Lingue d’Italia – il romanesco – parte prima

Come ho detto in “Lingue d’Italia – introduzione”, ho girato abbastanza l’Italia per sentir parlare un numero abbastanza elevato di dialetti. Questo, unito ad un buon orecchio, mi ha fatto apprezzare la varietà di sensazioni che si possono esprimere con delle semplicissime parole.

Ho vissuto per quasi tre anni a Roma e, a differenza di quello che si pensa, il romanesco è un vero e proprio dialetto, non una parlata; avendo il proprio codice linguistico molto simile a quello italiano, ciò può trarre in inganno.

La sua grammatica perciò si discosta poco da quella italiana e un italofono può capire agevolmente gran parte di un discorso in romanesco. Specialmente nei parlanti appartenenti ai ceti più bassi, il romanesco presenta una ricchezza di espressioni e modi di dire decisamente notevole, in continuo sviluppo.

La distanza che separa la varietà contemporanea di romanesco da quella consacrata nella letteratura dialettale classica va però sempre più aumentando, come in molti altri dialetti.

Se per i non-romani la comprensione del romanesco parlato presenta poche difficoltà, la comprensione del romanesco scritto potrebbe invece risultare un po’ più ostica.

Ciò che differisce maggiormente sono le singole parole, sia per come esse sono pronunciate, sia per come vengono scritte.

In particolare, ciò che nei testi in dialetto spesso colpisce (e disorienta) è la selva di accenti e di apostrofi, necessari a rendere il suono dei molti vocaboli che il romanesco elide o tronca, nonché le molte consonanti raddoppiate, a volte persino all’inizio dei vocaboli.

Come avviene per quasi tutti gli altri dialetti, anche per il romanesco la trascrizione non segue regole specifiche di ortografia: quest’ultima è solitamente basata sul tentativo di riprodurre più o meno fedelmente la pronuncia, il suono delle singole parole.

Per questo motivo, a volte, si può incontrare un medesimo vocabolo reso in modo leggermente diverso a seconda dei testi, anche perché alcuni autori tendono a semplificare l’ortografia, confidando nella conoscenza del romanesco da parte dei lettori, e lasciando così questi ultimi liberi di interpretare la pronuncia dei singoli vocaboli.

Ma in ogni caso, il dialetto di Roma è più simile all’italiano di quanto non lo siano quelli di altre città o regioni.

Diceva Belli:

Ma nun c’è lingua come la romana

Pe dì una cosa co ttanto divario*

Che ppare un magazzino de dogana.

da “Le lingue der monno”, G.G. Belli

* varietà

Vediamo ora un po’ di grammatica.

L’articolo determinativo maschile singolare il diventa “er”:

il gatto diventa er gatto; il cane diventa er cane; ecc.

L’altro articolo determinativo maschile singolare, “lo”, rimane tale.

Quello maschile plurale “gli” diventa “li”, con un’elisione dovuta al fatto di essere sempre seguito da vocale:

gli occhi diventa l’occhi; gli animali diventa l’animali; ecc.

L’altro articolo maschile plurale, “i”, cambia in “li”, senza elisione:

i santi diventa li santi; i lampioni diventa li lampioni; ecc.

Gli articoli femminili “la” e “le” rimangono invariati.

Gli articoli indeterminativi “uno” e “una” di solito perdono la “u”, divenendo “’no” e “’na”:

uno specchio diventa ‘no specchio; una capra diventa ‘na capra; ecc.

L’altro articolo un rimane invariato, ma se è seguito da una vocale, questa oppure la “u” vengono elisi. Riepilogo quanto detto in tabella 1.

il er
lo lo
i li
gli l’
la la
le le
un un (‘n)
uno ‘no
una ‘na

Tabella 1

Purtroppo, nel dialetto moderno, tutti gli articoli che cominciano per “l” tendono a perderla:

la sposa diventa dunque ‘a sposa, le strade diventano ‘e strade, ecc.

Molte preposizioni composte in romanesco vengono scisse nelle loro componenti:

“dello”, “della”, “dei” o “degli”, “delle”, si trasformano in “de lo”, “de la”, “de li”, “de le”; invece “del” resta “der” (ne parlo dopo, del cambio di “l” con “r”);

“col”, “collo”, “colla”, ecc. diventa “cor”, “co lo”, “co la”, ecc;

“dal”, “dallo”, “dalla”, ecc. diventano “dar”, “da lo”, “da la”, ecc;

“al”, “allo”, “alla”, ecc. diventano “ar”, “a lo”, “a la”, ecc;

“nel”, “nella”, ecc. seguono la stessa regola (“ner”, “ne lo”, ecc.) ma spesso alle due particelle viene inframezzato “de” come rafforzativo, per cui la preposizione torna ad essere quella semplice (“in”):

nella chiesa diventa in de la chiesa; nel mondo può diventare in der monno; ecc.

