato dal serial killer che poi inizierà a farsi chiamare con quel nome.

Il suo amico Don Cheeney disse alla polizia che Allen aveva affermato, nel 1969, le seguenti cose:

    • gli sarebbe piaciuto uccidere coppie a caso
    • avrebbe sfidato la polizia inviando lettere con dettagli sui crimini
    • avrebbe firmato le lettere con simbolo del suo orologio
    • si sarebbe fatto chiamare Zodiac
    • si sarebbe travestito per cambiare aspetto
    • avrebbe attaccato una torcia sulla canna della sua pistola per poter sparare di notte
    • avrebbe fatto fermare donne alla guida in zone isolate dicendo che avevano problemi alle ruote, e poi le avrebbe fatte prigioniere.

Cheney riferì tutto ciò agli inquirenti del dipartimento di San Francisco, ma il mandato di cattura che questi ottennero non riguardava la casa del sospetto in Fresno Street e non venne trovato niente a suo carico.

Un altro suo amico, Philip, aveva detto che Allen parlava spesso di cacciare essere umani, che erano più difficili da uccidere rispetto agli animali. Lo stesso messaggio era contenuto nelle lettere con il cifrario spedite da Zodiac.

In più, nel 1971 Allen aveva confessato agli inquirenti che era rimasto molto impressionato da ragazzo da un libro chiamato The most dangerous game: nel libro si parlava proprio di una caccia a un uomo, visto come un animale.

Il 15 giugno del 1958, Allen era stato arrestato per disturbi alla quiete pubblica, dopo una rissa con un certo Ralph Spinelli. Le accuse contro di lui erano state ritirate l’8 luglio. Questa data sembra essere significativa perché nello stesso giorno del 1974 Zodiac indirizzò una lettera a un giornalista del Chronicle che si chiamava Marco Spinelli.

I sospetti su Allen sono molti e derivanti da un enorme numero di circostanze inquietanti. Oltre a quelle finora esposte, ve ne sono altre ancora.

Secondo alcune testimonianze, prima che Zodiac spedisse il cifrario ai giornali, Allen possedeva già dei codici che recavano gli stessi identici simboli.

Inoltre, egli aveva l’abitudine di sbagliare intenzionalmente la pronuncia di alcune parole: diceva infatti “Merry Xmass”, con due S finali invece che una sola, proprio come il serial killer, ed era stato per dieci anni insegnante di scuola elementare. In una lettera del 1969 Zodiac aveva scritto le parole “bussy work”. Con “busy work” gli insegnanti delle elementari indicavano un metodo per tenere impegnati i bambini e farli stare in silenzio.

I possibili legami di Allen con i delitti sono i seguenti:

  • Lake Herman Road

Allen conosceva la zona: ci andava spesso a bere alcol in macchina e si portava sempre dietro delle armi. Nella perquisizione del 1991 la polizia del Dipartimento di Vallejo gli sequestrò delle munizioni dello stesso tipo di quelle usate da Zodiac per l’omicidio di David Faraday e Betty Lou Jensen.

  • Blue Rock Springs

Mike Mageau aveva sostenuto che l’auto dell’aggressore era una Corvair. Allen aveva intenzione di acquistare una macchina di questo tipo dal suo amico Philip e spesso si faceva prestare il veicolo: forse aveva le chiavi.

Sembra esserci anche una connessione tra l’uomo e Darlene Ferrin, vittima di Zodiac. Forse i due si conoscevano: la ragazza usciva a volte con un corteggiatore che si chiava Lee (Allen era noto col suo secondo nome, Leigh, che si pronuncia allo stesso modo).

Infine, nel 1992 Mageau aveva riconosciuto l’uomo che gli aveva sparato proprio in Arthur Allen.

  • Lago Berryessa

Le vittime in questo caso erano state uccise con un coltello: un’arma analoga a quella usata per il delitto era stata trovata nel 1991 in possesso di Allen. Il suo numero di scarpa corrispondeva alle impronte trovate sulla scena del crimine. Secondo Bryan Hartnell, scampato alla furia di Zodiac, la voce e l’aspetto fisico di Arthur Leigh Allen erano gli stessi dell’assassino.

Infine, Allen aveva cercato di fornire un alibi per il giorno del delitto sostenendo che una misteriosa coppia di Treasure Island poteva testimoniare per lui. Di queste persone non si è mai appurata l’esistenza. Si sa invece che in un film del 1930, dal titolo Charlie Chan at Treasure Island, compariva un personaggio chiamato Dr. Zodiac, che scriveva lettere riguardo ai suoi crimini compiuti a San Francisco.

  • Omicidio Stine

La destinazione di Zodiac, quando era salito a bordo del taxi di Paul Stine, era contrassegnata da un segnale di “attraversamento bambini”. Due giorni dopo, il 13 ottobre, il serial killer aveva scritto una lettera in cui si scagliava contro i bambini delle elementari. Arthur Leigh Allen era un maestro delle elementari, e la sua patente di guida era stata rilasciata in data 13 ottobre.

Secondo un rapporto della polizia, prima del delitto Stine, Ralph Spinelli aveva dichiarato che Allen aveva ammesso di essere Zodiac e che l’avrebbe provato uccidendo un tassista a San Francisco. L’omicidio di Paul Stine è l’unico nel quale il serial killer abbia preso degli oggetti della vittima (portafogli, chiavi dell’auto e un pezzo della camicia): questo forse è accaduto proprio perché egli voleva “provare” di essere l’assassino.

Zodiac

Le altre circostanze che fanno sospettare di Arthur Leigh Allen sono le seguenti:

  • In una lettera Zodiac aveva riportato lo schema di una bomba e aveva dichiarato di averla ordinata per corrispondenza. Nel 1991, in possesso di Allen erano stati trovati schemi di ordigni simili, da costruire con gli stessi materiali descritti nella missiva, e un catalogo di esplosivi acquistabili per email
  • Allen aveva servito in Marina (Zodiac si pensa avesse avuto un passato militare, forse in Marina)
  • Tra il 1970 e il 1974 Allen si trasferì a Sonoma per un corso di chimica. Improvvisamente i delitti di Zodiac cessarono, ma cominciarono a morire delle studentesse di Sonoma: forse l’assassino era lo stesso
  • Zodiac nel 1969 aveva scritto una lettera all’avvocato Melvin Belli: lo stesso a cui si era rivolto Arthur Leigh Allen in seguito
  • Nel 1992 la polizia di Vallejo sequestrò una videocassetta di Allen, due giorni dopo la sua morte: il nastro era contrassegnato con Z. Il suo contenuto non è mai stato rivelato, anche se pare che non ci fosse nessuna confessione

Nell’ottobre del 2002 il DNA di Arthur Leigh Allen è stato confrontato con quello ottenuto da una lettera di Zodiac. Non è stata trovata corrispondenza.

