Lingue d’Italia – il tarantino – parte prima

Come dicevo in “Lingue d’Italia – Introduzione”, scrivere il dialetto è un compito arduo, poiché in genere esso viene tramandato oralmente: l’aspetto fonetico richiede fonemi non presenti fra le vocali dell’italiano, quindi, prima di iniziare, stabiliamo alcune regole.

Intanto, le mute. Girando per il web, in alcune pagine dedicate ai dialetti si leggono una sequenza di consonanti che, se non si sa come si pronunciano, creano grossi imbarazzi.

Esempio: in tarantino, quando si incontra una persona, si può iniziare la frase chiedendo se vada tutto bene, con l’espressione: “tutto a posto?”, che si pronuncia: “tt appò?”. Scritta così, però, non ha quasi senso, soprattutto “tt”. Come va trascritta, quindi?

Alla fine di questo articolo capiremo il dialetto tarantino, sia dal punto di vista grafico che della pronuncia.

Parlavo di regole. Vediamone un po’.

  • La e senza accento, come nel francese petit, è usata per indicare la cosiddetta e muta (attàneme, “mio padre”);
  • L’accento grave indica i suoni aperti di è, come nell’italiano festa (strammuèttele “strambotto”) e di ò, come in notte (sòrete “tua sorella”);
  • L’accento acuto indica i suoni chiusi di é, come in sera (arréte “di nuovo”), e di ó, come in sole (póche “poco”);
  • Le vocali i e u, il cui accento ha solo valore tonico, recano ormai l’accento grave (così, più) in luogo dell’antico accento acuto (cosí, piú). In molti dialetti dell’area meridionale le vocali E e O brevi latine danno origine a dittonghi discendenti del tipo ìe (acìedde, “uccello”) e ùe (mùerte “morto”). In alcuni casi si può rispolverare l’accento acuto e scrivere í (cambanídde “campanello”) e ú (múenece “monaci”);
  • Con j si indica la i di noia (jatte, “gatta”). Questa, così come la u di uovo (w), in fine di parola spesso è seguita da una vocale del tutto muta, e allora fa tutt’uno con la vocale che precede;
  • La s iniziale o intervocalica ha suono sordo, come nell’italiano sale e mese. Davanti a consonante sonora (sdanghe, “stanga”) suona come nell’italiano sberla;
  • Il digramma sc ha spesso, diversamente dall’italiano striscia, un suono semplice, non rafforzato (casce, “cassa”). Il digramma seguito da consonante è reso con sc, non solo in sck (friscke, “fresco”);
  • Il suono di zeta sordo, come nell’italiano marzo, è reso con z (scòrze, “scorza”). Lo stesso suono rafforzato, con zz [tts], come nell’italiano piazza (nazzecà, “cullare”);
  • Il nesso consonantico nz si legge invece come nell’italiano pranzo (pacijenze, “pazienza”); altrimenti è reso con ts;
  • Le vocali toniche a, i, o (suono chiuso) e u di parola piana si possono non accentare (cavadde, “cavallo”, stritte, “stretto”). In tal caso le parole non accentate s’intendono piane;
  • Ci sarà poi la necessità di ricorrere a vocali con segni diacritici particolari, come ä, å, ö, ë, ü e così via.

Ma come mai è così complesso scrivere un dialetto come il tarantino? Tutto nasce con la storia della città.

La storia di Taranto ha inizio nell’VIII secolo a.C. con la fondazione di Taras, unica colonia degli Spartani, sebbene ritrovamenti archeologici confermino la presenza di insediamenti appartenenti all’età del bronzo e del ferro 3500 anni prima di Cristo.

L’egemonia della città era legata alla grande sua potenza navale, al controllo del golfo omonimo, definito “di Taranto” grazie agli accordi di non belligeranza con l’impero romano, e alla cultura della Magna Grecia.

Le fonti tramandate dallo storico Eusebio di Cesarea, parlano del trasferimento, attorno al 706 a.C., dello spartano Falanto, figlio del nobile Arato e discendente di Eracle di VIII generazione, e di altri compatrioti detti Parteni, per necessità di espansione o per questioni commerciali.

