Il fiume scomparso

Un paio di giorni fa mi è capitata sott’occhio una cartina che descriveva tutte le capitali europee, molto simpatica, facendo una specie di summa di quello che vi si trova: una cattedrale, un viale dedicato ai caduti, un memoriale della seconda guerra mondiale e un fiume.

Se ci si pensa, un fiume ce l’hanno tutte: Roma ha il Tevere, Parigi la Senna, Londra il Tamigi, Berlino lo Sprea e Bonn, ex Capitale, il Reno. A Berna c’è l’Aare, a Vienna il Danubio, a Varsavia la Vistola, a Praga la Moldava e a Budapest il Danubio. Anche Belgrado ha il Danubio, Mosca la Moscova, Lisbona il Tago e Kiev il Dnepr.

E Napoli?

Napoli è nota come la città dove scorre il fiume Sebeto: sul lungomare vi è anche una artistica fontana seicentesca che raffigura il Sebeto e non mancano gruppi folcloristici, associazioni, teatri, imprese commerciali che si richiamano al suo nome.

Però se domandate a un Napoletano dove sta il Sebeto, risponderà che non lo sa, resterà confuso, forse anche un po’ mortificato. Se poi cercate su una piantina di Napoli non trovate da nessuna parte un fiume di nome Sebeto, anzi non trovate nemmeno nessun fiume di qualunque nome: solo una stradina fra la ferrovia e il mare porta questo nome illustre. Il fiume più vicino è il Sarno che scorre oltre il versante opposto a Napoli del Vesuvio, a oltre 40 chilometri.

Ma allora dove è finito questo fiume? Non pretendo di risolvere il mistero, presumibilmente irrisolvibile, ma di proporre una ricognizione se non esaustiva almeno completa, anche se sintetica, degli aspetti storici e topografici alla cui luce poi valutare le ipotesi proposte.

Il problema del Sebeto nasce tutto da un verso dell’Eneide. Nel Libro VII Virgilio fa una specie di rassegna delle genti e dei miti dell’Italia: in essa dal verso 733-740 leggiamo:

Nec tu carminibus nostris indictus abibis,

Oebale, quem generasse Telon Sebethide nympha

fertur, Teleboum Capreas cum regna teneret,       735

iam senior; patriis sed non et filius aruis

contentus late iam tum dicione premebat

Sarrastis populos et quae rigat aequora Sarnus,

quique Rufras Batulumque tenent atque arua Celemnae,

et quos maliferae despectant moenia Abellae,       740

Nella versione italiana tradizionale di Annibal Caro:

Èbalo, te n’andrai, del gran Telone

e de la bella Ninfa di Sebeto

figlio onorato. Di costui si dice

che, non contento del paterno regno,

Capri al vecchio lasciando e i Teleboi,

fe’ d’esterni paesi ampio conquisto,

e fu re de’ Sarrasti e de le genti

che Sarno irriga. Insignorissi appresso

di Bàtulo, di Rufra, di Celenne

e de’ campi fruttiferi d’Avella.

Si parla quindi di un eroe mitico, Ebalo, indicato come figlio della ninfa del Sebeto e di Telone: nei versi seguenti si accenna alle sue conquiste e si cita anche il fiume Sarno tuttora esistente e ben conosciuto: solo quindi un vago accenno al Sebeto, una localizzazione piuttosto generica, nessuna descrizione, nessun accenno a Napoli.

A collegare il Sebeto a Napoli sono invece due autori di poco posteriori: Stazio e Columella.

Publio Papinio Stazio, nato a Napoli nel 40 d. C, nelle Silvae scriveva:

“il Sebeto vada orgoglioso per quella che ha nutrito”.

Lucio Giunio Moderato Columella era nato invece a Cadice ma possedeva delle proprietà in Campania: scrisse un’opera unica nel suo genere, nell’antichità, “De re rustica”, un vero trattato di agricoltura che fece testo fino al 1700. In esso si trova scritto:

“la colta Partenope è bagnata dalla benefica acqua del Sebeto”.