Poiché Allen aveva l’abitudine di far leccare i francobolli e le buste ad altre persone (diceva che la colla lo faceva star male), è stato eseguito lo stesso test anche sul suo amico Don Cheney: anche in questo caso i risultati sono stati negativi.

Il caso Zodiac è stato ufficialmente chiuso il 2 aprile 2004, irrisolto. Nel 2007 è stato riaperto.

Quasi contemporaneamente al primo delitto di Zodiac, in Italia, a Firenze, avvengono dei delitti molto simili.

Sono almeno ventisei i morti collegati ai cosiddetti “delitti del mostro di Firenze”: otto coppie (vittime sacrificali del mostro), tre suicidi (un ginecologo, un barista e un macellaio che non hanno retto alla pressione e alla vergogna dell’indagine) e sette misteriosi omicidi (tutte persone che sono entrate direttamente nella vicenda, oppure conoscevano i testimoni).

Il primo delitto collegato al mostro di Firenze risale al 21 agosto 1968, quando nei pressi del cimitero di Castelletti di Signa, in una Giulietta bianca, sono uccisi Barbara Locci (trentadue anni) e Antonio Lo Bianco (ventinove anni). Nessuna delle vittime è profanata. Al delitto assiste il figlio della donna che si trovava seduto sui sedili posteriori della Giulietta.

Il secondo delitto avviene sabato 14 settembre 1974. Ad essere uccisi a Borgo San Lorenzo sono Stefania Pettini (diciotto anni) e Pasquale Gentilcore (diciannove anni). Nella vagina di Stefania è introdotto un tralcio di vite.

Dopo sette anni, sabato 6 giugno 1981, arriva il terzo delitto: questa volta sono uccisi a Mosciano di Scandicci la ventunenne Carmela Di Nuccio e il suo compagno trentenne Giovanni Foggi. Alla donna, trovata con una collana tra i denti, fu asportato il pube con tre tagli netti. Da questo crimine si inizia a parlare di serial killer, insomma di “mostro”.

Stessa scena per il quarto delitto, quello della ventiquattrenne Susanna Cambi e del ventiseienne Stefano Baldi, uccisi a Calenzano giovedì 22 ottobre 1981. Anche in questo caso alla donna è asportato il pube con tre tagli netti. Vicino al luogo del delitto è ritrovato un oggetto a forma di piramide.

Sabato 19 giugno 1982, a Montespertoli, stesso scenario per il quinto delitto, ma senza escissioni. Sono uccisi la diciannovenne Antonella Migliorini e il suo fidanzato ventiduenne Paolo Mainardi. In questo caso, probabilmente l’assassino non ha fatto in tempo a prelevare il macabro “souvenir” poiché il ragazzo ha una reazione e tenta di fuggire.

Venerdì 9 settembre 1983 sono uccisi a Galluzzo Horst Meyer e Jens Uwe Rusch. Due ragazzi tedeschi, probabilmente scambiati per una coppia. E’ il sesto delitto.

Non passa neppure un anno e, domenica 29 luglio 1984, arriva il settimo delitto. Ad essere uccisi vicino a Vicchio di Mugello, nella loro Panda azzurrina, sono Pia Rontini e Claudio Stefanacci. Qui il corpo della ragazza è profanato: sono, infatti, asportati il pube e la mammella sinistra.

L’ultimo delitto della serie, l’ottavo, è quello di domenica 8 settembre 1985. A San Casciano Val di Pesa, in una zona detta Scopeti, trovano la morte due francesi, Nadine Mauriot e Jean Michel Kravechvili. Anche in questo caso alla donna sono asportati il pube e la mammella sinistra.

Dopo appena due giorni, il mostro arriva persino a sfidare e a minacciare gli inquirenti. Infatti, sono inviati in maniera anonima un lembo di seno al sostituto procuratore Silvia Della Monica e tre pallottole ai sostituti Fleury e Canessa e al procuratore Vigna.

La prima macabra corrispondenza arriva direttamente in Procura, il 10 settembre 1985, con destinatario “Dott. Della Monica Silvia Procura Della Repubblica Firenze”. All’interno, avvolto dentro del cellophane e chiuso dentro un foglio di carta piegato e incollato lungo i margini, un lembo di pelle di cm 2,8 x 2 e mm 2/3 di spessore di Nadine Mauriot, la vittima femminile dell’omicidio di Scopeti. A parte l’errore nella dicitura “Dott.” al posto di “Dt.ssa”, la lettera, che risultò poi essere stata spedita da San Piero a Sieve, ha un’affrancatura sbagliata.

Il 2 ottobre 1985, invece, giungono presso gli uffici della Procura altre tre lettere anonime indirizzate ai tre sostituti procuratori che si stavano occupando del caso: Fleury, Canessa e Vigna. In questo caso le lettere non hanno affrancatura, né mittente, né timbro postale, solo i nomi dattiloscritti dei destinatari. All’interno sono rinvenute: un articolo sul “mostro di Firenze” tratto dal quotidiano “La Nazione” del 29 settembre 1985 che riportava una foto dei tre magistrati, un foglio di carta ripiegato a cui era stato fissato, con una cucitrice, il dito di un guanto di gomma giallo al cui interno era stata inserita una cartuccia marca Winchester, calibro 22 serie H. Su un lato dell’articolo era stato scritto a macchina: “Poveri fessi, vi basta uno a testa”. Le buste provenivano dallo stesso lotto di quella che era stata inviata al Pm Della Monica.

Tutti i delitti sono compiuti sempre con la stessa arma, una pistola Beretta calibro 22, e sempre con la stessa partita di proiettili Winchester serie H, provenienti da due scatole diverse.

Dal 1968 in poi, le prigioni del capoluogo toscano e le prime pagine dei giornali hanno conosciuto ben nove presunti colpevoli. Per i giornali, nove “mostri” sbattuti in prima pagina e gettati in pasto all’opinione pubblica.

