Lingue d’Italia – il napoletano – parte seconda

Marcello, mio carissimo amico dal 1984, non è stato particolarmente entusiasta delle mie spiegazioni sugli errori di pronuncia del napoletano in “Lingue d’Italia – il napoletano – parte prima”.

Poiché è Corallino (ve lo spiego dopo), gli devo un’ulteriore delucidazione. Prima però vi spiego “corallino”.

Torre del Greco (Torre d’’o Grieco in napoletano) è un comune italiano di 85mila abitanti circa della città metropolitana di Napoli, in Campania. La città è situata nelle immediate vicinanze del parco nazionale del Vesuvio, tra il Vesuvio e il golfo di Napoli ed è il quarto comune della regione per numero di abitanti. Uno di questi è proprio il mio fraterno amico.

Torre del Greco è nota nel mondo soprattutto per la lavorazione artigianale dei coralli, dei cammei e della madreperla: questa tradizione artistica, sviluppatasi a partire dal 1700 circa è tramandata dall’antica Scuola d’incisione e lavorazione del corallo annessa all’omonimo Museo. Per questo motivo gli abitanti di Torre del Greco si chiamano corallini.

Ma torniamo agli errori di pronuncia di chi non sa il napoletano.

Una caratteristica peculiare del napoletano riguarda la consonante z.

Essa risulta dall’incontro di t+s o di d+s, dando luogo in italiano a un suono sordo (“pozzo”) o sonoro (“azoto”, “zanzara”).

In napoletano la z sonora è poco usata (nelle parole uguali in italiano: “’a zebra”, “’a zanzara”). Molto più usata è la z sorda, anche quando non è rafforzata: si dice “’o zio”, “’a zappa” con una z sorda e scempia che si trova nell’italiano standard, dove la z sorda o raddoppiata (“razza”, “pozzo”) o rafforzata nella pronuncia (“azione”).

Un altro suono tipico del napoletano, che non c’è in italiano, è il suono sc (“scivolo”) pronunciato senza rafforzamento, come una c pigramente strascicata (mentre in italiano esso è sempre forte, lungo, come raddoppiato).

I linguisti lo indicano col simbolo ∫.

Quindi “’a sciorta”, “’o sciato” si pronunciano “a ∫orta”, “o ∫ato”.

Il suono ∫ pronunciato lieve ce l’hanno anche i toscani, e per averne un’idea precisa basta ascoltare Benigni quando recita il famosissimo verso di Dante “la bocca mi basciò tutto tremante”.

Il suono sc è raddoppiato come gli altri suoni in alcune parole (’o scemo, ’a sciorda, ’a scella) e dopo alcune parole (l’articolo fem. pl. ’e, la voce verbale è ed altre che non sto qui ad elencare). Naturalmente non si può scrivere scsc, per cui il raddoppiamento stavolta è pronunciato ma non scritto.

Anche la s seguita da consonante si pronuncia in certi casi ∫, precisamente quando è davanti a p, b, m, f, v, c e g col suono di “cane” e “gatto”: sposa, sbaglio, smania, sfottere, svità, scuraggià, si pronunciano con l’iniziale di “scivolo”, magari un po’ sonora davanti alle sonore (sb, sg, sm, sv). Ad esempio, il mio nome (Francesco) si pronuncia come se tra la s e la c ci fosse una h (Franceshc’).

Invece quando la s si trova davanti a t e a d si pronuncia proprio come s.

Questo non sanno i non napoletani, che a volte volendo pronunciare parole come stanza dicono ∫tanza (shtanza): errore commesso anche da Fabrizio De André nella canzone “Don Raffaè”.

