Lingue d’Italia – il napoletano – parte prima

Quando ero piccolo una delle mie passioni era leggere (ancora oggi è così, benché i mezzi di comunicazione assorbano gran parte del mio tempo libero).

Famosa, in ambito familiare, una mia foto a poco più di cinque anni, mentre leggevo un tomo quasi più grande di me a casa di mio zio materno.

Mio padre possiede numerosi libri, di tutte le epoche, e il mio sguardo era sempre attratto da quelli più antichi, vuoi per la copertina ormai giallognola, vuoi per il modo di scrivere del passato.

Un giorno mi capitò per le mani un curioso volume: “L’eccellenza della lingua napoletana con la maggioranza alla toscana”, di un tale Partenio Tosco. Costui (sicuramente uno pseudonimo), dedicava il suo scritto “all’illustrissimo signor marchese d. Matteo de Sarno” e iniziava a spiegare del perché il napoletano renda meglio del toscano nel parlare comune, sia dal punto di vista lessicale che dal punto di vista armonico.

Inutile dire che è un volume gustosissimo, la cui lettura è ostica solo perché scritta con caratteri tipografici antichi (la “s”, per esempio, è scritta “ʃ”).

Chiaramente non mi sono innamorato del napoletano per quel volume, né perché ci ho vissuto (dal 1972 al 1987), ma per una serie di motivazioni.

Intanto, come fatto per il tarantino, cerchiamo di capire come si è sviluppato il napoletano.

Le sue origini sono molto antiche, e vanno dallo sviluppo della città di Pompei (fondata nel IX secolo a.C.) fino al tempo degli aragonesi: con la dominazione degli spagnoli, il dialetto napoletano era la lingua amministrativa, oltre che di Stato.

Con l’arrivo di Garibaldi e la fine del Regno delle due Sicilie, il napoletano fu sostituito ufficialmente dall’italiano, sebbene in Piemonte la lingua della burocrazia fosse il francese.

Col passare degli anni, il dialetto napoletano fu sempre più osteggiato, e per questa ragione venne relegato a lingua usata da malavitosi, briganti e gente poco raccomandabile, in base a quanto riportato dalla nuova nobiltà che stava facendosi strada nel regno.

Nonostante questo il napoletano riuscì a resistere, così come aveva resistito nei secoli precedenti, e si è evoluto fino ad acquistare un proprio carattere, una propria forma le cui origini documentate risalgono al 1200 con un testo per canzone dal titolo “Canto della lavannare del Vomero” di anonimo.

Il popolo, poi, ha caratterizzato il linguaggio segnandolo con la propria gioia di vivere. Ciò lo si riscontra in alcuni vocaboli quali per esempio “percoca” (che è la pesca dal latino “praecoquus” ossia frutto precoce). Pronunciarlo provoca un piacevole rigurgito che massaggia il palato lasciando in bocca il piacevole sapore di questo gustoso frutto pur non avendolo mangiato affatto.

Come avrete capito un po’ tutti sono innamorato della città di Napoli, che, nonostante sia sommersa dai problemi che affliggono tutte le grandi metropoli, resta sempre la città in cui ho vissuto un bel periodo della mia vita.

Non solo, la lingua di un popolo è strettamente legata alla sua storia, e quella del Regno di Napoli è stata iscritta a pieno regime nel panorama non solo italiano, ma anche internazionale. Nel tempo la lingua napoletana si è sviluppata e arricchita da quelle che i puristi definiscono influenze volgari, ma nonostante ciò, ha mantenuto fede alle sue radici.

Ma, proprio come fatto nei precedenti capitoli sul tarantino, vediamo un po’ di grammatica e un po’ di modi di dire.

Spesso le vocali non toniche (su cui cioè non cade l’accento) e quelle poste in fine di parola, non vengono articolate in modo distinto tra loro, e sono tutte pronunciate con un suono centrale indistinto che i linguisti chiamano schwa e che abbiamo già visto in precedenza.

Nonostante la pronuncia (e in mancanza di convenzioni ortografiche accettate da tutti) spesso queste vocali, nei solchi della tradizione letteraria in lingua, sono trascritte sulla base del modello della lingua italiana, e ciò, pur migliorando la leggibilità del testo e rendendo graficamente un suono debole ma esistente, favorisce l’insorgere di errori da parte di coloro che non conoscono la lingua e sono portati a leggere come in italiano.

Nell’uso scritto spontaneo dei giovani (SMS, graffiti, ecc.) prevale invece l’omissione completa di tale fono, con il risultato di grafie quasi-fonetiche a volte poco riconoscibili ma marcatamente distanti dalla forma italiana (ad esempio “tliefn” per “təliefənə”, ovvero “telefona”).

Altri errori comuni, dovuti a somiglianze solo apparenti con l’italiano, riguardano l’uso errato del rafforzamento sintattico, che segue, rispetto all’italiano, regole proprie e molto diverse, e la pronuncia di vocali chiuse invece che aperte, o viceversa, l’arbitraria interpretazione di alcuni suoni.

Alcune ulteriori differenze di pronuncia con l’italiano sono:

In principio di parola, e soprattutto nei gruppi gua /gwa/ e gue /gwe/, spesso la occlusiva velare sonora /g/ seguita da vocale diventa approssimante /ɤ/.