Il primo si chiama Stefano Mele, ed è il marito di Barbara Locci, una delle prime due vittime. Mele è un povero Cristo, pastore originario della Sardegna che nei dintorni di Firenze fa il manovale. Ad accusarlo è proprio suo figlio Natalino che la notte del delitto si trovava all’interno dell’auto. Infatti, è proprio il bambino a dare l’allarme, quando, dopo un’ora e mezza dal delitto, bussa al casolare di un operaio che si trova a oltre due chilometri dal luogo del delitto. Il bambino è scalzo, le scarpe le ha lasciate in macchina. Prima racconta di essere arrivato al casolare da solo, poi che a portarlo fin lì è stato suo padre Stefano, dopo ancora il bimbo si contraddice e parla di altre persone. Stefano Mele, dapprima nega, poi confessa di essere stato lui l’assassino. La confessione, però, è incompatibile con la scena del crimine, poiché egli afferma di aver sparato dal finestrino posteriore, ma questo contrasta con le traiettorie dei proiettili. Mele dichiara di aver ucciso per vendicare il suo onore macchiato dal tradimento di sua moglie Barbara. Dichiara anche che la pistola l’ha avuta da Francesco Vinci, suo conterraneo e amante della stessa Barbara, e di averla gettata in un torrente dopo il crimine.

Mele è condannato all’ergastolo con sentenza passata in giudicato. Durante la sua permanenza in carcere avviene il secondo delitto del mostro, ma Mele vi resterà per altri sette anni. Scarcerato finirà i suoi giorni in una casa di riposo per ex detenuti. Nel 1989 una sentenza del giudice istruttore Mario Rotella solleverà tanti dubbi sulle sue responsabilità. Nel 1994, invece, all’apertura del processo contro un altro presunto mostro, Pietro Pacciani, sarà ribadita l’estraneità totale di Mele nel duplice efferato omicidio.

Enzo Spalletti è il secondo aspirante mostro. È un autista di ambulanze, sposato con tre figli. Il suo vizietto del voyeurismo lo proietta direttamente sulla scena del crimine del terzo duplice omicidio. Infatti, come lui stesso racconta, ha con molta probabilità assistito al delitto di Giovanni Foggi e Carmela Di Nuccio, uccisi a Mosciano di Scandicci nella notte tra il 6 e il 7 giugno 1981. Spalletti è arrestato il 17 giugno, ma uscirà dal carcere il 23 ottobre, il giorno dopo il quarto duplice delitto del mostro. L’autista, stranamente, non sarà neppure citato nel processo contro Pietro Pacciani.

Nel 1982, il primo presunto mostro, Stefano Mele, accusa del duplice omicidio per il quale era stato imputato un altro sardo, Francesco Vinci. Probabilmente lo fa perché ha saputo che il suo amico sardo è stato amante della moglie. Vinci era originario di Villacidro, un paese in provincia di Cagliari. Proprio in un’armeria di questo paese fu rubata, insieme ad altre, una pistola calibro 22 usata probabilmente nei delitti fiorentini. Vinci è incarcerato, ma lascia la prigione nell’agosto dell’anno dopo, quando il mostro torna a colpire per la sesta volta. A dieci anni di distanza, nell’agosto del 1993, Vinci morirà incaprettato assieme ad un altro pastore sardo Angelo Vargiu. I corpi dei due sono ritrovati carbonizzati nella Volvo di proprietà di Francesco Vinci, date alle fiamme dentro una pineta vicino a Pisa.

Nel 1984 compaiono sui giornali il quarto e quinto mostro di Firenze. Sono Giovanni Mele e Piero Mucciarini. Il primo accusato da suo fratello Stefano, già presunto mostro e marito della prima vittima femminile. Il secondo è accusato da suo nipote Natalino Mele, il bimbo che si trovava nell’auto quando fu ammazzata sua madre. A scagionare entrambi è il settimo delitto del mostro, quello avvenuto a Galluzzo il 9 settembre 1983 e dove sono uccisi Horst Meyer e Uwe Rusch.

Nel 1986 arriva un altro candidato alla carica di mostro: è Salvatore Vinci, fratello di Francesco. Anche lui è un amante occasionale di Barbara Locci e, forse, per questo accusato da Stefano Mele di essere l’autore dei delitti seriali. Salvatore Vinci ha molte particolarità che contribuiscono alla carica di mostro numero sei: gli inquirenti lo descrivono guardone, feticista, bisessuale e organizzatore di scambio di coppie. Sarà prosciolto dall’accusa solo nel 1989. Uscito dal carcere Salvatore Vinci scomparve misteriosamente.

Una lettera anonima apre il filone d’inchiesta sul mostro numero sette: il contadino di Mercatale Pietro Pacciani. L’anonimo estensore non solo accusa Pacciani, ma dimostra di conoscerlo bene sin da quell’omicidio del 1951 di cui il contadino è stato autore. Solo nel 2001 si scoprirà che il biglietto anonimo sarebbe stato scritto da Giovanni Spinoso, giornalista della redazione toscana di Rai3 e genero di Pia Rontini, una delle vittime del mostro.

La lettera basta per inviare a Pacciani, in carcere dal maggio 1987 per violenze sulle figlie, un avviso di garanzia per i delitti del mostro. Le indagini per trovare prove di colpevolezza del contadino di Mercatale hanno una svolta durante una perquisizione nella casa e nell’orto di Pacciani. La perquisizione, durata ben dodici giorni, avviene nell’aprile-maggio del 1992. L’elemento che permetterà l’arresto di Pacciani, avvenuto il 16 gennaio 1993, con l’accusa di essere il killer seriale è un proiettile inesploso calibro 22, marca Winchester Western, serie H, cioè dello stesso tipo di quelli usati dal mostro per portare a termine la lunga catena di delitti. La pallottola è trovata all’interno di un paletto di cemento nel vigneto dell’orto di casa Pacciani.

Un’altra missiva anonima arriva ai carabinieri di San Casciano Val di Pesa il 25 maggio 1992. La lettera, questa volta, è accompagna da un plico contenente un pezzo di ferro, avvolto in uno straccio bianco con disegni floreali di color verde chiaro. Scrive l’anonimo estensore: «Questo è un pezzo della pistola del mostro di Firenze [.]. Stava in un barattolo di vetro stiantato (qualcuno lo ha trovato prima di me). Sotto un albero a Crespello-Luiano [.]. Il Pacciani andava lì e lavorava alla fattoria. [.] Il Pacciani è un diavolo e incanta i bischeri alla tv. [.]. Punitelo e Dio vi benedirà perché un’è un omo, è una berva. Grazie».

