Lingue d’Italia – il romanesco – parte seconda

Quando abitavo a Roma, avevo una Giulietta, bellissima auto, per i tempi, ma con la coppa dell’olio praticamente rasoterra. Visto che per parcheggiare (vero problema di Roma, altro che) si approfittava anche dei marciapiedi, spesso la suddetta coppa urtava, rompendosi, e causava un travaso di bile al sottoscritto.

Così mi recavo in un’officina meccanica (era sulla Laurentina, vicino alla Cecchignola, dove lavoravo e vivevo) e venivo travolto dal modo di parlare degli operai. Enzo (con la zeta dolce!), il capoofficina, si autodefiniva “er Vangogghe d’i carozzieri (con una erre, assolutamente)”. Quando vai in un posto così, e alla fine ti fanno anche lo sconto (“’A sor tene’, damme trenta sacchi e famo patta e pace”), che vuoi di più?

Digressione sul denaro. A Roma il denaro viene chiamato in maniera diversa da tutto il resto d’Italia.

Piuttosto famosi sono i vari nomi che si usavano dare ad alcune determinate somme di denaro in lire, e di conseguenza ad alcune banconote e monete. Dai sonetti del Belli sono frequenti le citazioni di monete papali che il popolino indicava come bajocchi e pavoli. Presenti nella vita quotidiana romana più recente, per i piccoli acquisti, erano i sacchi. Un sacco (raramente usato al singolare) corrispondeva alla somma di 1000 lire.

Salendo di valore, incontriamo lo scudo, ovvero la banconota (dunque il valore) corrispondente alle 5000 lire (in parole povere cinque sacchi = ‘no scudo). Da citare che lo scudo era il nome italiano della moneta da 5 lire fino ai primi decenni del Novecento. Il termine “piotta” indica il numero cento ed era usato per indicare la moneta da 100 lire o la banconota da 100mila lire. L’uso dello stesso nome difficilmente creava problemi, data la differenza tra le due cifre: il contesto spazzava ogni dubbio.

Con il termine piotta si potevano nominare varie somme, dalle 50mila lire alle 900mila, rispettivamente dicendo “mezza piotta” o “nove piotte”. Per cifre più alte si usava più direttamente e razionalmente il termine mijone o mijardo, nient’altro che “milione” o “miliardo” in italiano (anche se si sentiva qualche volta il termine “Un Bonaventura” per definire il milione di lire facendo riferimento al personaggio di fantasia “Il Signor Bonaventura” che al termine delle sue imprese otteneva sempre in premio un assegno da un milione).

Con l’avvento dell’Euro sono rimasti d’uso corrente alcuni di questi termini romaneschi. Un sacco significa 1 Euro, uno scudo significa 5 Euro e una piotta 100 Euro. Le generazioni più anziane però continuano ad usare questi termini riferendosi all’equivalente in Euro del loro vecchio significato in lire (ad esempio: una piotta può anche indicare 50 €, ossia 100mila lire).

Va detto che nel dialetto romanesco, in particolare moderno, il termine “piotta” non ha un riferimento puramente economico, ma può significare anche andare molto velocemente, in questo caso si tratta infatti di un verbo, “piottare” ossia andare velocemente in senso sia materiale che metaforico, ad esempio: “ ‘sta machina piotta ‘na cifra” ovvero “questa macchina va (o può andare) molto veloce”, e quindi raggiungere e superare rapidamente i 100 km/h.

L’avvento dell’euro (declinato al plurale in “euri”) ha sensibilmente ridotto l’uso di questi termini. Tuttavia, rimangono nel linguaggio popolare ancora numerosi i riferimenti alla lira (in senso perlopiù dispregiativo: “nun c’ho ‘na lira”, “nun vale ‘na lira”, “robba da du’ lire”…).

Fine digressione.

Ovviamente, una lingua, o un dialetto, aiutano ad esprimere concetti che in italiano non suonerebbero allo stesso modo. In questo, il romanesco è una delle lingue in assoluto più espressive che abbia mai sentito. È proprio una caratteristica del popolo romano, l’ironia.

In strada, nei mercati, nel traffico, ovunque ci sia un assembramento, mi è sempre capitato di sentire frasi che mi hanno fatto scompisciare.

Prima di passare ad un elenco di “insulti” in romanesco, la parte finale della grammatica che avevo iniziato in “Il romanesco – parte prima“:

Il suono del romanesco è più duro dell’italiano: le parole che iniziano con una consonante, se precedute da vocale, spesso la raddoppiano per rinforzarla, derivandone un suono assai più enfatico.

La preposizione per è sempre accorciata in pe (eventualmente rinforzata in ppe): per mangiare e per bere diventa pe mmaggnà e ppe beve; ecc.

In tempi più recenti si tende ad usare l’apostrofo, nella forma pe’ (una vera elisione).

Tutti i verbi in …are e …ire perdono “re”, divenendo vocaboli tronchi: andare diventa andà, venire diventa venì; guardare diventa guardà; ecc.. É invalso l’uso di scriverli con l’ultima lettera accentata, anziché con l’apostrofo.

Per i verbi in …ere la forma in romanesco dipende da dove cade l’accento nel vocabolo italiano: se cade sulla penultima sillaba si applica la stessa regola: cadere diventa cadé; volere diventa volé, ecc.

I cambiamenti più esilaranti sono senz’altro quelli che derivano da convinzioni errate circa l’origine o il significato di un vocabolo.

