Lingue d’Italia – il romanesco – parte terza

La bellezza dei dialetti mi ha affascinato fin da piccolo. Essendomi spostato da Taranto a Napoli, capii subito, nonostante la giovane età, che il significato di alcune parole può cambiare in virtù del luogo in cui ti trovi.

Ad esempio, evitate di dire “pizza” a Taranto. Questo perché mentre in tutto il resto del mondo dicendolo si intende il prodotto gastronomico, nella città dei due mari intendiamo l’organo sessuale maschile. E quando si va in pizzeria, per evitare impicci, si dice “pizzella” o “focaccia”.

Come dicevo ne “Il romanesco – parte seconda”, in questa terza e ultima parte sul romanesco vorrei trattare una frase particolare, ma prima di arrivarci, una piccola premessa.

Una tra le principali caratteristiche del romanesco è la quasi totale mancanza di inibizioni linguistiche, cosa che lo rende estremamente ricco di termini e frasi particolarmente colorite, usate liberamente e senza ricorrere ad alcun tentativo di sostituzione con sinonimi o concetti equivalenti.

Se nell’uso della lingua non dialettale il ricorso al turpiloquio è generalmente causato da particolari situazioni e viene usato come valvola di scarico di uno stato di aggressività temporaneo, nel dialetto romanesco la parolaccia è parte integrante del normale dizionario, ed esiste quindi sempre e comunque.

Questa ricchezza di vocaboli e frasi scurrili e (solo apparentemente) offensivi, deriva verosimilmente da una tradizione linguistica della Roma papalina, in cui il popolano rozzo e incolto usava esprimersi con un linguaggio spontaneo e colorito (ma nobili e clero non parlavano molto diversamente: il film di Alberto Sordi “Il Marchese del Grillo” è fatto molto bene, in questo senso. Chi non ricorda: “Io so io, e voi nun sete un cazzo“?).

Nel romanesco la parolaccia, la sconcezza o la bestemmia (il “moccolo”) nella maggior parte dei casi prescinde assolutamente dal suo significato letterale o comunque offensivo e assume un senso comunemente accettato e riconosciuto.

Ad esempio, è del tutto normale che una madre richiami il figlio con un “vviè cqua, a fijo de ‘na mignotta!”. O incontrando una persona la si può salutare con un “Ahó, come stai? Possin’ammazzatte!”.

Il modo in cui viene pronunciato un vocabolo, unita all’uso dello stesso in un determinato contesto, magari, unendo un’adeguata mimica, può in qualche modo ampliare il significato di un vocabolo, come vedremo.

E infatti eccoci alla “classica” parolaccia romana, “li mortacci tua”, che assume significati diversi a seconda del tono e della mimica che si usano.

Chi siete?”. “Semo l’anima de li mortacci tua!”: la celebre scena del film di Monicelli “La Grande Guerra” racchiude tutta l’irriverenza e la forza comunicativa dell’espressione dialettale.

Un’espressione che, anche attraverso il cinema italiano è filtrata nella quotidianità con significati e usi fra i più disparati. L’offesa rivolta ai “mortacci” racchiude una varietà di usi e significati profonda, nota ai più: ma l’irriverente insulto conserva anche legami con il passato che oggi si dimenticano.

L’accusa, terribile, di discendere da parenti pessimi e spregevoli, è particolarmente significativa in una cultura come la nostra in cui, sin dai tempi dell’antichità, il culto dei defunti riveste un’importanza fondamentale.

Non esiste modo migliore di offendere qualcuno di quello di insultare i suoi parenti più cari: il romanesco, nella sua parlata colorita e travolgente, ha fatto propria questa “usanza” trasformandola in un vero e proprio intercalare con molteplici significati, alcuni dei quali niente affatto negativi.

Li mortacci tua” è soltanto uno dei modi con i quali è possibile sortire l’effetto desiderato: esistono numerose varianti dell’insulto, tra le quali la più curiosa (e forse ad oggi, in un’epoca in cui la comunicazione deve essere il più diretta ed incisiva possibile, meno usata) “li mortacci tua e de tu nonno ‘n cariola”. La colorita espressione ha una storia molto particolare, che affonda le radici nell’usanza, durante le epidemie, di depositare i morti su appositi letti chiamati “cariole”.

Questa pratica era soprattutto rivolta ai più poveri e a coloro che non avevano le risorse economiche per guadagnarsi una sepoltura dignitosa: un morto povero, ultimo degli ultimi.