L’anonimo estensore è così scrupoloso da allegare alla lettera una piantina dettagliata del luogo in cui avrebbe trovato, in barattolo rotto, quel pezzo di ferro che, una volta analizzato, risulterà essere un’asta guidamolla di recupero, ossia una parte di una pistola calibro 22 modello 70, ossia dello stesso tipo della pistola usata dal serial killer. Impossibile, però, affermare che sia proprio un pezzo della pistola del mostro, dal momento che la pistola non è mai stata trovata. Tuttavia quel pezzo di straccio risulta strappato da una vecchia federa, regalata alla figlia di Pacciani, Graziella, dalla sorella della sua datrice di lavoro nel 1989, e trovato nella casa dove abitano le figlie del contadino e nella quale però lui non frequenta da più di cinque anni.

In un’altra perquisizione, quella del 2 giugno 1992, fatta dai carabinieri di San Casciano nel garage di Pacciani, in piazza del Popolo 6, e nell’abitazione di via Sonnino, sono ritrovati molti oggetti di probabile provenienza tedesca o che si collegano alla Germania: un bloc-notes di fogli da disegno con copertina di colore rosso, un piccolo dizionario tascabile italiano-tedesco, un set di dodici cartoline illustrate di paesaggi della Germania e con scritte in tedesco, due giacche da uomo, di cui una con etichetta interna Bayern Look e con altre scritte in lingua tedesca, due rasoi elettrici Braun, un portasapone. Il materiale riporta immediatamente gli inquirenti ai due giovani tedeschi assassinati dal mostro. Un’indagine compiuta anche in Germania, però, con conferma l’appartenenza di quel materiale ai due giovani uccisi. In più, su quel bloc-notes sequestrato ci sono appunti di Pacciani datati 10 settembre 1980, 15 luglio 1980 e 18 luglio 1981. Il delitto dei due turisti tedeschi avviene però nel 1983.

Il processo contro Pacciani inizia il 19 aprile 1994 e termina il 1° novembre dello stesso anno con la sentenza che lo condanna all’ergastolo per sette delitti del mostro e lo assolve per il primo duplice omicidio, quello del 1968. La tesi sostenuta dal Pubblico Ministero Paolo Canessa è quella del singolo mostro che ha colpito a morte le sette coppie nei dintorni di Firenze. Pacciani è anche il “chirurgo” che asporta le parti anatomiche delle donne.

Tra gli indizi che portano a questa conclusione, oltre al proiettile, un quadro di Botticelli e un disegno colorato solo in parte che, secondo l’accusa sarebbe stato opera dello stesso Pacciani.

Il quadro di Botticelli è la famosa “Primavera”, dove è ritratta Flora, una bellissima fanciulla con il seno sinistro scoperto e le labbra socchiuse dalle quali escono dei fiori. Il seno sinistro scoperto e i fiori che escono dalla bocca di Flora, portano gli inquirenti a collegarsi alla povera fine di Carmela Di Nuccio, uccisa dal maniaco nel 1981 (terzo duplice delitto), ritrovata con una collana tra i denti.

Il disegno, invece, è firmato da Pacciani che l’ha intitolato “Sogno di fantascienza”. In effetti è un disegno onirico con in primo piano una figura mostruosa vestita da militare, con il sesso femminile e le zampe da asino che calzano scarpe da tennis, e che brandisce una sciabola. Nel disegno sono poi raffigurati una mummia, un animale simile ad un toro con le corna a forma di cetra, una chiave di violino, un wc, delle stelle, altre figure astratte. E’ colorato con vernice gialla e rossa, la stessa usata da Pacciani per verniciare il suo motorino. Le perizie eseguite da illustri periti, portano a definire Pacciani come un pervertito sessuale, un soggetto a rischio raptus e con personalità disturbata. Peccato che si scoprirà che il disegno non è di Pacciani, ma di un pittore cileno, Christian Olivares, evidentemente traumatizzato dalla dittatura di Pinochet che aveva vissuto prima di fuggire in Europa e che intitolò il lavoro “Generale morte”. Durante la perizia, uno degli esperti che avevano analizzato il dipinto, Maurizio Seracini, specialista di diagnostica delle opere d’arte, aveva proposto accertamenti in profondità che non gli furono accordati.

Un altro elemento che contrasta con la condanna di Pacciani, riguarda l’altezza. Infatti, esperti balistici avevano accertato che il mostro poteva essere alto presumibilmente un metro e ottantacinque centimetri, mentre Pacciani è più basso di almeno venti centimetri.

A complicare la vita a Pacciani è una storia che riguarda la sua vecchia fidanzata Miranda Bugli. Infatti, nel 1951 Pacciani scoprì la sua fidanzata mentre lo tradiva con un altro contadino: la donna durante il rapporto sessuale aveva scoperto proprio il seno sinistro. Da qui è dedotto che il contadino di Mercatale sia preda della cosiddetta “scena primaria”, ossia di una sorta di “fissazione del seno sinistro”, scaturita dal trauma provato nel lontano 1951. A complicare le cose, anche alcuni ritagli di riviste pornografiche ritrovate in casa Pacciani, in cui sono ritratte donne il cui seno sarebbe stato cerchiato da segni di pennarello.

Certamente ci sarebbero delle obiezioni da fare sulla sentenza che vide condannato Pacciani all’ergastolo. A parte l’altezza che non combacia con l’identikit proposto dagli organi inquirenti, c’è da chiedersi: come mai Pacciani ha preferito nascondere un proiettile che avrebbe potuto inguaiarlo, soprattutto, come mai ha aspettato trentatré anni per soffrire di “fissazione del seno sinistro” e comunque solo al settimo duplice omicidio quando decide di asportare il seno sinistro a una delle sue vittime? Inoltre, se Pacciani non c’entra niente con il primo duplice omicidio, come mai è in possesso della stessa pistola che poi ha ucciso altre quattordici volte?

