Lingue d’Italia – il napoletano – parte terza

Nato a Taranto nel ‘68, adolescente a Napoli (prima provincia, dal ’72, poi, dall’84 all’87, in città), posso dire che parte della mia cultura e della mia passione per le cose antiche derivi proprio dalle mie origini.

Lo abbiamo visto nelle precedenti puntate, a partire da Lingue d’Italia – introduzione, continuando con quelle dedicate al tarantino (Lingue d’Italia – il tarantino – parte prima, parte seconda e parte terza) sia quelle sul napoletano (Lingue d’Italia – il napoletano – parte prima e parte seconda).

Taranto e Napoli sono veri e propri musei a cielo aperto, già solo camminando per i vicoli stretti e le strade, dove si ammira la loro storia millenaria. Ciò è dovuto in larga parte ai numerosi antichi palazzi monumentali che, con le loro peculiarità architettoniche e artistiche, formano un patrimonio ben visibile a tutti.

Ma non è solo la vista ad essere coinvolta passeggiando per quei luoghi: è un’esperienza multisensoriale: un colore diventa mille colori, un odore mille odori, un suono mille suoni.

Alcuni mal sopportano la confusione di quei posti, ma se non sei passato al mercato del pesce di Taranto vecchia, vicino a “Cicce u’ gnure”, o dal mercato di Pignasecca, ai quartieri spagnoli, non puoi dire di aver vissuto veramente.

Ma torniamo a parlare di dialetti.

Il napoletano ha avuto un’evoluzione nel corso dei secoli, prendendo a prestito lemmi provenienti da varie lingue: oltre che dall’italiano, dallo spagnolo, dall’arabo, dall’inglese, ma anche dal greco antico e ovviamente dal latino, idioma da cui deriva.

La tabella che segue offre un confronto tra alcuni termini napoletani e alcuni stranieri simili tra loro per suono e significato:

Lemma napoletano Lemma italiano standard Lemma straniero Lingua straniera di riferimento
Abbàscio giù abajo / a baix (pron. a bash) / abaixo / en bas spagnolo / catalano / portoghese / francese
Ajére ieri ayer / hier spagnolo / francese
Appriésso dopo, seguente après francese
Ammuïna chiasso, che infastidisce amohinar / amoïnar spagnolo / catalano
Auciéllo uccello avicellum latino
Blé blu bleu francese
Blecco asfalto per isolamenti black inglese
Buàtta barattolo boîte francese
Buttéglia bottiglia bouteille francese
Caccavella pentola caccabellum latino tardo
Caiola (cajola) gabbia caveola (dim. di cavea) / cage latino / francese
Càntero/cantaro vaso da notte κάνθαρος (kántharos) greco antico
Canzo tempo chance francese (Per traslazione semantica: chance – possibilità, occasione; es. damme ‘o canzo, dammi il tempo)
Cape ‘e zì Viciénzo nullatenente caput sine censu latino
Cerasa ciliegia cerasum / cerise latino / francese
Crianza educazione creencia / criança / créance spagnolo / portoghese / francese
Crisommola (cresommola) albicocca χρυσοῦν μῆλον (chrysoûn mêlon = frutto d’oro) greco
Cucchiàra cucchiaio cuchara / cochlearia spagnolo / latino
Currea cintura correa / corrigia spagnolo / latino
Fenèsta finestra fenêtre (fenestre) / fenestra francese (antico francese) / latino
Fuì fuggire fuir francese
Gengomma o cingomma gomma da masticare chewing-gum inglese
Guallara ernia wadara arabo
Guappo bullo, prepotente guapo spagnolo
Intrasatta improvviso intras acta latino
Lacerta lucertola lacerta/ae latino
Lassàre (lassa’) lasciare laxare / laisser latino / francese
Mesàle tovaglia da tavolo μησάλιον (mesálion) / mesa (tavolo) / mensa (tavolo, pasto, altare) greco antico / spagnolo / latino
Micciariéllo fiammifero mechero spagnolo
Mola dente (molare) mola latino
Muccaturo (moccaturo, maccaturo) fazzoletto mocador / mouchoir catalano / francese
Mustacce baffi moustákion / moustache greco bizantino / francese
Nenna bambina nena spagnolo
Ninno bambino niño spagnolo
Nìppulo capezzolo nipple inglese
Pàccaro schiaffo πᾶς (pâs) “tutto” e χείρ (chéir) “mano” greco antico
Papéle Papéle lentamente oppure chiaramente πάπος (pápos) con raddoppiamento del sintagma (lento lento, sciolto sciolto) greco antico
Papiéllo documento papel / papier spagnolo / francese
Pastenaca carota pastinaca latino
Pate padre pater latino
Petrusino (petrosino) prezzemolo πετροσέλινον (petrosélinon) greco antico
Piglià père prendere fuoco πῦρ (pyr) “fuoco” greco antico
Pressa fretta pressare latino
Puteca (poteca) bottega, negozio apotheca / ἀποθήκη (apothéke) / boutique latino / greco / francese
Ràggia rabbia rage francese
Riggiòla mattonella rajola catalano
Rilòrgio orologio reloj / rellotge / horologium / ὡρολόγιον (horológion) spagnolo / catalano / latino / greco
Sciuscià lustrascarpe shoe-shine inglese
Semmàna settimana semana / semaine spagnolo / francese
Sguarràre (sguarrà) divaricare, squarciare desgarrar spagnolo
Sparadrappo cerotto esparadrapo /
sparadrap /
esparadrap
spagnolo / francese /
catalano
Sparagno risparmio sparanjan / épargne (espargne) germanico / francese (antico francese)
Tamarro zotico al-tamar (mercante di datteri) arabo
Tavúto bara ataúd / taüt / تَابُوت (tābūt) spagnolo / catalano / arabo
Tècchete prendi, eccoti te eccu(m) te latino
Tené (Ténere) avere tenere latino
Tirabbusciò cavatappi tire-bouchon francese
Zéngaro zingaro ἀθίγγανοι (athínganoi) greco bizantino
Zimmaro caprone χιμμάρος (chimmáros) greco

