Storia, magistra vitae – Bronte

Il fatto che gli uomini non imparino molto dalla storia,
è la lezione più importante che la storia ci insegna.

(Aldous Huxley)

La storia è scritta dai vincitori.

Quando Atene si liberò dei Trenta tiranni chiudendo uno dei periodi più foschi della sua storia fu promulgata una legge “bavaglio” che vietava di rivangare il passato, scriverne, rievocare. L’ordine regnò ad Atene: il dibattito era chiuso; si stabilì così, pena il collasso della società.

Certo, non solo l’oblio è il sistema per cancellare i ricordi dopo ogni conflitto. Infatti si può fare anche il contrario, specialmente se i vincitori sono generosi patrioti. Ad esempio negli Stati Uniti, dopo la fine della guerra civile a metà degli anni Sessanta del XIX secolo, si scelse di includere i vinti, elevandoli al rango di co-fondatori della nuova nazione.

Come se in Italia, dopo l’8 settembre 1943, i vinti fossero stati promossi al rango di “patrioti avversari” co-fondatori della nuova Repubblica.

Ho sempre creduto che se la guerra l’avesse vinta la Germania, come viene raccontato in “The Man in the High Castle“, serie televisiva statunitense basata sul romanzo di Philip K. Dick “La svastica sul sole”, avremmo avuto memoria solo dei genocidi di Stalin e dei suoi campi di concentramento, e la Shoah sarebbe stata ignorata.

Le stragi successive alla Liberazione, che non furono lo strascico di “comprensibili vendette contro gli aguzzini”, ma il passaggio dalla guerra contro tedeschi e fascisti alle procedure per instaurare un regime comunista, grazie a Stalin e a Togliatti, che realisticamente bloccarono tutto, in nome del nuovo ordine nato a Yalta, costarono anche il prezzo che di quei fatti nessuno dovesse più parlare e, esattamente come ad Atene migliaia di anni prima, fu cancellata ogni memoria e ogni verità. Nulla nelle scuole, nulla in tv.

Un esempio di come si possa cancellare una parte della Storia viene dal Risorgimento.

Quando nel maggio del 1860 Garibaldi sbarcò a Marsala, sapeva benissimo che, per chiudere con successo la sua impresa, gli sarebbe stato assolutamente necessario l’appoggio e la partecipazione attiva dei siciliani. Questo sarebbe avvenuto solo se fosse stato accolto non solo come il liberatore dalla tirannide borbonica, ma anche come colui che poteva dare le possibilità di nascere a una nuova società, libera dalla miseria e dalle ingiustizie. Con questo intento, il 2 giugno di quell’anno aveva emesso un decreto nel quale prometteva soccorso ai bisognosi e la tanto attesa divisione delle terre.

Nell’entroterra siciliano si erano, dunque, accese molte speranze di riscatto sociale da parte soprattutto della media borghesia e delle classi meno abbienti. A Bronte, sulle pendici dell’Etna, la contrapposizione era forte fra la nobiltà latifondista rappresentata dalla britannica Ducea di Nelson, proprietà terriera, e la società civile.

Il 2 agosto al malcontento popolare si aggiunsero diverse persone provenienti dai paesi limitrofi, tra i quali Calogero Gasparazzo, e scattò la scintilla dell’insurrezione sociale. Fu così che vennero appiccate le fiamme a decine di case, al teatro e all’archivio comunale. Quindi cominciò una caccia all’uomo e ben sedici furono i morti fra nobili, ufficiali e civili, tra cui anche il barone del paese con la moglie e i figlioletti, il notaio e il prete, prima che la rivolta si placasse.

Su pressione del console inglese di Catania, John Goodwin, a sua volta sollecitato dai fratelli Thovez amministratori della ducea per conto della baronessa Bridport, Garibaldi, per reprimere la rivolta di quei brontesi che avevano avuto l’impudenza di ribellarsi agli inglesi suoi protettori e finanziatori dell’impresa dei Mille, inviò per risolvere la questione ed assolvere questo sporco lavoro il suo fedele luogotenente Nino Bixio.

Appena giunto, come primo atto, Bixio decretò lo stato d’assedio e la consegna delle armi imponendo una tassa di guerra, dichiarando il paese di Bronte colpevole di “lesa umanità” dando inizio a feroci rappresaglie senza concedere alcuna minima garanzia e guarentigia alla cittadinanza.

Bisognava dimostrare agli inglesi che nessuno poteva toccare impunemente i loro interessi.

Alle 8 di sera del 9 agosto, furono condannati a morte di cinque cittadini che niente avevano avuto a che fare con i tumulti e le rivolte delle precedenti giornate che avevano turbato la tranquillità ed il sonno degli inglesi in quel di Bronte.

I cinque, la mattina del giorno dopo il 10 agosto, nella piazzetta della chiesa di San Vito, finirono vittime innocenti dinanzi al plotone d’esecuzione. L’avvocato Nicolò Lombardo notabile del paese che, da vecchio liberale, con tanta speranza aveva atteso lo sbarco garibaldino sognando un futuro migliore per la sua terra dovette ricredersi in quell’attimo che la scarica di fucileria spense quel suo sogno e per l’avvenire il sogno di tanti siciliani. Con lui morirono Nunzio Spitaleri Nunno, Nunzio Samperi Spiridione, Nunzio Longhitano Longi, Nunzio Ciraldo Fraiunco. Quest’ultimo era lo scemo del paese che sopravvisse alla scarica di fucileria e invocando vanamente la grazia fu finito cinicamente con un colpo di pistola alla testa dall’ufficiale che aveva comandato il plotone.