Il processo a Pacciani mette comunque in risalto l’approssimazione delle indagini sul mostro: scene del crimine inquinate dalla presenza di curiosi, mancati prelevamenti di impronte specialmente sulle borsette delle vittime, prove sparite o consegnate di ritardo ai laboratori della polizia scientifica (come un preservativo con tracce organiche consegnato con quattro giorni di ritardo) e così via.

Nel processo d’appello, il 13 febbraio 1996, Pacciani è assolto dall’accusa di essere il maniaco omicida seriale.

A soli quattro giorni dall’inizio del processo che scagionerà Pacciani, la procura apre un filone di indagini su quello che poi saranno chiamati “compagni di merende”: Mario Vanni, Giancarlo Lotti, Giovanni Faggi e Ferdinando Pucci.

Vanni è un postino che in paese è soprannominato “Torsolo” per la sua ingenuità, Lotti è un alcolizzato appellato “Katanga”, Faggi è un ex rappresentante di piastrelle ed ex assessore comunale del Partito Comunista a Calenzano negli anni Cinquanta, Pucci è un amico di Lotti. Tutti e quattro conoscono Pacciani e sono ritenuti in paese come “spia coppie”.

Dopo svariati interrogatori Lotti e Pucci ammettono che la sera dell’8 settembre 1985, quando si consumò l’ottavo duplice omicidio, erano con Vanni e Pacciani a San Casciano Val di Pesa. Non solo, confessano anche che videro Vanni e Pacciani consumare il delitto: il primo squarciò la tenda dei turisti francesi e, dopo che Pacciani ebbe sparato e ucciso i poveri ragazzi, “prelevò” il feticcio femminile dal corpo della donna.

L’indagine, condotta da Michele Giuttari, si allarga anche grazie all’intervento provvidenziale di una prostituta del luogo, Gabriella Ghiribelli, che parla di messe nere e riti orgiastici in casa del mago Salvatore Indovino, poi misteriosamente scomparso (salvo poi smentire tutto in una intervista radiofonica). Ai riti, così come riferito dalla Giuttari, partecipa anche un’altra prostituta, Filippa Nicoletti, detta Pippa, convivente del mago e amica di Vanni.

Insomma, la congrega degli “amici di merende” compiva i delitti e praticava opere di macelleria dopo un rito satanico oppure per appropriarsi di feticci femminili per offrirli a Belzebù.

A supporto di questa tesi esiste un dossier dei Servizi segreti civili, che si occuparono della vicenda nel 1985. Nel dossier si ipotizza l’esistenza di una villa, probabilmente una residenza per anziani non autosufficienti, a sud di Firenze, che poteva essere la base di un’ipotetica setta dalla quale erano commissionati i delitti a un gruppo di assassini. Cosa strana, però, è che questo dossier non fu mai consegnato ai magistrati fiorentini.

In effetti c’è una logica, seppur perversa, che lega gli omicidi ai riti satanici. Secondo studiosi di scienze occulte, infatti, se analizziamo la cronologia dei delitti notiamo che nel primo nessun corpo è deturpato, nel secondo è inserita tra le gambe della donna un tralcio di vite, poi nel terzo e nel quarto ci sono le escissioni del solo pube, poi ancora niente per altre due volte, e per finire due volte una doppia escissione (pube e seno sinistro). Così: il primo duplice omicidio segna il “battesimo” della congrega; nel secondo delitto alla donna è infilato un tralcio di vite, come in una sorta di prologo, un inizio “di qualcosa” (Jack Lo Squartatore offriva alle sue vittime un grappolo d’uva!); gli altri due delitti servirono per procurarsi feticci da offrire al diavolo; poi ancora il quinto duplice assassinio potrebbe essere una “offerta” e quindi niente asportazioni; il sesto è stato un errore poiché uno dei due ragazzi tedeschi è stato scambiato per donna; gli ultimi delitti della serie firmata dal mostro vedono ancora escissioni, questa volta due (pube e mammella sinistra), sempre per procurarsi qualcosa da donare alle divinità degli inferi. Probabilmente l’accanimento investigativo degli inquirenti ha di fatto bloccato l’attività della setta fiorentina.

Un detective francese ha scoperto che le due vittime francesi, Nadine Mauriot e Jean Kraveichvili, l’ultima coppia uccisa dal mostro, erano in Toscana probabilmente per partecipare a riti satanici e messe nere. Forse qualcuno decise di trasformarle in vittime sacrificali.

Tuttavia, nella letteratura scientifica esiste un mostro singolo, non una congrega di mostri seriali. Quindi se la vicenda è andata così si è trattato di una “cooperativa” criminale che agiva su richiesta di misteriosi mandanti che chiedevano sacrifici umani e qualche volta feticci femminili per le loro messe nere.

Concluse le investigazioni, nel 1998 si apre un nuovo processo: imputati sono tutti gli “amici di merende” di Pacciani, ad esclusione di Pucci che compare come testimone. La Corte d’Assise di Firenze, al termine del processo, condanna Vanni all’ergastolo, Lotti a trent’anni, assolve Faggi. Il 31 maggio 1999 la sentenza d’appello confermerà l’ergastolo per Vanni – ritenuto colpevole di quattro degli otto duplici omicidi – riduce a ventisei anni la condanna per Giancarlo Lotti (pena meno severa a causa dello status di pentito) e conferma l’assoluzione per Giovanni Faggi. La sentenza diverrà definitiva il 26 settembre 2000.

Pacciani nel frattempo muore, ufficialmente per infarto, anche se da più parti si ritiene avvelenato. Infatti, il contadino di Mercatale fu ritrovato con i pantaloni abbassati, camicia e maglione alzati sulla testa e una strana macchia dietro le spalle. Nella casa del contadino fu ritrovato anche un farmaco antiasmatico, Eolus, fortemente controindicato per i diabetici e gli infartuati.

A supportare la tesi dell’assassinio di Pacciani è anche una lettera anonima, datata 1995: «Noi si sa che a Sesto c’è un vecchio medico che ha scritto una specie di libro sul mostro e che lui ha una prova sicura di dimostrare che il Pacciani non può essere lui il mostro, ma un chirurgo impazzito e vuole farsi testimoniare a l’appello, ché è sicuro che il Pacciani lo fanno fuori i dottori prima di riprocessarlo, per chiudere tutto e lui rimane per sempre il mostro vero».

