Lingue d’Italia – introduzione

Quanti sono i dialetti (dal greco διάλεκτος, dialektos, letteralmente “per mezzo della parola”, quindi il “parlare”) nel mondo?

A rigor di logica, la risposta dovrebbe essere la seguente: ci sono tante lingue e dialetti quante sono le persone al mondo. La mia non è una boutade provocatoria, ma un’asserzione corretta, da un certo punto di vista.

Infatti, mentre da una parte esiste una  lingua ufficiale per ogni luogo, ogni persona interpreta questa lingua in base al proprio background rendendola unica. Il cosiddetto “lessico famigliare”, descritto da Natalia Levi in un racconto del 1963.

 Il romanzo della Levi (in Ginzburg) descriveva dall’interno la vita quotidiana della propria famiglia, dominata dalla figura del padre Giuseppe. Il libro era la cronaca ironico – affettuosa della famiglia dal 1925 ai primi anni ’50, attraverso abitudini, comportamenti e soprattutto la comunicazione linguistica, da cui derivò il titolo.

Ora, mentre in molte parti del mondo i dialetti (il cosiddetto “slang” dei paesi anglosassoni) sono un modo di esprimere la propria classe sociale, in Italia il discorso è diverso.

Quando l’Impero Romano d’Occidente cadde e in Italia arrivarono i cosiddetti “barbari“, la conseguenza principale di quegli eventi fu che ogni regione, ogni vallata, ogni paese e in alcuni casi ogni quartiere,  cominciò a vivere una vita per suo conto, perdendo per lungo tempo i contatti con le regioni vicine.

In quella situazione anche il latino, che molti secoli prima si era affermato in tutta l’Italia e aveva unificato la penisola e le isole, si frantumò in tante parlate diverse. Nacquero così i tanti dialetti italiani.

I dialetti italiani a quel tempo si chiamavano volgari, termine che non voleva dire “rozzi”, ma semplicemente indicava la lingua parlata dal popolo (dal latino vulgus, appunto popolo, gente comune); una lingua che, col passare dei secoli, si differenziò notevolmente dal latino classico.

I dialetti italiani, cioè le varie parlate locali, sono ancora oggi una precisa realtà linguistica: sono vere e proprie lingue con una loro struttura grammaticale, un loro lessico, una loro storia e una loro letteratura, in prosa e in versi, e costituiscono un eccezionale patrimonio linguistico e culturale di tutti gli Italiani.

Prima di passare all’analisi dei dialetti, una nota personale: diceva Pasolini nel 1964 che “fra le tragedie che abbiamo vissuto in questi ultimi anni, c’è stata anche la tragedia della perdita del dialetto, come uno dei momenti più dolorosi della perdita della realtà”. Del declino dell’uso del dialetto se ne parla da anni, ma sono i numeri a metterci davanti alla realtà: dal 1995 al 2012 sono stati quattro i rilevamenti compiuti dall’Istat e si è passati da un 23,7% della popolazione che parlava abitualmente il dialetto ad un misero 9%.

Se la diminuzione della popolazione che parla il dialetto fosse coincisa con un aumento della cultura media, non sarebbe un problema. In realtà ormai da anni assistiamo alla scomparsa del dialetto, e con esso delle tradizioni popolari, cosa di cui l’Italia è ricchissima, ed un aumento degli analfabeti funzionali.

“Uno dei momenti più dolorosi della perdita della realtà”, diceva Pasolini, riferendosi al fatto che il contadino (o il fruttivendolo, ma anche il notaio e il poliziotto) che parla il proprio dialetto è padrone di tutta la sua realtà. Uniformandosi ad un italiano “televisivo”, non aumenta la propria cultura, anzi, ne perde le radici.

La nostra lingua è molto amata nel mondo: è una lingua di cultura, di gastronomia, di arte. Il problema è che è sempre meno lingua ufficiale. Ci penalizza particolarmente il fatto che nelle istituzioni europee si parli inglese, francese e tedesco. L’italiano si è affermato sui dialetti, ma ha pagato un prezzo alto alla retorica, alla burocrazia, e quindi si è distaccato dalla realtà. Ecco cosa intendeva Pasolini.

Detto questo, vediamo un po’ come siamo messi in Italia.

Una precisazione: la classificazione che farò è personale, quindi “incontestabile”. Questo perché parlerò soprattutto dei luoghi che, in Italia, conosco personalmente e, grazie ad un orecchio particolarmente felice, so riconoscere le parlate e le inflessioni meglio della media. Sì, sono anche umile e modesto, visto che ve lo stavate chiedendo.