Dopo la feroce esecuzione, a monito per la popolazione di Bronte, i corpi delle vittime rimasero esposti ed insepolti per parecchio tempo.

Ma non era finita. A questo primo processo sommario ne seguì un altro altrettanto persecutorio e vessatorio nei confronti di coloro che avevano arrecato oltraggio ai grossi proprietari terrieri e agli inglesi della ducea. Il processo che si celebrò presso la Corte di Assise di Catania si concluse nel 1863 con 37 condanne esemplari di cui 25 ergastoli. Giustizia era stata fatta. I poveracci non avrebbero più alzato la testa.

Il 12 agosto, dopo avere fatto affiggere nei giorni precedenti, a suo nome, un proclama indirizzato ai Comuni della provincia di Catania con il quale invitava i contadini a stare buoni e a tornare al lavoro nei campi pena ritorsioni e feroci rappresaglie, Nino Bixio ribadiva:

“Gli assassini e i ladri di Bronte sono stati puniti e a chi tenta altre vie crede di farsi giustizia da sé, guai agli istigatori e ai sovvertitori dell’ordine pubblico. Se non io, altri in mia vece rinnoverà le fucilazioni di Bronte se la legge lo vuole”.

Proclami e avvisi tendenti ad rassicurare baroni, latifondisti, proprietari terrieri e soprattutto gli inglesi che, con Garibaldi e Bixio, non c’era alcun pericolo di rivolte sociali.

E dire che a questi personaggi, come Nino Bixio e Giuseppe Garibaldi, i siciliani con un masochismo degno di miglior causa, hanno dedicato una infinità di via strade, piazze, scuole, monumenti e quant’altro a significativa memoria che da sempre siamo affetti dalla sindrome di Stoccolma, ossia quella di innamoraci dei nostri carnefici.

Ma il problema non è quello, quanto il fatto che se la storia ti viene raccontata in un modo, e i siciliani del tempo vengono descritti come “briganti” e basta, chi vince ha ragione e scrive la storia.

Il “politicamente corretto”, oggi tanto di voga, impedisce ad esempio di dire che la tratta degli schiavi africani non fu fatta dai bianchi europei ma dagli arabi che si servivano di tribù schiaviste di neri africani in un continente che praticava lo schiavismo da oltre mezzo millennio (anche prima, le piramidi non le ha mica costruite un’impresa di Bergamo…).

Ebbene, oggi ci sono Stati africani le cui leggi spediscono in galera chi osa dubitare che lo schiavismo africano sia stato un crimine dei bianchi colonialisti.

Ma quella, è un’altra Storia…

13 pensieri riguardo “Storia, magistra vitae – Bronte

  1. Interessate l’episodio di Bronte che non conoscevo e del resto sulla repressione al Sud sono tanti gli episodi che solo recentemente vengono fuori dopo che sono stati tenuti in naftalina per diversi anni.E qui faccio una prima obiezione o meglio, una precisazione nel senso che è vero che la storia la scrivono i vincitori ma per fortuna scrivono solo quella nell’immediato ma poi, in genere, la storia di riprende sempre la sua neutra verità e dai cinquanta/cento anni in poi rimette le cose a posto. Della serie, ora, dopo tanti anni finalmente sappiano che i briganti non erano poi tanto briganti e le carogne erano altre! Avrei da dire qualcosa sui crimini post ww2 ma mi limito a dire che spesso, quel che si è voluta far passare per una questione politica in realtà celava semplici rivalse personali della serie il mio vicino di casa mi ha mandato con tutta la famiglia in un campo, qualcuno me lo ha fucilato, sui è preso quel che avevo…io per miracolo sono scampato, c’è una situazione di caos, lo incontro in mezzo la strada e non gli do un buffetto. Purtroppo i crimini di guerra perpetrati dagli occupanti nazi fascisti non potevano non generare una spirale di causa ed effetto considerando che, per ripristinare la legalità si è dovuto attendere Yalta e tutto il resto.
    Un ultima considerazione è sulla guerra e su chi pensa che esistano guerre pulite.Quando vi sono di mezzo gli uomini ciò che emerge è quasi sempre cattiveria, malvagità e orrore mentre parole come onore sono solo retorica. Direi insomma che è molto meglio non farla la guerra…e mi sono dilungato pure troppo!

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  2. Sui fatti di Bronte fu fatto un film, credo nella seconda metà degli anni ’70. L’episodio è completamente diverso dal così detto brigantaggio, in cui gli aspetti sociali coesistono con il legittimismo. In Sicilia non c’era legittimismo, l’episodio ha solo aspetti sociali e la repressione avvenne solo per tranquillizzare l’amministrazione inglese della ducea. L’ammiraglio Nelson era stato creato duca di Bronte dal re Ferdinando una cinquantina di anni prima. Gianluca di Castri

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    1. Ti rispondo in modo un po’ più articolato, ieri con il cellulare era complicato. La storia di Nelson era nel testo originale, ma per rendere meno monotematico il testo l’ho tolto.
      Per quanto riguarda la mia asserzione “i siciliani del tempo vengono descritti come briganti”, non mi riferisco a chi, come te, la storia la conosce, ma alla massa, che come converrai, non sa neanche la differenza tra un siciliano e un calabrese…

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