Comunque, tra le tante cose inspiegabili del personaggio Pacciani vi è la sua incredibile disponibilità economica, specie in buoni postali acquistati in cinque uffici diversi, che cresceva vertiginosamente in corrispondenza dei delitti. Questa disponibilità finanziaria e patrimoniale equivale, secondo i calcoli presentati nel processo da un legale di parte civile, ad una cifra (dell’epoca) pari a circa novecento milioni di lire. Dall’analisi dei movimenti di quel denaro si poteva constatare che l’acquisto della quasi totalità di buoni è avvenuto tra il 1981 e il 1987 e, cioè, nell’arco di tempo in cui sono stati realizzati i delitti con le macabre asportazioni. Ma ora Pacciani è morto e nessuno può più chiederlo, soprattutto nessuno lo può più processare. Anzi, ora da inquisito diventa vittima: a marzo del 2001, infatti, la Procura di Firenze apre un fascicolo contro ignoti con l’ipotesi di reato di omicidio.

Tra gli eventi strani di tutta la storia, c’è anche l’aggressione ad Angiolina Manni, moglie di Pacciani, mentre il marito era in carcere. La sera del 22 gennaio 1996 la signora Angiolina è narcotizzata da una misteriosa donna in pelliccia e con lunghi capelli biondi (probabilmente una parrucca) che, poi, per molte ore mette a soqquadro la casa, rovistando dappertutto in cerca di qualcosa. Della vicenda è accusata Maria Ines Pietrasanta, vedova Zucconi. E’ la moglie del professor Giulio Zucconi, primario di ginecologia alla clinica universitaria di Careggi, morto nel 1989 a soli cinquantaquattro anni per crepacuore. Il ginecologo per tre anni si è recato a San Casciano dove faceva ambulatorio una volta la settimana in uno studio messo a disposizione dal farmacista del paese. Il medico fu sospettato di far parte della setta esoterica che ordinava feticci al “mostro di Firenze”. La presenza di un medico nei delitti è sempre stata una costante, anche per la precisione che si ha nell’esportare il pube alle vittime. Inoltre, durante l’inchiesta, il pentito Giancarlo Lotti rivela la presenza di un medico come il mandante degli omicidi. Dice Lotti: «C’era un medico che pagava Pacciani e Vanni per avere i reperti anatomici. Io non lo conosco. L’ho visto una sola volta, una sera, in piazza, a San Casciano, mentre parlava con Vanni. Ed è stato proprio Vanni a confidarmi che era un dottore e che pagava per i nostri “lavoretti”».

Gli inquirenti quindi erano già sulle tracce di un medico e di un mandante negli omicidi, anche se Lotti è un personaggio e un pentito da prendere con le molle, perché ha parlato a rate, perché era un alcolizzato e anche perché pare sia stato sodomizzato da Pacciani.

Nel frattempo gli investigatori si concentrano su una figura ritenuta ambigua, quella di un pittore francese, Claude Flabiard, che avrebbe vissuto in una villa tra San Casciano e Mercatale e che avrebbe avuto Pacciani come giardiniere. Il pittore si sarebbe dileguato proprio alla vigilia dell’apertura del dibattimento a carico dei cosiddetti “compagni di merende”. Nelle perquisizioni degli appartamenti occupati dal pittore, si trova un album da disegno Skizzenbrunnen, dello stesso tipo, ma di diverso formato, di quello sequestrato a casa di Pietro Pacciani durante la perquisizione del 1992, album che – secondo un’ipotesi investigativa indimostrata – poteva essere appartenuto alla coppia di turisti tedeschi assassinati. Nonostante al pittore francese gli inquirenti avessero posto sotto sequestro una villa sull’Appennino Tosco-Emiliano, nessuno ha mai chiesto il dissequestro della proprietà. Scovato in Francia, a Nizza, il pittore si dichiara estraneo ai fatti.

Nel 2002 si apre un nuovo filone d’indagini. Questa volta si parte dal riesame della morte di un medico perugino, Francesco Narducci, morto ufficialmente annegato nel lago Trasimeno nel 1985, proprio l’anno in cui i delitti del mostro sembrano terminati.

Attorno a Narducci si è sviluppata una complicata storia di cadaveri scambiati, per mascherare la reale morte per assassinio del medico. Comunque si tratta di tracce che porterebbero vicino ad ambienti dell’occultismo fiorentino.

Il 25 febbraio 2003 i pm Paolo Canessa di Firenze e Giuliano Mignini di Perugia affidano al professor Carlo Previderé, dell’Università di Pavia, le quattro buste arrivate nel 1985 agli inquirenti con i proiettili e il lembo di seno. Intenzione dei magistrati è quella di risalire al Dna o ad almeno al gruppo sanguigno del mittente. Si scopre solo che l’anonimo mittente ha il gruppo sanguigno A positivo (proprio come quello di Narducci, anche se questo non basta poiché è un gruppo diffusissimo).

Ancora nel 2007 il pm di Perugia Giuliano Mignini chiede di poter fare riesaminare le buste, questa volta al colonnello Luciano Garofano, comandante del Ris Carabinieri. La speranza è che la rapida evoluzione delle tecniche consenta di risalire al Dna. Il giudice di Firenze Silvio De Luca, a cui è stata consegnata l’immensa massa delle carte sul mostro, ha autorizzato l’indagine. Ma, sorpresa, le tre buste non sono state trovate, e con esse neppure la relazione del professor Previderé.

Strettamente collegata alla morte del medico è un’altra inchiesta che vede implicate almeno altre sei persone, tra questi un farmacista (Francesco Calamandrei) e un dermatologo specialista in malattie veneree (Achille Sertoli).

Calamandrei è posto sotto processo ma il 21 maggio 2008, dopo vent’anni, è assolto dall’accusa di essere il mandante del “mostro di Firenze”.

A distanza di tanti anni, dopo lunghissime indagini e dopo aver sbattuto in prima pagina “mostri” a iosa, non è stata resa giustizia a quelle povere vittime, soprattutto a quelle donne che per due volte sono state olocausti di una follia criminale che resta impunita.

Ma perché ho parlato prima di Zodiac e poi del “mostro di Firenze”? Perché negli ultimi tempi si sono aggiunti dei particolari…

«Non mi sono consegnato per non mettere nei guai gli altri». Un cittadino americano ex militare Usa ha confessato di essere l’autore materiale dei delitti avvenuti a Firenze fra il 1974 e il 1985. Secondo un’inedita testimonianza al vaglio in queste settimane dalla Procura di Firenze, l’uomo ha ammesso in una telefonata di alcuni mesi fa di essere il serial killer già noto negli Stati Uniti con il nome di «Zodiac».