Questi, approdando sul promontorio di Saturo e fissando i primi insediamenti portarono una nuova linfa di civiltà e di tradizioni. La struttura sociale della colonia sviluppò nel tempo una vera e propria cultura aristocratica, la cui ricchezza proveniva, probabilmente, dallo sfruttamento delle risorse del fertile territorio circostante.

A differenza delle altre città della Puglia (come Bari e Brindisi), Taras (Taranto) non fu annessa all’impero romano se non centinaia di anni dopo la fondazione, anzi numerose guerre riportano eventi durante i quali l’esercito romano si ritirò sconfitto, come nella Battaglia di Heraclea ad opera di Pirro.

Un’altra leggenda, complementare, racconta della nascita della città risalendo a circa 2000 anni prima di Cristo, ad opera di Taras, uno dei figli di Poseidone. Taras sarebbe giunto in questa regione con una flotta, approdando presso un corso d’acqua che poi da lui stesso avrebbe preso il nome: il fiume Tara.

Sempre secondo questa leggenda, Taras avrebbe edificato una città che egli dedicò a sua madre Satyria o a sua moglie Satureia e che chiamò quindi Saturo.

Ad ogni modo, l’impronta greca è tuttora percettibile nel lessico, come testimoniano le seguenti parole di uso comune:

  • vastáse, dal greco “bastázo” (sollevare o portare sulle spalle), indica lo scaricatore portuale, ma in accezione più generale si usa riferito a persona di modi non urbani;
  • càndere, da kántharos, cioè coppa a due manici;
  • celóne, da chelóne (testuggine), per indicare la tartaruga;
  • spuénze/spuénzele, da sfóndulos è una sorta di conchiglia;
  • caúre, da kaboúrion, è il granchio;
  • tumbàgne, da tumpánion, significa coperchio;
  • vucále, da baúkalis indica il boccale.

Tra i monumenti linguistici di matrice greca e conservatisi nel tempo, la caduta dell’infinito dopo verbi indicanti una volontà o un ordine: vògghje cu dòrme, “voglio dormire”; la congiunzione cu, “che”, regge un verbo indicativo.

Altro retaggio ellenico è il costrutto fraseologico utilizzato per esprimere l’età mediante il verbo essere: de quànde ánne sì? “quanti anni hai?”, tuttavia da tempo soppiantato dal più consueto quànde ánne tìene?, purtroppo.

Infine, va menzionato un particolare impiego dei tempi nelle frasi ipotetiche: scè putéve, parláve, “se potesse, parlarebbe”, dove, in luogo del congiuntivo e del condizionale compare l’imperfetto indicativo, sebbene la frase non sia riferita al passato, ma ad una possibilità rivolta al presente.

Va detto, a margine di questo discorso, che Taranto e Cuma (colonia nei pressi di Napoli) rappresentano in età magnogreca i due maggiori centri d’irradiazione della cultura ellenica su tutta la penisola. Non è da escludere che, proprio a partire dalla mia città, l’alfabeto greco si sia diffuso sino ad influenzare l’Etruria prima e Roma poi. Pertanto, non è eresia sostenere che l’alfabeto più utilizzato al mondo (dalle Americhe all’Oceania, passando per l’Europa e l’Africa), quello latino, di chiara derivazione greca, possa aver preso piede proprio da Taranto.

Vantatomi a sufficienza della mia origine tarantina, passo a riportare un po’ di modi di dire, con traduzione e spiegazione, chiaramente!

  • A bbravurə də mestə Uccə, ca desə ‘nu šcaffə ô ciuccə.

La bravura di maestro Uccio, che diede uno schiaffo all’asino.

Detto di chi si boria di un’azione fintamente coraggiosa.

  • A’ cchiangərə ‘stu muertə so’ lacrəmə pərdutə.

A piangere questo morto sono lacrime sprecate.

Detto quando è inutile irritarsi per un fatto non riuscito.

