Lingue d’Italia – il tarantino – parte terza

Se c’è una cosa che accomuna i popoli, è lo stare a tavola. In Italia, poi, le tradizioni culinarie sono patrimonio familiare, più che regionale o provinciale.

Viaggiando per lavoro, ho avuto, da un lato, la fortuna di provare pietanze differenti in ogni posto in cui sono stato, dall’altro, la nostalgia dei cibi della mia terra; quelli che cucinava mia nonna la domenica, per capirci.

Alcuni prodotti sono tipici di un luogo e fino a qualche anno fa era molto difficile trovarli in altre parti d’Italia, come ad esempio il cacioricotta.

Come può suggerire in modo particolarmente chiaro il suo nome, è un formaggio ottenuto tramite una particolare lavorazione che si colloca a cavallo tra quella tipica della preparazione del cacio e della ricotta.

‘U casəricottə è solo uno dei prodotti che da ragazzo non trovavo durante il mio peregrinare lungo la penisola. Un altro era la birra Raffo.

Il 15 aprile del 1919 Vitantonio Raffo fondò la sua “Fabbrica di Birra e Ghiaccio”, dando di fatto inizio alla lunga storia della birra di Taranto; la Raffo è diventata il simbolo di Taranto e della sua gente, tant’è vero che, anche se non è più della famiglia fondatrice (è passata dalla Peroni ad altre aziende, sino al gruppo giapponese Asahi, che produce anche la Pilsner Urquell e la Dreher), l’inno della squadra di calcio di Taranto dice:

“Nu’ sime tarandìne, c’u côre ross’e blu
bevìme ‘a birra Raffo e nnijnde cchiù”

Ma torniamo a parlare del tarantino inteso come dialetto.

Il tarantino ha due generi, maschile e femminile. Avendo la terminazione in e muta, il genere delle parole è riconoscibile solamente tramite l’articolo, che in tarantino è “’u”,  “’a” per il determinativo, e  “’nu”,  “’na” per l’indeterminativo.

Se il sostantivo che segue l’articolo comincia con una vocale, questo si apostrofa, a meno che esso non abbia una consonante iniziale precedentemente caduta:

l’acchiále (gli occhiali);

l’òmme (l’uomo);

‘n’àrvule (un albero);

le uáje (i guai);

l’uéve (il bue);

‘a uagnèdde (la ragazza).

La formazione del plurale è assai complessa. Per molti sostantivi ed aggettivi esso non esiste, ossia rimangono invariati:

‘u livre (il libro) – le livre (i libri);

l’àrvule (l’albero) – l’àrvule (gli alberi).

Alcuni aggiungono il suffisso -ere:

‘a cáse (la casa) – le càsere (le case);

Altri cambiano la vocale tematica:

‘a fògghie (la foglia) – le fuègghie (le foglie);

‘u chiangóne (il macigno) – le chiangúne (i macigni);

‘u sciorge (il topo) – le sciurge (i topi)

Altri ancora tutti e due:

‘u pertúse (il buco) – le pertòsere (i buchi);

‘u paíse (il paese) – le pajèsere (i paesi);

l’anìdde (l’anello) – l’anèddere (gli anelli).

La formazione del femminile segue le stesse regole. Alcuni sostantivi e aggettivi rimangono invariati:

bèdde (bello) – bèdde (bella).

Altri cambiano il dittongo uè in o:

luènghe (lungo) – lònghe (lunga).

I pronomi dimostrativi sono:

quiste (questo);

quèste (questa);

chiste (questi, queste);

quidde (quello);

quèdde (quella);

chidde (quelli, quelle).

Più usate nel parlato sono le forme abbreviate: “’stu” per “quiste”, “’sta” per “quèste”, “’ste” per “chiste”.

Ma vediamo un’altra carrellata di modi di dire:

  • Retə a’ ll’anghələ mangh’u latə.

Dietro l’angolo manca il lato.

Gioco di lingua che assume un altro significato (dietro l’angolo mi ha inculato).

  • Scacchiarə da indr’ô mazzə.

Scegliere dal mazzo.

Scegliere, fra tanti, un amico buono a nulla o cattivo. Detto ironicamente.

  • Scerə acchiannə ‘a salutə da ‘u spətalə.

Cercare la salute nell’ospedale.

Chiedere qualcosa a qualcuno che non può farne a meno o che non ne ha. Usata nelle domande retoriche “Da ‘u spətalə ve’ ‘cchiannə ‘a salutə?” (nello spedale vai cercando la salute?)

  • Scətta’ ‘u sanghə.

Gettare il sangue.

Vomitare sangue; o più in generale affaticarsi molto.

  • Statəvə buenə e aquá və lassə ‘a zappə.

State bene e qui vi lascio la zappa.

Saluto scherzoso fra amici. Il saluto classicamente usato è stattə/statəvə buenə.

  • Tə canoschə, pirə, da quann’ivə calapričə.

Ti conosco, pero, da quando eri pero selvatico.

Detto a chi si conosce molto bene.

  • T’agghi’a ‘mbara’ e t’agghi’a perdərə.

Ti devo insegnare e (poi) ti devo perdere.

Detto agli allievi o ai figli, che riceveranno gli insegnamenti e non impareranno mai o non saranno mai riconoscenti, oltre al fatto che andranno via.

  • Təratəmə ca m’honnə canusciutə.

Tiratemi, ché mi hanno riconosciuto.

Usato metaforicamente per quanti non riescono a sbarcare il lunario. Riferito ad un avvenimento antico in cui un ladro, calatosi dal camino, trovò l’intera famiglia attorno allo stesso e disse questa frase ai complici sul tetto.

Vé tingə a’ llə gnurə.

Vai a tingere i negri.

Detto a chi ci dice qualcosa di improbabile o tenta di buggerarci. Rimanda ad un passato colonialistico che riteneva l’africano facile da aggirare. Il secondo modismo è inteso nel senso di “vai a fare qualcosa di inutile”, come tingere di nero la pelle già nera.

Ovviamente non pretendo di esaurire il tarantino in queste poche pagine, anzi, visto il successo dei post (il mio amico Franz dice che ne avrò per anni, se mi ci applico…), riprenderò l’argomento, magari analizzando alcuni tra questi modi di dire con l’etimologia delle parole.

La prossima puntata sarà sul napoletano, quindi, amici partenopei, preparatevi!

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...