Lingue d’Italia – l’emiliano-romagnolo – parte prima

Dopo il periodo “tarantino” e quello “campano”, finita la frequentazione della Nunziatella, andai a Modena, dove frequentai l’Accademia Militare. Dopo due anni, mi recai a Roma per la scuola di Applicazione. Poi fui trasferito a Merano, in provincia di Bolzano. Dopo poco più di due anni mi spostai a Budrio, in provincia di Bologna e poi, lasciato l’Esercito, andai a vivere a Forlì. In tutto, quindi, tra Emilia e Romagna (regioni ben distinte, come spiegherò oltre) ho trascorso ben 13 anni.

L’Emilia Romagna è composta dall’unione di due regioni storiche: l’Emilia, che comprende le province di Piacenza, Parma, Reggio Emilia, Modena, Ferrara e la maggior parte della città metropolitana di Bologna; la Romagna, che comprende le province di Ravenna, Forlì-Cesena, Rimini e i comuni della città metropolitana di Bologna situati a est del torrente Sillaro (Dozza, Imola, Mordano, Casalfiumanese, Borgo Tossignano, Fontanelice, Castel del Rio).

Le aree che costituiscono la regione attuale sono popolate fin da tempi remotissimi, e sono tanti i siti di interesse storico e culturale che si possono visitare sul suo territorio: il caso più famoso è quello del sito di Monte Poggiolo, presso Forlì, dove sono stati rinvenuti reperti di circa 800.000 anni fa.

L’Emilia Romagna è una regione dalle due anime: l’Emilia, terra di industria, agricoltura con la sua pianura sconfinata e quella aria apparentemente placida come l’acqua del grande fiume, dai colori tenui come le sue mattinate nebbiose; la Romagna, mecca del divertimento, colorata, sgargiante, rumorosa con i suoi personaggi ben descritti da Federico Fellini.

Anche i piatti sono icone dello stile di vita: in Emilia tortelli in brodo, piatto “lento”, adatto alle domeniche in famiglia; in Romagna c’è la piadina, dinamica, da gustare al volo in strada durante una serata con gli amici.

Il confine tra queste terre è labile.

Mi piace citare spesso un modo di dire romagnolo: “Se percorrendo la via Emilia ti fermi a chiedere da bere e ti danno dell’acqua, allora sei in Emilia, ma se ti danno del vino vuol dire che sei in Romagna”.

In queste pagine parlerò dei due dialetti, tenendo sempre presente che il piacentino, pur essendo un dialetto emiliano come il bolognese, sembra completamente diverso, così come sono differenti tra loro il ravennate e il riminese.

Questo perché capita spesso che gli accenti dialettali cambino a distanza di pochi chilometri all’interno dello stesso comune, figurarsi quando parliamo di una regione “lunga” come l’Emilia Romagna (da Piacenza a Riccione ci sono 260 chilometri!).

L’emiliano è una lingua romanza comprendente un gruppo di varietà linguistiche locali, dette anche dialetti, parlati nell’Italia Settentrionale. Nell’ambito accademico e nella letteratura scientifica italiani è sovente indicato come dialetto emiliano, essendo classificabile come “dialetto romanzo primario”, cioè sistema linguistico preesistente all’affermarsi di una lingua nazionale e subordinato all’italiano solo da un punto di vista sociolinguistico a fronte di un’origine latina comune. Tali varietà sono diffuse prevalentemente nella regione storica dell’Emilia, ma si estendono anche in territori circostanti di Lombardia, Piemonte, Toscana e Veneto.

Insieme al romagnolo, l’emiliano costituisce una delle due varietà della lingua emiliano-romagnola, appartenente al gruppo gallo-italico delle lingue romanze occidentali. Pertanto, come il francese, l’occitano ed il catalano presenta fenomeni fonetici e sintattici innovativi che lo distinguono dall’italiano, che appartiene invece al gruppo orientale delle lingue romanze.