  • A faccə ‘nderrə.

La faccia a terra.

Vergognarsi profondamente di un’azione compiuta.

  • A Madonnə sə l’ha vistə.

La Madonna ci ha pensato.

Modo di dire quando qualcosa che speravamo accade, rivolgendo il ringraziamento alla Madonna.

  • A maməsə chiangevə ca…

E sua mamma piangeva perché…

Modo di dire variamente completato. Esso si basa sulla ridicolizzazione di un tratto personale o fisico di qualcuno esprimendolo al negativo; ad esempio ‘a maməsə chiangevə ca no parlavə majə (la madre piangeva perché lui/lei [da piccolo/a] non parlava mai) per dire che una persona (ora) parla troppo.

  • A mundonə.

A montone

In maniera disordinata, abborracciata.

  • A’ uerrə.

Alla guerra.

Bello, divertente, interessante.

  • Addò arrivə chiandə ‘u zippərə.

Dove arrivi pianta lo stecco.

Per dire di fare quel che si può finché si può.

  • Addò tenə lə uecchiə tenə lə manə.

Dove ha gli occhi ha le mani.

Detto di chi tocca tutto ciò che vede.

  • Astipə ‘a zambognə pə quannə abbəsognə.

Conserva la zampogna per quando abbisognerà.

Tenere la risposta pronta per il momento più opportuno, ad essere pronti per la rivalsa. Conservare qualsiasi cosa con cura per quando servirà.

  • Cittə cittə mmiənzə ‘a chiazzə.

Zitto zitto in mezzo alla piazza.

Far finta di mantenere un segreto, ma divulgarlo come in una piazza affollata.

  • Crescərə a ppanə mastəcatə.

Crescere con pane masticato.

Crescere un bambino con molte attenzioni, senza fargli venire a mancare alcunché, a costo di mille sacrifici.

  • Da niəndə niəndə a tandə tandə.

Dal nulla al troppo.

Modo di dire di sorpresa quando si passa da una estrema carenza o indigenza ad una estrema abbondanza.

  • Darə adenziə.

Dare udienza.

Dare retta a qualcuno. Usato soprattutto nel modismo “no (lə) da’ ‘denziə” (non dargli retta).

  • Darə ‘ngapə.

Dare in testa.

Aver colpito nel segno, avere indovinato, correggere una situazione poco felice. Di uso comune “’ngapə l’è dətə”.

  • Essərə capasonə stagnatə.

Essere un grande recipiente d’argilla stagnato.

Essere gran bevitore, essendo i “capasunə” (capasoni) usati soprattutto per conservare il vino.

  • Essərə figghiə də mamma ggiustə.

Essere figlio della mamma giusta.

Detto di chi arriva in un preciso momento.

  • Essərə ‘nu crəstianə vattəsciatə.

Essere una persona battezzata.

Essere una persona libera, onesta. Riferito al fatto che anticamente gli schiavi, dopo il battesimo, erano adibiti ai servizi della casa come domestici liberi.

  • Essərə ‘nu sparəmə ‘mbiəttə.

Essere uno “sparami in petto”.

Essere un gradasso, una persona altezzosa, che cammina col petto all’infuori come se dovessero sparargli.

  • Faccia lavatə.

Faccia lavata.

Chi mostra bontà solo apparentemente.

  • Fa’ tu e fa’ chiovərə.

Fai tu e fai piovere.

Modo di dire usato in modo ironico, quando non si crede che una persona possa riuscire in una certa impresa, ma anche usato nel senso di “vedi tu, decidi tu”.

Proseguirò nella prossima puntata, dove oltre altri modi di dire, analizzerò anche alcuni vocaboli che non si usano più.

Il mantenimento delle tradizioni è importante, e il dialetto è il primo mezzo per farlo.

Noi, padri e figli di questa tecnologia imperante, abbiamo bisogno di recuperare le nostre origini, che sono un bene che oggi scarseggia più dell’acqua, se non vogliamo morire prima di morire.

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