Lingue d’Italia – il tarantino – parte seconda

Due anni fa, a Cesano Maderno, comune italiano di 38mila abitanti della provincia di Monza e Brianza, ma storicamente in provincia di Milano, mentre aspettavo un amico per prendere un caffè, notai un gruppo di vecchietti che parlava in dialetto.

Mi avvicinai, cercando di cogliere il senso del discorso, ma non capii praticamente nulla (le lingue del nord-ovest sono molto differenti dalle altre che si parlano in Italia) e mi resi conto che oramai i dialetti sono patrimonio solo di certe generazioni.

Tornato a Taranto, chiesi a caso a qualche giovane se sapesse la parola che in dialetto tarantino indica i “soldi”. Ebbene, a conferma di quanto notato in Lombardia, sotto una certa età, nessuno più conosce la parola “tornesi” (in dialetto “turnəsi”), ma tutti dicono “sordə”. Il tornese, o denaro tornese, era un denaro d’argento emesso per la prima volta agli inizi dell’XI secolo dall’Abbazia di San Martino a Tours in Francia e poi ripreso in varie parti d’Italia, specialmente a Napoli dai Borboni ed evidentemente usata a Taranto.

Nello scorso capitolo di questa traversata tra i dialetti, “Il dialetto tarantino – parte prima”, ho affermato che alcuni segni vanno scritti e vanno anche pronunciati, non spiegando però come, ovviamente per evitare di appesantire quanto scritto.

Vediamo oggi quali sono i principali, considerando quelli già usati nel citato capitolo.

Quello che ritengo più importante, esattamente come lo 0 (zero) nel sistema decimale, è lo Schwa. Il termine tedesco Schwa designa in linguistica e fonologia una vocale centrale media, oltre che il simbolo dell’alfabeto fonetico internazionale /ə/ con cui questo suono viene indicato.

Avete presente la vocale che non va pronunciata? Ecco, quella si rappresenta con lo schwa. Esempi? Eccone alcuni in inglese (americano): “apart (əˈpɑːrt), taken (ˈteɪkən), pencil (ˈpensəl), circus (ˈsɜːrkəs)”. In italiano è più difficile incontrare un suono che non vada pronunciato; però c’è una parola universale che si usa a Napoli e in tutto il sud che forse rende meglio l’idea: “màmmeta”.

La “e”, con la “a” finale devono essere appena accennate, tant’è vero che spesso si trova scritta “mammt”. Per me rende meglio “mammətə”.

In tarantino, le consonanti sono le stesse dell’italiano, con sole cinque aggiunte: c se si trova in posizione postonica tende ad essere pronunciata come sc in sciocco, j pronunciata come la y della parola inglese yellow, il nesso sck dove sc è pronunciato come nella parola italiana scena, la k come la c di casa, il nesso ije pronunciato più o meno come ille nella parola francese bouteille, e la v in posizione intervocalica che non ha alcun suono (es: avuandáre, tuve, ecc…).

Le consonanti doppie sono molto frequenti in principio di parola, ed hanno un suono più forte rispetto alle loro corrispettive singole.

Una particolarità che salta subito all’occhio di chi per la prima volta si trova a leggere un testo in dialetto tarantino, è il fenomeno della geminazione, o più semplicemente raddoppiamento iniziale o sintattico. Esso è un fenomeno di fonosintassi, ossia, a causa della perdita della consonante finale di alcuni monosillabi (assimilazione fonosintattica), la consonante iniziale della parola che segue viene rafforzata.

I principali monosillabi che danno luogo alla geminazione sono:

  • a: a (preposizione);
  • e: e (congiunzione);
  • cu: con (sia come congiunzione, sia come preposizione);
  • addà: lì, là (avverbio);
  • aqquà: qui, qua (avverbio);
  • ogne: ogni (aggettivo indefinito);
  • cchiù: più (aggettivo e avverbio);
  • pe’: per (preposizione);
  • jè: è (verbo essere);
  • sì: sei (verbo essere);
  • so’: sono (verbo essere);
  • ‘mbrà: tra, fra (preposizione);
  • tré’: tre (numerale).