In tutte e due i casi quindi solo una semplice citazione, che però dà la certezza storica che il Sebeto, ricordato da Virgilio, esisteva effettivamente e che era a Napoli.

Nessuno degli antichi però ha mai cantato il fiume, la purezza delle sue acque o l’ombrosità delle sue sponde.

L’esistenza del Sebeto ci viene confermato anche da due importanti ritrovamenti archeologici di epoca greca e romana.

Il primo è una moneta greca del V secolo a.C. sulla quale è rappresentata una testa giovanile con un corno in fronte e con la scritta “Sepeithos” e con sul retro una donna alata e la scritta: “neapolites”; il giovane dovrebbe raffigurare un dio fluviale mentre Sepeithos è verosimilmente la versione greca del nome latino Sebeto.

Di epoca romana imperiale è invece il secondo ritrovamento: una lapide che reca la iscrizione “P. Mevius Eufychus aedicolam restituit Sebetho (P Mvius Eufychus fece ricostruire l’edicola al Sebeto)”.

In conclusione, dalle fonti letterarie e archeologiche si può affermare che effettivamente nell’antichità doveva esserci a Napoli un fiume di una certa consistenza tale che ad esso, secondo l’usanza dei tempi, venne anche associata una divinità.

Dopo la fine dell’Impero Romano, non si trova però nessun’altra notizia del fiume, né del nome.

Nel 1300 Boccaccio, buon lettore di Virgilio, abitò per qualche tempo a Napoli ma non trovò niente che potesse essere considerato il Sebeto: anche lui chiese ai napoletani del tempo dove fosse mai questo fiume e. allora come oggi, i napoletani non seppero rispondere.

Probabilmente del Sebeto non si sarebbe più sentito parlare se esso non fosse stato cantato dai due massimi esponenti dell’umanesimo napoletano, il Pontano e il Sannazzaro.

Giovanni Pontano nacque a Cerreto di Spoleto, nel 1429 ma andò poi al servizio degli Aragaonesi a Napoli, dove morì nel 1503.

Nel 1496 compose la “Lepidina”, una lunga egloga che descriveva le mitiche nozze del Sebeto con la ninfa Partenope: a differenza di Virgilio la divinità del fiume è maschile (come nei reperti archeologici) e viene connesso con l’altro mito illustre di Napoli, la sirena Partenope. Nella egloga compaiono anche numerosi personaggi che nei nomi e nei tratti ricordano numerose località di Napoli e dintorni: Posillipo, Mergellina, Monte Echia, Capri, Procida, Resina, il Sarno.

Jacopo Sannazaro, (1457 – 1530) nato e vissuto a Napoli nella “prosa XII” della sua opera più nota, la “Arcadia”, canta ancora il Sebeto come luogo di delizie campestri.

Né l’uno né l’altro però danno alcuna indicazione concreta del mitico fiume: il primo canta solo un mito, il secondo attribuisce al Sebeto un carattere di pace campestre, appunto “arcadico”, che certo non poteva avere un fiume che scorreva presso un’affollatissima città.

Però gli studiosi cominciarono a interrogarsi dove si trovasse effettivamente il fiume il cui nome non ricorreva nella toponomastica locale e cominciarono quindi a farsi molte ipotesi, alcune veramente singolari.

Il mito del fiume andò sempre più crescendo: a metà del ‘600 il viceré de Fonseca commissionò una fontana che lo rappresentasse (si trova tuttora al largo Sermoneta, a Mergellina). Qui il Sebeto viene rappresentato come un vecchio dalla barba fluente in posizione adagiata su una conchiglia tra due obelischi affiancato da due tritoni portatori di piccoli vasi (buccine) da cui sgorga l’acqua.

Con l’insediamento dei Borboni nel 1737 Napoli divenne la capitale di un regno indipendente: allora il Sebeto cantato da Virgilio (che, in realtà, come abbiamo visto, lo aveva semplicemente citato) e cantato poi dai più illustri umanisti napoletani divenne una sorta di gloria nazionale da esaltare.

Ok, ma dove era il fiume?