Un’altra variante ancor meno usata è quella di offendere i “mortanguerieri”: oggetto dell’insulto questa volta non sono i defunti più prossimi, ma addirittura i lontani antenati morti anonimamente in battaglia, da “guerrieri” appunto.

Ma la frase non è solo offensiva.

Ad esempio, se si vuole esprimere meraviglia, dicendo: “Li mortacci tua, ma quanto hai vinto?”; oppure, sorpresa: “Li mortacci tua, ma ‘ndo sei stato?”; o anche rabbia: “Li mortacci tua, ma ch’hai fatto?”.

Si può spesso sentire esclamare un generico “Li mortacci!” o anche solo “mortacci!” in caso di qualcosa di inaspettato. In tutti questi casi la parolaccia diviene ininfluente, non è offensiva ma è un rafforzativo, l’equivalente di un punto esclamativo: “Li mortacci mia, quant’ho magnato!”.

La stessa parolaccia può avere significati negativi, tipo odio o dolore, se accompagnata da un aspetto del viso adeguato ma, in tutti i casi citati, la parolaccia non è rivolta tanto ad offendere gli antenati defunti del soggetto a cui è indirizzata quanto usata come locuzione generica rivolta alla persona stessa.

Il romanesco fa un uso della frase volgare quasi sempre in senso rafforzativo. Ad esempio, “bucio de culo” si può tradurre con “fortuna” (“Hai fatto 6 ar superenalotto? Che bucio de culo!”) o “fatica” (“Me so’ fatto un bucio de culo!”).

L’adulatore è un “leccaculo”, e l’individuo particolarmente sfrontato e dotato di faccia tosta e quindi privo di vergogna, ha la “faccia com’ er culo”.

Il romanesco, che non si preoccupa di cercare sinonimi per frasi “indecenti”, mostra di possedere invece una grande dose di fantasia nel trovare forme alternative a concetti sconci, che lasciano però inalterata l’immagine originaria; così, lo stesso significato della frase precedente viene illustrato da locuzioni come “fasse er bidè ar grugno”, “mettese ‘e mutanne ‘n faccia” o “soffiasse er naso caa cart’iggennica”. Sempre sullo stesso soggetto troviamo “pijà p’er culo” (prendere in giro), “arzasse cor culo all’insù” (svegliarsi di cattivo umore), “vàttel’ a pijà ‘nder culo” (come “va’ a morì ammazzato!”),“avecce er culo chiacchierato” (essere tacciato di omosessualità), e “rodimento de culo” (nervosismo, arrabbiatura).

Anche il termine “cazzo” viene usato soprattutto come rafforzativo in frasi esclamative (“ma che cazzo stai a fà!”), dove si esprime anche un accenno di disappunto, e un po’ meno nelle interrogative (“’ndo cazzo stai a annà?”  “dove vai?”).

Altro frequentissimo significato del vocabolo è quello di “assolutamente nulla” (“nun capisci ‘n cazzo!”, “nun me frega ‘n cazzo!”, ecc.). Varianti del termine sono la “cazzata”, col preciso significato, derivato dal precedente, di “sciocchezza”, “stupidaggine”, “roba di poco conto”, o alternativamente “menzogna”; “cazzaro”, chi fa o dice cazzate; “incazzatura” (arrabbiatura); “cazzone”, individuo stupido o insignificante.

L’espressione “E ‘sti cazzi?” indica il disinteresse, senza la “E” iniziale e l’interrogativo ha svariati usi – persino contraddittori- derivati dal contesto. Tale espressione viene spesso confusa da chi non è romano con l’esclamazione “sto cazzo!”, che invece esprime stupore, meraviglia; sia in senso reale sia, più frequentemente, in senso sarcastico.

Abbondante anche l’uso e le relative variazioni su “cojone”, propriamente individuo stupido e incapace, da cui “cojonà” (prendere in giro, con una sfumatura di significato meno forte di “pijà p’er culo”); “me cojoni!” (perbacco!, addirittura!, davvero!, usato per esprimere incredulità o meraviglia), “un par de cojoni” (assolutamente nulla); e l’esortazione “nu’ rompe li cojoni” rivolta a chi sta recando fastidio e disturbo al limite della sopportazione.

Persino la prostituzione è parte dell’intercalare (“fijo de ‘na mignotta” può raggiungere alti livelli di cultura col pasoliniano “fjodena”).

Ma per capire ancora un po’ il romanesco, vi propongo due sonetti, il primo di Giuseppe Gioachino Belli (1791-1863) e il secondo di Carlo Alberto Salustri, detto Trilussa (1871-1950).