Il raddoppiamento iniziale è indispensabile nella lingua orale per capire il significato della frase:

  • hè fatte bbuéne [hai fatto bene];
  • è ffatte bbuéne [è fatto bene].

Come si vede dall’esempio, il rafforzamento della f si rivela fondamentale per il senso dell’affermazione. Ecco altri

esempi:

  • ‘a máne [la mano] – a mmáne [a mano];
  • de pètre [di pietra] – cu ppètre [con pietra];
  • ‘a cáse [la casa] – a ccáse [a casa].

Ma torniamo a qualche modo di dire tipico del tarantino.

  • Farə carnə də puerchə.

Fare carne di maiale.

Fare le cose come meglio si crede.

  • Farə fa’ lə cručə a’ smersə.

Far fare le croci alla rovescia.

Dire o far vedere cose strane, mai viste.

  • Fruscə də scopa novə.

Rumore di scopa nuova.

Atteggiamento di chi è appena arrivato ad un posto di comando; oppure atteggiamento buono di comincia un lavoro o un’azione, ma che non è destinato a durare nel tempo.

  • He acchiatə ‘u patrunə?

Hai trovato il padrone?

Detto a chi è tirchio.

  • Mala paratə.

Brutto addobbo del baldacchino della chiesa.

Cattiva situazione.

  • Mamətə è səgnurinə.

E tua mamma è signorina.

Detto come insulto, a significare “prostituta”, oppure in risposta a mirabili azioni compiute da qualcuno, a cui si risponde “e tua madre è signorina (giovane e vergine)”, cioè cosa impossibile.

  • Mettərsə ‘ngapə.

Mettersi in testa.

Assillare. In particolare nel modismo “ ‘ngapə t’he misə” (ti sei messo in testa).

  • N’am’acchiatə vənennə.

Ci siamo trovati venendo.

Per dire “siamo venuti per caso”.

  • N’he mangia’ panə tuestə angorə.

Ne devi mangiare di pane duro ancora.

Detto a chi deve fare ancora duri sacrifici per raggiungere la meta.

  • No essərə dočə də salə.

Non essere dolci di sale.

Avere un carattere alquanto forte.

  • No məšca’ šcuercələ e favə.

Non mischiare buccie (delle fave) e fave.

Non considerare cose diverse allo stesso livello.

  • Parlə quannə piscə ‘a jaddinə.

Parla quando piscia la gallina.

Ammonimento che si fa ai ragazzi molto chiacchieroni, che entrano in discorsi inopportuni.

  • Pəgghiarə də pondə.

Prendere di punta.

Colpire in pieno; anche prendere in antipatia.

  • Perdərə Fəlippə cu tutt’u panarə.

Perdere Filippo con tutto il paniere.

Perdere traccia della commissione e del latore a cui viene affidata.

  • Recchia chienə e manə vacandə.

Orecchio pieno e mani vuote.

Detto di chi ascolta molti pettegolezzi e lavora poco.

Nel prossimo, e ultimo capitolo dedicato al tarantino, vedremo qualche altro modo di dire e qualche altra origine delle parole più strane e diffuse, così quando mi incontrerete per caso in strada, potrete tranquillamente affermare: “C’ivə nočə mo’ tə cazzavə! (Se fossi stata una noce ti avrei appena schiacciato!)”.

13 pensieri riguardo “Lingue d’Italia – il tarantino – parte seconda

  1. Richiesta favore. Ti ricordi per caso che mi avevi dato il link per il film “I Morti” che non riuscivo a trovare?
    Avrei un altro film che mi piacerebbe vedere, ma non trovo davvero da nessuna parte. Si intitola “Il terzo gemello” tratto da un libro di Ken Follett, edito nel 1997, dura circa 3 ore. Hai una dritta x favore?
    Mille grazie.

    Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...