Nel territorio di Napoli non vi sono sorgenti che possano alimentare fiumi perenni: ci sono, invece, una serie di valloni nei quali, a regime puramente torrentizio, scorreva dell’acqua quando pioveva, e se le piogge erano molto intense potevano anche avere effetti devastanti: vengono definiti “cavoni” o anche “canaloni” quelli più profondi e poi “arene” quelli più aperti.

Di tali corsi tutti discendenti dalle pendici dai Camaldoli, la collina più elevata della zona (480 metri), tre sono i principali che ricevono poi acqua da molti altri secondari e, benché ormai privi di acqua, sono però facilmente riconoscibili.

Nessuno di essi ha un vero proprio nome ben definito: per comodità, si possono chiamare canalone di Miano, della Sanità e dell’Arenella.

Il primo, quello di Miano, nasce presso l’attuale Policlinico, passa sotto l’attuale ponte di S. Rocco e quindi dal più moderno ponte di Bellaria, che divide il parco di Capodimonte da Miano, per scendere quindi a valle presso le attuali vie Masoni e S. Maria ai Monti fino ai Ponti Rossi.

Il percorso è ancora attualmente perfettamente conservato anche se l’acqua non vi scorre quasi più. Poi il canale proseguiva per l’attuale via Arenaccia (da cui il nome) e corso Novara per gettarsi, oltre la stazione ferroviaria, in mare sotto l’ancora esistente Ponte della Maddalena.

Il secondo canalone è quello della Sanità, che non esiste più, ma di cui si hanno ricordi storici fino all’800. Era una diramazione del precedente: si staccava nei pressi del parco di Capodimonte, scendeva per la Sanità (per via Arena della Sanità), per il borgo di Vergini, scendeva per via Cirillo e via Carbonara lambendo le mura della città, quindi si gettava in mare percorrendo l’ultimo tratto nell’attuale Via del Lavinaio dove vi erano anche dei mulini mossi da acqua (infatti lì esiste un “vicolo Molino”): la foce non era lontana dal Ponte della Maddalena dove sfociava l’altro canalone.

Quando pioveva copiosamente il corso del canalone alla Sanità e ai Vergini diventava impetuoso e pericoloso e poteva provocare molti danni: era proverbiale a Napoli l’espressione: “lava dei Vergini” per indicare una cosa che non si può contenere.

 Per questi inconvenienti nell’800 il corso fu dirottato e fatto confluire nell’altro corso dell’Arenaccia, più a monte, con una condotta forzata attraverso la collinetta di Miradois.

Il terzo corso d’acqua scendeva dall’Arenella.

Esso è riconoscibile solo topograficamente e non si hanno notizie storiche poiché, a differenza dei primi due, si è prosciugato in un tempo lontano lasciando solo una traccia: il nome Arenella dato alla zona di provenienza.

Presumibilmente attivo nell’antichità, si è poi prosciugato nel medio evo. Il suo percorso però è tuttora facilmente riconoscibile anche se occupato da antiche stradine che scendono giù dalla collina. Si originava dalla zona degli Ospedali, scorreva prima per la Via Gerolomini, quindi per Due Porte all’Arenella, vico Nocelle e quindi in Via Correra, detta “il Cavone”, poiché era un tratto incassato profondamente fra due alture e pieno di caverne. Quindi attraversava l’attuale piazza Dante, scendeva per l’attuale via Monteoliveto, per gettarsi in mare nella zona di Piazza Municipio.

I corsi di acqua di cui abbiamo parlato avevano perlopiù regime torrentizio, poiché Napoli in realtà è su una collinetta.

Ad oriente della città antica, però, vi è una zona pianeggiante racchiusa fra le alture di Napoli e il monte Somma, la parte alta del Vesuvio, nella quale vi sono pure delle sorgenti, nel comune di Volla (da “polla”, cioè sorgente) e in località Lufrano.

Inoltre un’altra fonte si trova a Somma Vesuviana alle pendici del monte Somma in località detta S.Maria del Pozzo.