IN VINO VERIBUS

Giuseppe Gioacchino Belli

Senti questa ch’è nnova. Oggi er curato

Ch’è vvenuto ar rifresco der battesimo,

Doppo unisci bbicchieri, ar dodiscesimo

Ch’er cervello je s’era ariscallato,

Ha ddetto: «Oh ccazzo! A un prete, perch’è nnato

In latino, è ppermesso er puttanesimo,

E ll’ammojjasse nò! Cquello medesimo

Che ppe un Grego è vvertú, ppe mmé è ppeccato!»

E sseguitava a ddí: «Cchi mme lo spiega

St’indovinello cqua? cchi lo pò ssciojje?

Nemmanco san Giuseppe co la sega.

Cosa sc’entra er parlà cquanno sse frega?

Che ddiferenza sc’è rriguardo a mmojje

Da la freggna latina a cquella grega?»

 

EL LEONE E ER CONIJO

Trilussa (Carlo Alberto Salustri)

Un povero Conijo umanitario

disse al Leone: — E fatte tajà l’ogna!

levete quel’artiji! È ‘na vergogna!

Io, come socialista, so’ contrario

a qualunque armamento che fa male

tanto a la pelle quanto a l’ideale.

 — Me le farò spuntà… — disse el Leone

pe’ fasse benvolé dar socialista:

e agnede difilato da un callista

incaricato de l’operazzione.

Quello pijò le forbice, e in du’ bòtte

je fece zompà l’ogna e bona notte.

 Ècchete che er Conijo, er giorno appresso,

ner vede un Lupo co’ l’Agnello in bocca

dette l’allarme: — Olà! Sotto a chi tocca! —

El Leone je chiese: — E ch’è successo?

— Corri! C’è un Lupo! Presto! Daje addosso!

— Eh! — dice —me dispiace, ma nun posso.

 Prima m’hai detto: levete l’artiji,

e mó me strilli: all’armi!… E come vôi

che s’improvisi un popolo d’eroi

dov’hanno predicato li coniji?

Adesso aspetta, caro mio; bisogna

che me dài tempo pe’ rimette l’ogna.

 Va’ tu dal Lupo. Faje perde er vizzio,

e a la più brutta spàccheje la testa

coll’ordine der giorno de protesta

ch’hai presentato all’urtimo comizzio…

— Ah, no! — disse er Conijo — Io so’ fratello

tanto del Lupo quanto de l’Agnello.

Chiudo la trilogia romanesca con un canto popolare, che da ragazzi, guidati dall’amico Sandro, detto “Er Granata”, cantavamo in osteria:

LA SOCIETA’ DEI MAGNACCIONI

(canzone popolare portata al successo da Gabriella Ferri e Lando Fiorini)

Fatece largo che passamo noi

sti giovanotti de’ sta Roma bella

semo ragazzi fatti cor pennello

e le ragazze famo innamora’

e le ragazze famo innamora’

Ma che ce frega ma che ce ‘mporta

se l’oste ar vino ci ha messo l’acqua

e noi je dimo e noi je famo

c’hai messo l’acqua

nun te pagamo ma pero’

noi semo quelli

che j’arrisponnemmo ‘n coro

e’ mejo er vino de li Castelli

de questa zozza societa’

E si per caso vi e’ er padron de casa

de botto te la chiede la pigione

e noi jarrispondemo a sor padrone

t’amo pagato e ‘n te pagamo piu’

t’amo pagato e ‘n te pagamo piu’

Che ce arifrega che ce arimporta

se l’oste ar vino ci ha messo l’acqua

e noi je dimo e noi je famo

c’hai messo l’acqua

nun te pagamo ma pero’

noi semo quelli

che j’arrisponnemmo ‘n coro

e’ mejo er vino de li Castelli

de questa zozza societa’

Ce piacciono li polli

li abbacchi e le galline

perche’ son senza spine

nun so’ come er baccala’

La societa’ dei magnaccioni

la societa’ della gioventu’

a noi ce piace de magna e beve

e nun ce piace de lavora’

Portace ‘nantro litro

che noi se lo bevemo

e poi jarrisponnemo

embe’ embe’ che c’e’

E quanno er vino embe’

c’arriva al gozzo embe’

ar gargarozzo embe’

ce fa ‘n figozzo embe’

pe falla corta pe falla breve

mio caro oste portace da beve

da beve da beve.

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