Un paio di classici esempi. Il popolino diceva moseo anziché museo, perché era convinto che derivasse da “Mosè” e non da “musa”. E a Roma la zanzara si è sempre chiamata zampana: il perché si evince da un sonetto di G. G. Belli:

Be’, se dirà zanzare pe le stampe; Beh, si dirà “zanzare” nei testi stampati;
Ma sso’ zampane: eppoi, santa Lucia!, Ma sono “zampane”: e poi, santa Lucia!,
Nun je le vedi lì ttante de zampe? Non vedi lì che hanno tanto di zampe?

da “Le zampane”, 2 aprile 1846

Adesso vediamo quello che vi avevo promesso prima:

Abbiti ‘na liana dopo Tarzan:

La tua dimora non è effettivamente molto pratica da raggiungere

Te sei magnato quarcosa de triste:

Dalla tua flatulenza evinco che il tuo ultimo pasto non è stato propriamente leggero

Ma che c’hai nelle mutande, ‘a pasta d’a pizza?:

Sarebbe arrivato il momento che tu smettessi di toccarti i genitali

C’hai l’occhi che se stanno a tamponà:

Sbaglio o soffri di un leggero strabismo?

Nun sei pelato, è che c’hai la riga larga:

Sei una persona con pochissimi capelli

Sei tarmente brutta che bisogna guardatte co’r decoder:

Non ti si può esattamente definire bella, tanto che per avere un’immagine decente di te bisogna usare un decoder

So’ annato a risorve:

Ho espletato le mie funzioni fisiologiche liquide

Sei tarmente brutta che se t’avvicini ar computer parte l’antivirus:

Sei di una bruttezza inaudita

Nun c’ho tarmente ‘na lira che si mòro me sotterano co’ la capoccia de fòri perché nun c’ho li sordi pe’ la foto:

Ho talmente pochi soldi che non mi posso permettere neanche una tomba dignitosa

Te faccio clonà e poi meno a te e a quell’artro:

Userò la tecnologia genetica per poterti picchiare maggiormente

L’arivedi quanno er cazzo mette l’unghia:

Non credo che te lo restituirò

Si te la tiri ‘n artro po’ la pòi usà come ‘na fionna:

Sei una ragazza che sta troppo sulle sue

C’hai er fisico de ‘n lanciatore de coriandoli:

Vista l’esiguità della tua massa muscolare, sarebbe opportuno che tu ti dedicassi a qualche attività fisica di un certo livello

Sei così stronzo che se acciacchi ‘na merda fai scopa:

Non ti stimo affatto, e ti ritengo uguale a una deiezione

C’hai du’ recchie tarmente grosse che se ce capivi de digitale vedevamo Sky:

Hai due parabole al posto delle orecchie

Ahò, pare ‘no scojo:

Dicesi di una tavolata composta da ragazze molto brutte, che ricordano un gruppo di cozze attaccate allo scoglio

C’hai du’ cromosomi ‘n testa che giocheno a dama:

Sei davvero molto stupido

C’hai ‘na caccola pe’ cervello. L’urtima vòrta che te sei soffiato er naso sei rimasto deficiente:

Non brilli certo in intelligenza

Peccato che cachi, sinnò saresti pòpo ‘n ber soprammobbile:

Sei completamente inutile

Quanno è giornata da pijallo ‘n culo er vento t’arza ‘a camicia:

Quando la tua giornata nasce sotto una cattiva stella è inutile prendersela

Èsse stupidi è ‘n diritto, ma certo che tu te n’approfitti:

Sei una persona dotata di scarsa intelligenza

Sei tarmente stupido che te pensi ch’er plurale de dito sia mano:

La tua ignoranza è tale da applicare erroneamente la matematica al corpo umano

Spero che domani matina te sveja San Pietro:

Spero che tu muoia al più presto

Splendido, ‘ngessame er cazzo… che me l’hai rotto!:

Esclamazione rivolta a colui che fa domande insistentemente

Dio nun ha creato gnente de inutile, ma co’ te c’è annato molto vicino:

Non sono ancora riuscito a capire a cosa tu possa servire

È ‘na fuga de gasse o te puzza l’alito?:

L’odore del tuo alito è insopportabile

Piji più pizze te che ‘n forno a legna er sabato sera:

Sei molto propenso a prendere gli schiaffi

‘Ndò sta er cesso, che devo da liberà er prigioniero negro?:

Potresti cortesemente indicarmi la toilette, ché ho un bisognino da espletare?

A roscio, si te fai ‘na riga ‘n mezzo pari ‘n gettone:

La tua capigliatura fulva, se ben acconciata, potrebbe renderti simile a un vecchio gettone telefonico.

Si ‘n’era ‘na scoreggia allora sta a comincià Ken il Gueriero:

Avete udito anche voi dei rumori molesti provenienti dal deretano di qualcheduno?

Vatte a ammazzà co’ ‘r gasse: tre-quattro bocchettate e nun ce pensi più:

Ti consiglio di togliere il disturbo al più presto

Te faccio passà ‘n mezzo a ‘n incrocio de schiaffi che nun sai manco a chi devi da’ ‘a precedenza:

Ti percuoterò pesantemente

I gusti so’ gusti, come diceva ‘r gatto che se leccava ‘r culo:

Rispetto la tua scelta, sebbene mi appaia quanto meno fuori luogo

Te ‘a residenza nun te la danno perchè c’hai ‘n culo fòri dar comune:

Il tuo posteriore non passa di certo inosservato.

Ovviamente non pretendo di esaurire in poche righe un argomento come il romanesco, ma nella prossima puntata vedremo una delle frasi più famose di questo dialetto. Indovinate quale?

7 pensieri riguardo “Lingue d’Italia – il romanesco – parte seconda

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