In genere il Sebeto veniva identificato nel corso d’acqua che scorreva sotto il Ponte della Maddalena per la semplice ragione che dal ‘500 in poi costituiva l‘unico corso naturale di acqua esistente nelle immediate vicinanze di Napoli.

Dalle evidenze topografiche abbiamo visto però che si trattava solo di un corso torrentizio di scolo di acque piovane senza alcun sorgente: non è possibile allora immaginare che ad esso fosse connessa una divinità, maschile o femminile che fosse, come invece le fonti storiche chiaramente mostrano.

È presente anche l’opinione che il Sebeto fosse dall’altra parte della città e che sfociasse quindi verso piazza Municipio e identificabile con il canalone proveniente dall’Arenella. Si parte da una testimonianza di Tito Livio che porrebbe il Sebeto in quella zone (riportato anche da Wikipedia).

In realtà però Tito Livio scriveva:

“Publilio, occupata una posizione favorevole tra Paleopoli e Napoli, aveva già privato il nemico di quella reciproca assistenza di cui i diversi popoli avversari si erano serviti” (libro VIII, 23)

Che una tale posizione fosse quella della foce di un fiume, e che questo fosse poi il Sebeto, è una supposizione priva di qualsiasi riscontro.

E se il fiume era da un’altra parte, ma per questioni di “marketing” è stato invece inquadrato a Napoli?

L’acqua proveniente dalle sorgenti di Volla scorreva nell’antichità verso occidente, costeggiava tutta la città, riceveva come affluenti i corsi d’acqua di cui abbiamo detto, quindi i tre torrenti dell’Arenella, della Sanità e di Miano, passava per l’attuale via Foria scendendo quindi nella zona di Piazza Municipio.

Guardando il terreno, il percorso appare poco plausibile: occorre ipotizzare che la conformazione del terreno fosse molto diversa dall’attuale e che la zona costiera orientale (dove sta il ponte della Maddalena) fosse nell’antichità più alta di qualche metro. Difficile ipotizzare che l’acqua potesse risalire per via Foria, che fra la parte orientale di Napoli e il mare ci fosse un ostacolo naturale in grado di impedire all’acqua di defluire.

Un’ipotesi molto originale fu avanzata nel ‘600: il Sebeto scorre nel sottosuolo di Napoli!

Io sotto Napoli ci sono stato (il reato è in prescrizione, tranquilli), ma nessun fiume scorreva ai tempi delle mie “visite” nel sottosuolo.

Allora dov’è (e dov’era) il Sebeto?

Secondo me si deve partire da un fatto del tutto evidente.

Le colline che contornavano la Napoli greco-romana non potevano dar luogo un fiume, ma le immediate vicinanze orientali erano e sono tutt’ora ricche di fonti e di acque.

Anche senza averne nessuna conferma storica o morfologica la soluzione pare allora abbastanza semplice: il Sebeto scorreva nelle immediate vicinanze orientali della città, scaturendo dalle sorgenti che si trovano nel territorio fra le colline e il monte Somma: la zona è stata interessata da molte eruzioni vulcaniche (non solo quelle notissima del 79 d.C., che distrusse Pompei).

Questi movimenti hanno alterato la zona fra le colline e il Somma e quindi il fiume è sparito e il terreno diventato paludoso fino a che i canali artificiali (come quello di via Argine) non lo hanno prosciugato. Il Sebeto era un breve corso di acqua che scaturiva da una o più fonti nella zona di Volla.

Ma se passate nella zona orientale della città, e precisamente prima di arrivare al Ponte della Maddalena, in via Francesco Sponsilli appena si svolta da via Ferraris, e guardate in basso, sotto un ponte dell’autostrada, eccolo lì! Il Sebeto!

 

 

Un pensiero riguardo “Il fiume scomparso

  1. Napoli è piena di cavità sotterranee, per cui che un fiume possa essere scomparso non stupisce più di tanto. Io so che mio nonno, primo cugino del tuo (o forse del tuo bisnonno), quando era Direttore Generale delle Opere Pubbliche a Napoli fece qualche ricerca per il risanamento del sottosuolo, vedrò se trovo qualcosa fra le carte

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