La testimonianza sul tavolo degli inquirenti fiorentini è corroborata da compatibilità biografiche e dalla presenza dell’identità dell’autore delle ammissioni nei messaggi cifrati del killer americano, inviate alla stampa Usa fra il 1969 e il 1974. Si tratterebbe inoltre della stessa persona che il postino di San Casciano, Mario Vanni, aveva chiamato «Ulisse» in una conversazione intercettata il 30 giugno 2003 nel carcere Don Bosco di Pisa.

Il documento in possesso della Procura di Firenze e arrivato al Giornale attraverso la rivista Tempi, oltre a contenere la testimonianza, è corroborato da dati biografici e dalla soluzione di quattro indovinelli sull’identità di Zodiac, che contengono effettivamente il nome e il cognome dell’uomo. Si tratta di un documento scarno, di quattro pagine, che con toni chiari e netti descrive una ammissione di responsabilità inequivocabile da parte del presunto serial killer che fra il 1974 e il 1985 uccise almeno sette coppie di ragazzi nelle campagne attorno a Firenze. L’autore delle confessioni è un ex funzionario americano in pensione, con conoscenze radicate sul territorio fiorentino. Un uomo sul quale nessuno aveva mai nutrito sospetti fino a pochi mesi fa. Nella sua ventennale carriera nell’esercito Usa era stato coinvolto soltanto in un sospetto episodio di sangue avvenuto in Vietnam.

Ulisse secondo Vanni e secondo questa nuova testimonianza è il vero autore dei delitti seriali fiorentini avvenuti fra il 1974 e il 1985, oltre che l’uomo che fra il 1966 e il 1974, uccise almeno 6 persone in California, rivendicando i propri crimini in lettere inviate alla stampa e firmate con il nomignolo di «Zodiac». L’americano avrebbe ammesso le sue responsabilità durante una telefonata dell’11 settembre 2017, ma riportata ufficialmente agli inquirenti il primo marzo di quest’anno. L’uomo secondo il testimone che ha parlato di recente con gli investigatori fiorentini ha aggiunto: «I miei colleghi di lavoro al Criminal Investigation Detachment (un battaglione dell’esercito Usa presente a Livorno fino al 1969, ) lo sapevano».

Da anni sulla vicenda dei crimini seriali fiorentini accaduti fra gli anni ’70 e ’80 e nei quali furono uccisi 14 giovani, quasi tutte coppie di fidanzati, era calato il sipario. L’inchiesta, che risale al 1981, non ha mai registrato nessuna ammissione di colpevolezza e per il caso del Mostro di Firenze nessuno è mai stato condannato. Il contadino Pietro Pacciani, l’ultimo di una lunga teoria di sospetti «mostri», concluse la sua esistenza terrena il 22 febbraio 1998 dopo essere stato assolto in appello. Nonostante questo e contro i pareri di innumerevoli giuristi, compresi i magistrati della Procura Generale di Firenze furono condannati nel 2000 i presunti complici di un «mostro» che era stato assolto: il postino Mario Vanni e il disoccupato Giancarlo Lotti. La vicenda processuale tuttavia non è mai stata chiusa. Il documento in possesso del Giornale ribalta la verità processuale che emerge nel processo ai «Compagni di merende» e conferma quanto da sempre la maggior parte degli investigatori e dei criminologi aveva sospettato: dietro agli omicidi del Mostro non c’era certo una compagnia di poveri emarginati come Pacciani, Vanni e Lotti, ma qualcuno che oltre a sapere sparare e a possedere una pistola (cosa mai riscontrata in nessuno dei compagni di merende) aveva le capacità per compiere i propri delitti senza essere mai individuato.

La vicenda che ha portato all’ammissione di colpevolezza da parte di «Ulisse» spiega il documento in possesso de Il Giornale è maturata durante l’estate 2017. Il testimone (un giornalista) lo ha incontrato, è diventato il suo «biografo» e Ulisse, parlando della sua vita, gli ha fatto la clamorosa rivelazione.

La ragione che provoca il primo incontro fra il testimone e il presunto serial killer nel maggio 2017 appuntamento durante il quale «Ulisse» pare fosse piuttosto nervoso è proprio il sospetto di un collegamento fra lui e la vicenda processuale sul Mostro. Il giornalista non glielo confessa, ma «Ulisse» a un certo punto deve avere capito quale sia il reale motivo del loro incontro. Ciò è confermato scrive il testimone dal fatto che «Ulisse» quel giorno si fa scappare più di una battuta ambigua. In ogni caso, il testimone si propone a «Ulisse» come «biografo», per approfondire la conoscenza, e «Ulisse» accetta.

Durante l’estate, dopo alcuni incontri mentre sulla stampa trapelano notizie sulle nuove indagini sul Mostro riguardanti l’ex legionario francese Giampiero Vigilanti il giornalista chiede un commento a «Ulisse» sulla vicenda.

Prima di insinuare per la prima volta un collegamento fra il caso «Zodiac» e quello del «Mostro di Firenze», il giornalista chiede a «Ulisse» se nel 1970 si trovasse «per caso» sul Lago Tahoe, dove si consumò uno dei delitti di «Zodiac». «Dopo un silenzio durato venti secondi si legge nel documento Ulisse ha ammesso. Poi ha detto che non poteva parlare di quegli anni per via del suo lavoro». Non un’ammissione di poco conto, dato che nel 1970 una vittima di «Zodiac», Donna Lass, sparì proprio dalle parti del Lago Tahoe. Così quando «Ulisse» ammette di aver abitato nel 1969 nel nord della California, a Santa Rosa, a pochi chilometri dal luogo del delitto di diversi crimini di «Zodiac» e di aver a vissuto nel 1966 a Riverside, in California, un altro teatro di morte, il testimone si rende conto di avere probabilmente di fronte il serial killer americano più ricercato di sempre. Anzi secondo il giornalista non ci sono dubbi che si tratti dello stesso americano che Vanni disse di aver incontrato. Ed è ancora «Ulisse» a rivelare di aver «visto Pacciani più volte nel bosco», indicando al suo «biografo» anche la zona vicino a San Casciano in Val di Pesa che il contadino e lui erano soliti frequentare.