Ma una delle cose più divertenti del napoletano è in “Tammurriata nera”, canzone dell’immediato dopoguerra.

A. Mario, uno degli autori storici napoletani (pseudonimo di Giovanni Ermete Gaeta, paroliere e compositore italiano, autore di numerose canzoni di grande successo, come “La canzone del Piave”. Insieme a Salvatore Di Giacomo, Ernesto Murolo e Libero Bovio, tra i massimi esponenti della canzone napoletana della prima metà del Novecento), intitolò una sua canzone “Tammuriata nera”: “tammurriata”, per il genere di canzone popolare che si caratterizza per essere accompagnata solo dal tamburo e talvolta dalla chitarra per l’essere nella tradizione una genere esorcistico e scaramantico, “nera” per il colore della pelle dei protagonisti.

“Tammurriata nera” racconta la storia di una donna che mette al mondo un bimbo di colore, concepito da un soldato durante l’occupazione americana. La donna, tuttavia, accetta il figlio, forte del proprio amore materno. L’intera vicenda è raccontata da una specie di “coro greco”, che ironizza sul fatto che per quanto la donna rigiri i punti di vista del fatto (Seh, vota e gira, seh – seh, gira e vota, seh), o gli affibbi nomi italiani come Ciccio, Antonio, Peppe o Ciro (ca tu ‘o chiamme Ciccio o ‘Ntuono, ca tu ‘o chiamme Peppe o Ggiro), il bambino che ha partorito è comunque nero (chillo ‘o fatto è niro niro, niro niro comm’a cche).

Ma la parte più divertente è nel finale (aggiunto successivamente all’originale di E. A. Mario, con il testo di Edoardo Nicolardi): infatti c’è un pezzo che dice:

E levate ‘a pistuldà

uè e levate ‘a pistuldà,

e pisti pakin mama

e levate ‘a pistuldà.

Per anni mi sono chiesto cosa significasse: altro non è che la deformazione napoletanizzata di alcuni versi della canzone americana “Pistol packin’ mama” del 1942 cantata da Bing Crosby e le Andrews Sisters, e portata in Italia dalle truppe di occupazione alleata. Le parole, tradotte in italiano significano: “Metti giù quella pistola, rimettila a posto”.

Il testo originale inglese era infatti:

Lay that pistol down, babe,

Lay that pistol down.

Pistol packin’ mama,

Lay that pistol down.

Certo di non aver esaurito l’argomento “napoletano” con sole tre puntate, alla prossima inizierò a parlare del dialetto romano! S’aribbeccamo!

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