I dialetti parlati in Italia sono comunque ancora numerosissimi. Sono solitamente classificati in cinque gruppi:

  1. dialetti settentrionali, parlati in tutto il territorio a nord della linea ideale che va all’incirca da La Spezia a Rimini e che coincide con la dorsale dell’Appennino. Il gruppo dei dialetti settentrionali viene a sua volta suddiviso in due sottogruppi:
    • dialetti gallo-italici, così chiamati perché quei territori erano anticamente abitati dai Celti e quindi conservavano tracce del sostrato linguistico celtico. Comprendono il piemontese, il lombardo, il trentino, il ligure e l’emiliano – romagnolo;
    • dialetti veneti, che comprendono il veneziano, il veronese, il vicentino-padovano, il trevigiano, il feltrino-bellunese, il triestino e il veneto-giuliano;
  2. dialetti toscani, che comprendono il fiorentino, l’aretino-chianaiolo, il senese e il pisano-lucchese-pistoiese;
  3. dialetti meridionali centrali, che comprendono i dialetti laziale-umbro-marchigiano settentrionali;
  4. dialetti meridionali intermedi, che comprendono i dialetti laziale-umbro-marchigiano meridionali, l’abruzzese-molisano, il campano, il pugliese, il lucano, il calabrese settentrionale;
  5. dialetti meridionali estremi, che comprendono il calabrese meridionale, il salentino e il siciliano.

Due altri gruppi di dialetti hanno caratteristiche proprie che ne fanno vere e proprie lingue autonome. Sono:

  1. dialetti sardi, che comprendono:
    • dialetti sardi settentrionali, cioè il gallurese e il sassarese;
    • dialetti sardi meridionali, cioè il logudorese e il campidanese;
  2. dialetti ladini (da latinus, “latino”) o retoromanzi (perché il sostrato prelatino era costituito da una lingua retica), che comprendono:
    • il friulano, parlato nel Friuli-Venezia-Giulia;
    • il dolomitico o ladino propriamente detto, parlato nelle valli delle Dolomiti in Alto Adige;
    • il romancio, parlato però fuori d’Italia, nel cantone dei Grigioni (Svizzera).

In Italia esistono inoltre comunità di persone che hanno come lingua madre una lingua diversa dall’italiano e dai vari dialetti italiani. Non mi riferisco alle varie comunità di immigrazione dai paesi europei o extraeuropei, ma alle comunità storiche alloglotte, cioè parlanti “altre lingue” (dal greco állos, “altro”, e glótta, “lingua”), che costituiscono le cosiddette minoranze linguistiche.

Le lingue parlate da queste minoranze sono:

  • il francese, in Valle d’Aosta;
  • il franco-provenzale, parlato (accanto all’italiano e al francese) in Valle d’Aosta e in due comuni della Puglia (Faeto e Celle);
  • il provenzale, parlato in alcune zone del Piemonte (particolarmente in Val Pelice) e in un comune della Calabria (Guardia Piemontese);
  • il tedesco, parlato in Alto Adige (o Sud Tirolo) e altre zone delle Alpi e Prealpi;
  • lo sloveno, in alcune zone del Friuli (Resia);
  • il serbo-croato, parlato in alcuni comuni dell’Abruzzo e del Molise;
  • il greco, parlato in alcune zone del Salento e della Calabria;
  • l’albanese, parlato in alcuni comuni del Molise, della Campania, del Gargano, della Lucania, della Calabria e della Sicilia;
  • il catalano (una lingua neolatina della Spagna), parlato nel comune di Alghero, in Sardegna.

Le ragioni storiche della sopravvivenza di queste “isole” linguistiche sono legate al fatto che le comunità alloglotte vivono in zone di confine che sono appartenute in passato a Stati diversi, infatti se si nota una caratteristica comune a quelle zone, è che sono tutte abbastanza vicine ai confini italiani.

Ora i miei amici napoletani staranno insorgendo. Ma come, il napoletano (e il siciliano) sono stati dichiarati patrimonio dell’umanità dall’ UNESCO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, in inglese United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization, da cui l’acronimo) e tu li chiami dialetti?

Anche se c’è un fondo di verità, le informazioni riguardo la “linguicità” di napoletano e siciliano sono state riportate in modo impreciso. Danno infatti l’idea errata che per napoletano e per siciliano si debbano intendere soltanto i dialetti della città di Napoli e quelli della Sicilia.

In realtà, l’UNESCO, e gli enti che ad esso fanno riferimento, adoperano napoletano e siciliano come sinonimi di quelli che nella tradizione della dialettologia italiana sono definiti rispettivamente dialetti meridionali/alto-meridionali e dialetti meridionali estremi, da me descritti prima.