Oltre a possedere quelle doti criminali che i compagni di merende non avevano, «Ulisse» ha anche l’enorme capacità di commettere delitti senza lasciare traccia. La sua biografia parla chiaro dice il testimone: «Venti anni nell’esercito, di cui 10 nella Military Police. È anche un veterano della guerra in Vietnam». Dopo aver lasciato gli Stati Uniti, «Ulisse» si stabilisce in un paese vicino a Firenze nel luglio del 1974, pochi mesi dopo l’ultima lettera «ufficiale» spedita del serial killer « Zodiac» (datata 24 gennaio 1974) e pochi mesi prima del primo delitto certo del Mostro di Firenze (14 settembre 1974). L’uomo, un poliglotta che conosce sia l’inglese che l’italiano, conosce il nostro Paese già dagli inizi degli anni ’60. Il motivo: faceva il soldato in Italia.

Uno dei riscontri che il giornalista riporta è quello della data di nascita di «Ulisse». L’Sfpd, la polizia di San Francisco, in una relazione del 5 gennaio 1970 consegnata all’Fbi, dichiara che durante il periodo natalizio il Killer dello Zodiaco aveva telefonato a casa di un avvocato, Melvin Belli, sostendo che fosse il giorno del suo compleanno. E «Ulisse» è nato proprio quel giorno. Più precisamente, nello stesso giorno del primo crimine rivendicato dal Killer dello Zodiaco in California, il 20 dicembre 1968, e del timbro postale di una lettera inviata da «Zodiac» all’avvocato Belli (20 dicembre 1969).

In una occasione, Ulisse avrebbe detto al giornalista: «Vuoi rompere i coglioni al Mostro?». certo che no, risponde il reporter, ma, aggiunge, sono i Carabinieri che stanno indagando. «Pensi che mi verranno a rompere i coglioni?» risponde lui.

Nel successivo incontro, il giornalista sottopone a «Ulisse» altro materiale, fino ad arrivare a due codici scritti da Zodiac, che in seguito scrive il testimone saranno risolti proprio grazie ai suoi suggerimenti (e che portano tutti al suo nome e cognome). È singolare anche che aprendo «a caso» il libro Zodiac di Robert Graysmith, «Ulisse» si sia soffermato proprio su un episodiodi cui si fece motivo di vanto in una delle sue lettere: quando l’11 ottobre 1969, pochi minuti dopo l’omicidio di Paul Stine in Presidio Heights a San Francisco, il serial killer ingannando una coppia di poliziotti indica loro la direzione in cui aveva visto fuggire una «persona sospetta». «Ulisse» sa che Robert Graysmith, l’autore del libro, ha cambiato cognome e addirittura «sospira» alla lettura del nome del detective Dave Toschi. Si potrebbe supporre che sia un mitomane se non fosse che i suoi album fotografici scrive il giornalista confermano le sue parole. Ulisse non sta mentendo.

Un giorno, il giornalista mostra a «Ulisse» le fotocopie di alcune pagine del libro Delitto degli Scopeti (di Vieri Adriani, Francesco Cappelletti e Salvatore Maugeri). Quando gli parla degli scontrini trovati nelle auto delle ultime due vittime del Mostro, Jean-Michel Kraveichvili e Nadine Mauriot, «Ulisse» dice: «Sono tutti i posti in cui vado io». In particolare «Ulisse» frequentava assiduamente La Terrazza di Tirrenia, a cui appartiene uno degli scontrini trovati nell’auto delle vittime e sulla piazzola di Via degli Scopeti dove furono trovati i loro corpi.

Il reporter legge a «Ulisse» la conversazione nella quale Vanni sostiene che il vero assassino seriale di Firenze sia proprio un americano incontrato da Pacciani in un bosco. «Ulisse», alla lettura di queste poche righe, si arrabbia. «Penso che lo uccideranno», disse. «Uccideranno chi?», chiede il giornalista. «Vanni». Il postino in realtà era già morto, ma il biografo non glielo dice. Anzi lo tranquillizza dicendogli che gli inquirenti avevano ritenuto che Vanni si riferisse a Mario Parker, un inquilino di Villa La Sfacciata, un fashion designer gay entrato e uscito dall’inchiesta negli anni Ottanta.

L’11 settembre 2017 il giornalista ha in mano la soluzione al cosiddetto «My name is» il messaggio cifrato che «Zodiac» ha inviato al San Francisco Chronicle il 20 aprile 1970. La soluzione è semplice e gliela suggerisce proprio «Ulisse». Il giornalista lo chiama e dice: «C’è il tuo nome e cognome su questa lettera. Ora ti leggo la soluzione». «Ulisse» è spaventato: «Lo sapevano…» dice. Nelle righe successive del documento stilato dal giornalista si legge che «Ulisse» a questo punto cita alcuni colleghi di lavoro dell’esercito che conoscevano la sua seconda vita. Il reporter a questo punto gli suggerisce di costituirsi, come «Zodiac» e come «Mostro di Firenze». E anche di rivolgersi a un sacerdote. «Ulisse» spiega un po’ criptico di non essersi consegnato «per non mettere nei guai gli altri». Sembra volersi costituire: «Cosa devo portare?». Il giornalista gli consiglia di trovarsi un avvocato e i due si salutano. Da allora, era il 13 settembre scorso, il giornalista e il presunto «Mostro» non si sono più sentiti. E adesso la più clamorosa delle rivelazioni.

Fine delle indagini?

 

 

 

Fonti:
http://www.latelanera.com/serialkiller/serialkillerdossier.asp?id=ZodiacKiller
http://win.storiain.net/arret/num156/artic1.asp
http://www.ilgiornale.it/news/politica/killer-zodiac-mi-ha-confessato-sono-io-mostro-firenze-1533527.html

 

6 Replies to “Compagni di merengue”

  1. Letto tutto.
    Io ho sempre dei dubbi, anche se non ho fatto gli stessi tuoi approfondimenti in merito. Il fatto è che spesso si mettono di mezzo i “mitomani”, e dunque le indagini vengono deviate da parte di gente che cerca solo un po’ di notorietà.
    E poi ci sono i problemi legati alle indagini, che sovente hanno a disposizione pochissimi elementi per inchiodare qualcuno.
    Non saprei, da settembre ad oggi non ci sono stati sviluppi?

    Piace a 1 persona

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