I dialetti del gruppo emiliano presentano tratti comuni alle altre parlate dell’area gallo-italica, tra i quali i più caratteristici sono:

la caduta delle vocali finali diverse da “a”, probabilmente attraverso una fase di transizione che prevedeva lo schwa (ricordate?) in posizione finale, e il conseguente allungamento fonetico della vocale precedente, che può diventare complessa: bolognese mèder (madre), dutåur (dottore), âlber (albero);

l’esistenza di un sistema di particelle ad accompagnare il verbo, come nel piacentino lü al canta, lur i cantan (egli canta, essi cantano); modenese: me a sun andèe (sono andato);

il ricorso a forme pronominali atone a destra del verbo per la formazione della forma interrogativa: bolognese a sån (io sono) e såggna? (sono io?); piacentino a buùm (beviamo) e buùmia? (beviamo?); mirandolese at magn (mangi) e magn-at? (mangi?);

la presenza di vocali arrotondate tipiche delle parlate della zona romanza occidentale. In carrarese e in emiliano occidentale ve ne sono quattro: ä, ü, ö, å (in piacentino anche ë, vocale semimuta paragonabile alla cosiddetta “terza vocale piemontese”), in bolognese soltanto due (ä e å), in modenese una sola. Si confronti ad esempio il piacentino lümäga con il bolognese lumèga;

la presenza di suoni nasali alveolari (trascritti in bolognese con il segno grafico ń) come nel bolognese cuséń (cugino) o nasali velari come nel mirandolese mujàm (mollica), bòn (buono) o finàl (finale);

la formazione del plurale tramite un’alternanza vocalica: źnòć (ginocchio) e źnûć (ginocchia);

elisione delle vocali atone interne a sillabe finali in corrispondenza di parole inizianti per vocale: mirandolese I vènan da cla banda chè (vengono da questa parte) → I vèn’n a cà (vengono a casa); A gh’ò sédas pui (ho sedici polli) → A gh’ò séd’ś an (ho sedici anni) ma → A gh’ò daśdòt an (ho diciott’anni).

Più forte rispetto agli altri dialetti galloitalici è l’indebolimento delle sillabe atone, che spesso tendono ad un grado di apofonia di tipo zero, seppur con nette variazioni da un dialetto all’altro: bolognese śbdèl (ospedale), bdòć (pidocchio), e dscårrer (discorrere, usato nell’accezione di parlare), ma piacentino uspedäl, piöc’ e discùr.

Un esempio sinottico da una frase di Fedro:

Italiano:

“Il corvo aveva rubato da una finestra un pezzo di formaggio; appollaiato sulla cima di un albero, era pronto a mangiarselo, quando la volpe lo vide; era davvero affamata”;

Bolognese:

“Al côrv l’avêva rubè da una fnèstra un pzulén ed furmâi; apugè in vàtta a un âlber, l’êra drî par magnèrel, quand la våulp al le vésst; l’avêva pròpi una gran sghéssa”;

Ferrarese:

“Al còrav l’eva rubà da na fnèstra un còn ad furmaj; pugià ad sóra n’àrbul, l’era pront par magnàrsal, quànd la vòlp al l’ha vist; la gh’eva purasà fam”;

Piacentino

“Al cròv l’äva rubä da ‘na finestra (anche: fnestra) un toch ad furmäi; pugiä insima (anche: insüma) a una pianta (anche: un ärbul), l’era lé (anche: lì) par mangiäl, quand la vulp al l’ha vist; la gh’äva dabon fam a bota (anche: a bota fam)”;

Parmigiano:

“Al cornaciò l’äva robè da ‘na fnéstra un tòch äd formàj; pozè insimma a ‘na pianta, l’éra lì lì par magnärsol/magnärsel, quand la volpa l’al vèdda; la gh’äva fama dabón”;

Modenese:

“Na curnàçia négra l’ìva purtèe via da óna fnèstra un pcòun ed furmàj; pugèda inséma a óna piànta, l’éra pròunta per magnèrsel, quànd la vólpa la-l’ha vésta; la gh’ìva ‘na fàm òrba”.

Ora vediamo alcune parole in emiliano: per fare ciò, mi concentrerò un po’ di più su Bologna, in cui ho vissuto e che conosco abbastanza bene.

Bologna è circondata da viali alberati che fanno il giro intorno al centro storico: ogni via d’accesso è solitamente preceduta da una Porta. Le dieci Porte della città che si incontrano percorrendo la circonvallazione furono incastonate fino a poco più di un secolo fa nella cosiddetta “terza cerchia’, progettata e tracciata nei primi decenni del Duecento e demolita all’inizio del Novecento.