Così, sistemati Marcello e le fricative (i suoni fricativi, detti anche spiranti o costrittivi, sono prodotti mediante un rilevante restringimento del canale orale: gli organi articolatori si avvicinano senza pervenire ad una chiusura totale. L’aria fuoriesce da questa stretta diaframmatica, in uno stato di costrizione, determinando un tipico rumore turbolento. Le fricative sono consonanti ostruenti poiché il passaggio dell’aria è in parte bloccato; sono suoni continui perché prolungabili nel tempo. La produzione dei suoni fricativi può essere o no associata alle vibrazioni delle pliche vocali, dando luogo così a fricative sonore, come /v/ e /z/, oppure sorde, come /f/ e /s/.), passiamo al napoletano e ad alcuni modi di dire.

  • Babbasone.

Uomo grosso ed idiota, grosso e babbeo.

  • Bell’e bbuono.

All’improvviso.

  • Caporà è muorto l’Alifante.

Caporale, è morto l’elefante.

È finita la pacchia.

  • [‘O] Carucchiaro.

L’avaro.

  • Caso cuotto cu ll’uoglio.

Formaggio cotto con l’olio.

Due persone assolutamente estranee sia per parentela che per affinità. “Caso cuotto co’ ll’uoglio, frase vivacissima del dialetto, con la quale s’intendono due che nulla abbiano, o abbiano avuto di comune fra loro, forse perché il formaggio (caso) che serve per tante vivande è così eterogeneo all’olio da non poter essere mai cotti insieme.

  • Cavaliè, ‘a capocchia!

Cavaliere, il glande!

Formula di derisorio riguardo impiegata per ridimensionare chi si dà eccessiva importanza o ha un atteggiamento borioso, spocchioso (il glande è qui menzionato come sinonimo di stupidità). Al Cavalié si può sostituire il nome della persona derisa.

  • Cca ‘e ppezze e cca ‘o ssapone.

Qui gli stracci, gli abiti smessi e qui il sapone.

Patti chiari: qui e subito ti do la merce e qui e subito devi darmi il denaro. Non vendo a credito.

  • Cca nisciuno è fesso.

Qui nessuno è ingenuo.

  • Cchiú nera d’ ‘a mezanotte nun po’ venì!

Più nera della mezzanotte non può venire!

Ormai non può andare peggio di così; superato questo momento può solo andare meglio.

  • Chella ca guarda ‘nterra.

Quella che guarda a terra.

La vagina.

  • Chiachiello.

Persona del tutto inconsistente. Eccelle incontrastato nella sua sola autentica dote: le inesauribili, vacue e inconcludenti chiacchiere.

  • Chillo ca cumbine tutte ‘e guaie.

Quello che combina tutti i guai.

Il pene.

  • Chillo ‘e coppa.

Quello di sopra.

Dio.

  • Chiochiaro.

Persona rozza, goffa, stupida; zotico, tanghero.

  • [Fà] Ciento mesure e uno taglio.

(Fare) cento misure e un taglio.

Come i sarti che lavorano ripetutamente con metro e gesso prima di tagliare la stoffa, prepararsi con grande, eccessiva meticolosità, indugiando in minuziosi calcoli e prove prima di decidersi ad agire.

  • Ciuotto ciuotto.

Sazio sazio (sazissimo). Rimpinzato ben bene. “Farse ciuotto ciuotto“. Satollarsi, rimpinzarsi.

  • Comme ‘a mettimmo nomme?

Come le mettiamo nome? Come la chiamiamo? Come la battezziamo?

Come la mettiamo? Come la risolviamo? E poi che si fa? E adesso che si fa? Come se ne viene, verrà fuori? (col sottinteso che è estremamente difficile se non impossibile trovare una soluzione, venirne fuori ed è quindi mille volte preferibile evitare ‘o ‘mpiccio, il guaio.)

  • Crisce santo.

Cresci santo.

Equivalente dell’italiano: Salute! Si dice ai bambini, ai ragazzi (e talvolta, scherzosamente, anche agli adulti) che starnutiscono.

  • Cu ‘e ppacche dint’a ll’acqua.

Con le natiche nell’acqua.

Sta’ cu ‘e ppacche dint’a ll’acqua. Essere in grande miseria.

  • Cuoncio cuoncio.

Piano piano, cautamente, garbatamente.