Anzi, a dirla tutta, secondo le classificazioni ufficiali, il dialetto napoletano (cioè quello parlato a Napoli) fa parte del “volgare pugliese”, altro nome con cui sono storicamente conosciuti il napoletano e i dialetti àusoni (“Sed quamvis terrigene Apuli loquantur obscene communiter, frelingentes eorum quidam polite locuti sunt, vocabula curialiora in suis cantionibus compilantes, ut manifeste apparet eorucm dicta perspicientibus, ut puta Madonna, die vi voglio, et Per fino amore vo sì letamente.”. Dante, De vulgari eloquentia, I, XII 8-9.), che sostituì il latino nei documenti ufficiali e nelle assemblee di corte a Napoli, dall’unificazione delle Due Sicilie, per decreto di Alfonso I, nel 1442. Nel XVI secolo re Ferdinando il Cattolico aggiunse alla suddetta variante italoromanza-meridionale autoctona già presente, anche lo spagnolo, ma solamente come nuova lingua di corte, mentre il napolitano (o volgare pugliese) veniva parlato dalla popolazione, usato nelle udienze regie, nelle scuole, negli uffici della diplomazia e dei funzionari pubblici.

E non lo dico perché sono pugliese.

Altra difficoltà dello scrivere dei dialetti è che essi, com’è noto, vivono innanzitutto nell’oralità. Per questo motivo, “scrivere il (o in) dialetto” rappresenta tuttora un problema non da poco, anche perché esistono in molte zone usi popolari assai più oscillanti e contraddittori, fino ad arrivare a soluzioni che sono quasi individuali.

Nelle prossime “puntate” proverò ad analizzare i dialetti che conosco meglio, come il tarantino e il napoletano, per passare poi al romanesco e al modenese, fino ad arrivare all’altoatesino, al romagnolo e al milanese. Trattati questi, proverò ad accennare anche ad altri dialetti, come il veneto, il toscano, l’umbro, il siciliano e il calabrese.

E come lo farò? Ma con i modi di dire!

Già la locuzione “modo di dire” è a sua volta una breve locuzione di senso figurato, ossia un “modo di dire”; letteralmente significa “maniera per esprimere”, sottintendendo “un concetto utilizzando un’espressione di senso figurato”.

E, vi assicuro, ci divertiremo!

15 pensieri riguardo “Lingue d’Italia – introduzione

  1. Quando ho visto la cartina stavo già per contraddirti nonostante la cosa fosse proibita!😂 Poi ho letto tutto ed ho visto che quel macro gruppo dei dialetti meridionali lo hai giustamente ulteriormente diviso e frammentato inserendo anche le lingue degli enclavi balcanici.Direi che è perfetto così. E chiuderò con un modo di dire tipico di qui: scannett’ allert’!E vediamo se senza Google riconosci il dialetto!😂

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  2. Interessante, tuttavia il problema è che non esistono dialetti dell’italiano in quanto tale. All’atto dell’unità, in Italia erano parlate diverse lingue (che corrispondono più o meno a quelle che tu chiami gruppi dialettali, a parte il fatto che la distinzione fra lingua e dialetto è spesso difficile anche per motivi politici ed ideologici), di fronte alla proposta di Ascoli di accettare e sviluppare un sistema decentrato e biligue, si optò per una soluzione accentrata (Manzoni), dichiarando lingua italiana quella parlata dal popolo colto della città di Firenze, cosa non vera perché semmai si sarebbe dovuto fare riferimento a Siena. Si creò in tal modo una situazione confusa, con una lingua stratificata socialmente (italiano letterario ed italiano popolare) e l’uso dei dialetti limitati alle fasce di popolazione più svantaggiate, sia pur con alcune eccezioni. Il fascismo tentò un ulteriore accentramento, peraltro senza successo, ed alla fine la lingua è stata resa uniforma dalla televisione, purtroppo diffondendo il parlato corrispondente al un livello culturale mediocre se non proprio basso.

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  3. Ancora oggi io guardo ai dialetti con un po’ di sospetto.
    Sono stato cresciuto parlando sempre e solo italiano, ed ho fatto fatica a capire ma ancora di più a parlare il dialetto veneto (padovano), per cui davvero mi riconosco poco nella “dialettalità”.
    Tuttavia ne apprezzo l’utilità, e la saggezza e cultura che essa si porta dietro, e davvero mi spiace che i dialetti stiano piano a piano scomparendo.

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