Porta Castiglione, Porta Santo Stefano, Porta Maggiore, Porta San Vitale, Porta San Donato, Porta Mascarella, Porta Galliera, Porta Lame, Porta San Felice e Porta Saragozza (Porta Sant’lsaia e Porta San Mamolo non esistono più fisicamente) sono quindi quanto resta della cinta che per sette secoli avvolse la città conferendole una forma stabile.

La lingua cittadina ha un che di brioso e impertinente, ma negli ultimi anni ha preso molti suoni dall’italiano vero e proprio (si diceva Bulåggna, quasi con la e al posto della prima a, al tempo dei miei trascorsi bolognesi; adesso si sente più Bulagnna).

In emiliano, la negazione non si esprime con il “non”, ma con la parola “brisa”: non c’è pane = an ghè brisa pan.

L’inno degli emiliani è “soccmèl”. E si usa in tanti modi, come si capisce ad esempio in: “Ho vinto un milione di euro” “Soccmèl, che cul!”, o in: “Mi si è rotta la macchina” “Soccmèl che sfiga!”.

Sócc’mel è l’abbreviazione di “sócc’mel mo’ bän”, che è un’incitazione alla fellatio, praticamente. È molto più frequente sentire l’italianizzato “soccia”. C’è da dire che ha perso qualsivoglia implicazione sessuale, e lo dicono tutti, a qualunque ceto sociale appartengano e qualunque sia la situazione.

Altre parole, italianizzate ma derivate dal dialetto, sono: rusco (non ho MAI sentito nessuno dire “immondizia” o “spazzatura”); dare il tiro, frase che manda in crisi tutti i fuorisede e che significa “aprire il portone o il cancello mediante dispositivo elettrico situato su una pulsantiera”; cinno, che letteralmente significa “bambino” ma che può essere utilizzato anche come “moccioso”.

Oppure arzdòra (o arzdoura), che è la tipica massaia emiliana, che prepara la sfoglia, i tortellini e bada la casa. Donna dedicata alla famiglia e alla vita quotidiana, colei che vi lancerà i mattarelli in testa se le direte che i suoi piatti sono scevdi (che vuol dire insipidi).

Vèz, letteralmente “vecchio” è un intercalare dal duplice significato. In senso positivo, vuol dire “vecchio mio”, “caro amico”. Tra sodali non è insolito iniziare le frasi con un “Vèz”. Questo termine viene utilizzato spesso, in maniera negativa, anche per riprendere qualcuno, magari prima che la combini grossa.

Avere la “pilla” indica uno stato di temporanea o permanente opulenza e disponibilità economica, mentre la “pluma” significa essere al verde, o meglio avere solo quella lanuggine che si deposita negli angoli delle tasche vuote dei pantaloni.

Intortare vuol dire circuire, ammansire, conquistare la fiducia di una persona per secondi fini. Di solito riferito anche al corteggiamento, ma in senso assolutamente fallimentare. Il termine deriva dalle operazioni di guarnitura finale dei grandi dolci: un abbellimento esteriore, che però non si mangia e nasconde la sostanza. Esempio: “Eh, quello ha cercato di intortarla, ma lei non ne ha voluto sapere”.

Il ciappino è il termine che indica un qualsiasi artefatto costruito utilizzando improvvisazione e strumenti di fortuna. Una costruzione di risulta, frutto dell’ingegno emiliano e adatta all’unico scopo di risolvere una situazione contingente. Spesso “ciappino” è utilizzato come sinonimo di espediente, di escamotage, una soluzione non ortodossa, ma che risolve il problema.

E infine “bazza”. Indica un affare poco trasparente, ma di sicura convenienza. Può riguardare occasioni sulla rete come l’acquisto sottobanco di “pezzi” per il proprio ciclomotore, così come l’ingresso in un locale perché in combutta con il titolare. Esempio: “Ma sei riuscito a entrare?” “Sì, c’ho la bazza con il buttafuori!”.

Ma non pensate che la conoscenza di pochi vocaboli possa aiutarvi qualora vi doveste trovare in un bar in via Mazzini alle dieci di sera, chiedendo un’indicazione ad un paio di vecchietti bolognesi. Lì, neanche il traduttore simultaneo di Star Trek vi aiuterebbe!

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