  • Curnuto e mazziato.

Cornuto e bastonato

Il danno e, in più, anche le beffe.

  • Curto e male ‘ncavato.

Basso e cattivo.

  • Diece.

Dieci.

Estremamente grande, con allusione alla grandezza più assoluta: Dio. Lo si usa anche quando, per riguardo, si vuole evitare di dire Ddie, con uguale significato di incalcolabile grandezza. Es.: Tu si’ nu diece ‘e fetente!, anziché Tu si’ nu Ddie ‘e fetente! Sei un grandissimo mascalzone!; Tu si’ nu diece ‘e fesse!, anziché Tu si’ nu Ddie ‘e fesse!, Sei un fesso colossale.

  • Durmì c’ ‘a zizza mmócca.

Dormire con la mammella in bocca (poppando beatamente).

Essere molto ingenui, non rendersi conto di nulla.

  • È fernuta ‘a zezzenella.

È finita (non ha più latte) la (piccola) mammella.

È finito il tempo delle vacche grasse. La pacchia è finita.

  • È gghiuta ‘a cart ‘e musica ‘mmane ‘e barbiere.

È andato a finire lo spartito in mano ai barbieri.

Si dice quando accade che qualcosa di importante finisca nelle mani di un incompetente.

  • E lente ‘e Cavour.

Gli occhiali di Cavour.

Le manette nel gergo della malavita.

  • ‘E pizzeche ncopp’’a panza.

I pizzichi sulla pancia.

Darse ‘e pizzeche ‘ncopp’ ‘a panza: Darsi i pizzichi sulla pancia: rassegnarsi, sopportare con rassegnazione. “[…] nun ce steva niente ‘a mangià e io stevo allerta pe scummessa, e me devo ‘e pizzeche ncopp’’a panza […]. “[…] non c’era niente da mangiare e a stento mi reggevo in piedi e mi davo i pizzichi sulla pancia (sopportavo rassegnato) […]”.

  • E stramacchio.

Di nascosto, in segreto, clandestinamente, occultamente, alla chetichella.

  • È trasuto ‘e sicco e s’è avutato ‘e chiatto.

È entrato “di secco” (umilmente) e si è girato “di grasso.” (con superbia).

È entrato timidamente ed ora vuole spadroneggiare.

  • Fa’ ‘a seccia.

Fare la seppia.

Gettare il malocchio.

  • Fa’ ‘na cosa ‘e juorno.

Fai una cosa “di giorno”.

Fai veloce, senza perdere troppo tempo. Sbrigati.

  • Fà ‘o pàcco.

Fare il pacco.

Imbrogliare, truffare.

  • Faccia ‘ngialluta!

Faccia gialla!

San Gennaro. Con questo appellativo confidenziale le “parenti” sollecitano San Gennaro a compiere il miracolo della liquefazione del suo sangue se esso tarda a compiersi.

  • Facimm’ammuina.

Facciamo confusione.

Poiché maggiore è il disordine, la confusione, il caos, più facile è pescare nel torbido.

  • Farenello o Farenella.

Farenello è una persona dai modi fastidiosamente manierati, ricercati, leziosi, stucchevoli; bellimbusto, cascamorto con le donne. Detto in differente contesto può significare omosessuale.

  • Figlio ‘e ‘ntrocchia.

Figlio di “‘ntrocchia.”

Sveglio, scaltro.

  • Foss’ ‘a Madonna!

Volesse il Cielo!

Vi aspetto alla prossima puntata, e che ’a Madonna v’accumpagne!

3 pensieri riguardo “Lingue d’Italia – il napoletano – parte seconda

  1. Per una serie di motivi mi trovo in Grrmania, mi manca la mia terra. Mi manca la mia amata Vrescua e essendo cresciuto da una famiglia napoletana mi manca la vostra simpatuave la vostra amicizia. Grazie a questo articolo ho russapirato il gusto e l’arte della nostra meravigliosa nazione. Nuovamente grazie.

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