La fricativa alveolare non sonora /s/ in posizione iniziale seguita da consonante viene spesso pronunciata come fricativa postalveolare non sonora /ʃ/ (come in scena [ˈʃɛːna] dell’italiano) ma non quando è seguita da una occlusiva dentale /t/ o /d/.

Le parole che terminano per consonante (in genere prestiti stranieri) portano l’accento sull’ultima sillaba.

La /i/ diacritica presente nei gruppi -cia /-ʧa/ e -gia /-ʤa/ dell’italiano, viene talvolta pronunciata: per es. na cruciéra [nɑkru’ʧjerə].

È frequente il rotacismo della /d/, cioè il suo passaggio a /r/ (realizzata più esattamente come [ɾ]), come in Maronna.

La consonante occlusiva bilabiale sonora /b/ a inizio di parola è pronunciata come la consonante fricativa labiodentale sonora /v/: per es. “báscio” [vɑʃə].

Ma vediamo un po’ di modi di dire:

  • Cuncià ‘ncordovana.

Conciare alla maniera cordovana.
Maltrattare qualcuno con maleparole o atti fisici. Si riferisce alla cordovana, pelle di capra conciata a Cordova, un tempo molto costosa.

  • Èssere ‘o soccùrzo ‘e Pisa.

Essere il soccorso di Pisa.
Essere una persona a cui è stato chiesto aiuto, ma che si presenta come disponibile solo dopo molto tempo dal fatto. Riprende un avvenimento della Repubblica di Pisa.

  • Nc’è ròbba a piètto ‘e cavàllo.

C’è roba (fino) al petto del cavallo.
Detto di qualcosa molto ricco e sovrabbondante, come il torrente in piena che arriva sino al petto del cavallo che lo guada.

  • Stà niètto comm’a vacìle ‘e varvièro.

Essere pulito come il bacile del barbiere.
Dare l’impressione di essere ricchi, ma in realtà non avere il becco di un quattrino. Si riferisce ad una bacinella che usavano i barbieri.

  • Èssere cuòrpo ‘e veretàte.

Essere corpo di verità.
Essere bugiardi, quindi esternare bugie e tenere in corpo le verità.

  • Èssere gràsso ‘e sùvaro.

Essere grasso di sughero.
Detto di notizie propagandate come accattivanti e nuove, ma che si rivelano nulla di entusiasmante.

  • Èssere tenàglia franzèse.

Essere tenaglia francese.
Essere molto avari, prendere e non dare.

  • Me faje l’ammico e me mpriene la Vajassa.

Ti comporti come un amico e mi metti incinta la serva.
Da te non me lo sarei mai aspettato.

  • A carne asotte e ‘e maccarune ‘a ‘coppa.

La carne sotto e i maccheroni sopra.
Le capacità, i meriti non sono né riconosciuti né valorizzati mentre i mediocri e gli incapaci avanzano. Più in generale si dice di cose che vanno o vengono fatte alla rovescia.

  • A faccia mia sott’ e piede vuoste.

La mia faccia sotto i Vostri piedi.
Esagerando con un pizzico di benevola ed amichevole ironia: Non pensate neppure remotamente che le mie parole, il mio comportamento, la mia iniziativa costituiscano un’implicita contestazione del Vostro prestigio, della Vostra autorevolezza, della Vostra intelligenza. È fuori discussione che resto sempre un passo indietro rispetto a Voi e sottoposto in ogni momento alla Vostra autorità.

  • A’ maronn v’accumpagna.

[Al congedo, si augura a chi parte] Che la Madonna vi accompagni (e vi protegga).

  • A tale e quale.

La tale e quale.
La fotografia.

  • A ting-tang.

La bicicletta.

  • Accuppatura.

La parte superiore, la sommità, la parte che “affiora”, la colmatura di un recipiente, di un contenitore.
Il meglio del meglio e, in senso antifrastico, il peggio. Âccuppatura d’ ‘a spasa ‘e frutte. La parte superiore della cesta dei frutti: i frutti più belli disposti dai fruttivendoli bene in vista, sulla parte più alta della cesta. / È âccuppatura d’ ‘e ‘mbrugliune, d’ ‘e mariuole. È il fior fiore, il peggio degli imbroglioni, dei ladri.

  • «Acquajuo’, ll’acqua è fresca?» «Manc’ ‘a neve!»

«Acquaiolo, l’acqua è fresca?» «Neppure la neve (lo è altrettanto)!»
Come chiedere all’oste se il suo vino è buono.

  • Aglie, fravàglie e fattura ca nun quaglie.

Aglio, fragaglia, e fattura che non coglie.
Formula contro il malocchio.

  • Assa’ fa’ ‘a Maronna.

Lascia fare alla Madonna.
Tutto si è risolto per il meglio; meno male oppure benissimo, è stata la Madonna a disporre tutto per il meglio!

Ovviamente una lingua come il napoletano non si può ridurre a quattro modi di dire, ma anche in questi vi è racchiuso il modo di essere di un popolo.

Nella prossima puntata vedremo altri modi di dire e curiosità di questo affascinante mondo che è il napoletano.

Stàteve buòno!

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