“sul”, “sullo”, “sulla”, ecc. segue la stessa regola (“sur”, “su lo”, “su la”, ecc.) ma in tal caso vi viene spesso anteposto “in” come rafforzativo:

sulla scala diventa in su la scala.

Quando la preposizione semplice “co” è seguita da “un”, solitamente diventa “cor”, ma per motivi fonetici può mantenere la forma “co ‘n”:

con un coltello diviene co ‘n cortello. Per semplicità, riepilogo il tutto in tabella 2.

del, col, dal, al, nel, sul der, cor, dar, ar, ner, sur
dello, collo (con lo), dallo, allo, nello, sullo de lo, co lo, da lo, a lo, ne lo (in de lo), su lo (in su lo)
dei, coi, dai, ai, nei, sui de li, co li, da li, a li, ne li (in de li), su li (in su li)
degli, cogli (con gli), dagli, agli, negli, sugli de l’, co l’, da l’, a l’, ne l’ (in de l’), su l’ (in su l’)
della, colla (con la), dalla, alla, nella, sulla de la, co la, da la, a la, ne la (in de la), su la (in su la)
delle, colle (con le), dalle, alle, nelle, sulle de le, co le, da le, a le, ne le (in de le), su le (in su le)

Tabella 2

A causa della perdita della “l” da parte degli articoli, come spiegato, “de lo”, “co lo”, ecc. vengono ora pronunciati secondo questa regola fonetica: l’ultima vocale della preposizione semplice (de, co, ecc.) diventa la stessa vocale dell’articolo che segue, e che ha perso la “l”.

Di conseguenza, della sposa è ora da’a sposa, nelle strade suona come ne’e strade, nello spazio diventa no’o spazzio, ecc. ecc.

La doppia vocale è pronunciata senza interruzione nella voce, come un unico suono molto lungo.

Tre vocali all’interno di una medesima sillaba non sono compatibili con la pronuncia romanesca, che ama i suoni cadenzati, e che quindi interviene sui dittonghi e i trittonghi accorciandoli o alterandoli di conseguenza: “miei”, “tuoi”, “suoi”, divengono rispettivamente “mia”, “tua” o “tui”, “sua” o “sui”: i libri tuoi diventa li libbri tua (o tui); i miei parenti diventa li parenti mia; ecc.

Altri vocaboli contenenti sillabe con tre vocali vengono corrotti eliminandone una, in genere l’ultima prima dell’accento, come in aiuola, che diventa aiòla, o in puoi, che diventa pòi; oppure il vocabolo viene parzialmente modificato: bue, buoi diventa bove, bovi; ecc.

All’interno delle parole, il gruppo “ce” viene pronunciato in modo scivolato, come “sce”, e alcune volte persino scritto come tale: cena è pronunciato (e talora scritto) scena, aceto come asceto, piacere come piascere, ecc. Al contrario, il suono di “ce” o “ci” non è mai scivolato quando la “c” è doppia: annacce (andarci), acciaccà (schiacciare), ecc.

Nelle parole in cui la lettera “l” precede una consonante, la prima normalmente diviene “r”: calcio diventa carcio; almeno diventa armeno; falce diventa farce; alto diventa arto; ecc.

Ciò vale anche per i monosillabi che terminano in “l”: il diventa er, al diventa ar, quel diventa quer, col diventa cor, ecc.

Tale cambio non avviene mai, invece, se la “l” è doppia: palla, collo, ecc. rimangono tali e quali.

Un’eccezione è costituita dalla parola “altro” che cambia in “antro”, con “n”, anche se nel romanesco moderno è frequente la forma artro.

Altri cambi consonantici sono il cambio di “nd” con “nn” e di “ld” con “ll”: questi gruppi cambiano semplicemente per comodità di pronuncia: quando diventa quanno; andato diventa annato; mando diventa manno; ecc.

Similmente, caldo di solito diventa callo; il cambio avviene anche nelle parole composte contenenti “caldo” o “calda”: scaldaletto diventa scallaletto, riscaldato diventa riscallato, ecc.

In altri vocaboli, invece, il gruppo “ld” diventa “rd”, secondo la regola precedentemente descritta: falda diventa farda; soldi diventa sòrdi; ecc.

Vista un po’ di grammatica, la prossima volta vedremo un po’ di modi di dire e di proverbi romaneschi. Vi aspetto!

3 pensieri riguardo “Lingue d’Italia – il romanesco – parte prima

  1. Il romanesco è da decenni ormai sdoganato a livello nazionale, complice la televisione dove attori e comici (sia teatrali che cinematografici) hanno intenzionalmente portato su un palmo di mano la propria romanità.
    Credo che molto sia dovuto non solo al fatto che Roma sia la capitale d’Italia, ma anche alla presenza della Rai, che mi sembra (parere del tutto personale) abbia sempre sollecitato la presenza di attori e comici romaneschi sulle proprie reti.
    Non faccio elenchi, ma si tratta di decine di esempi.

    Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...