Lingue d’Italia – l’emiliano-romagnolo – parte seconda

Mi sono sempre piaciuti gli spettacoli teatrali, soprattutto quelli “leggeri”. Ai tempi in cui abitavo a Napoli andavo spesso al teatro Sancarluccio, nel quartiere Chiaia, dove avevano debuttato, tra gli altri, Massimo Troisi e Vincenzo Salemme.

Arrivato a Forlì, nel ‘98, mi accorsi che esisteva una tradizione teatrale non indifferente, basti pensare che uno degli attori più famosi in città era anche Direttore di una filiale di banca!

Negli anni romagnoli ho assistito a parecchi spettacoli teatrali, con Giuseppe Giacobazzi e Paolo Cevoli (resi celebri da Zelig), con Fabio De Luigi, che per un periodo è stato anche mio cliente (questa la racconterò poi), ma soprattutto con Ivano Marescotti.

Questo attore romagnolo (del ravennate) aveva una caratteristica particolare, che a me piaceva molto. Recitava in dialetto, anzi, aveva avviato, a Conselice, in provincia di Ravenna, proprio un programma di recupero del dialetto. Spettacoli spassosissimi, che mi hanno fatto imparare un sacco di parole.

Certo, sapere una parola in romagnolo è una cosa, pronunciarla è ben altra!

Il dialetto romagnolo è un dialetto della lingua emiliano-romagnola parlato in Romagna e nella Repubblica di San Marino; è caratterizzato da un forte rilievo delle consonanti nelle parole e da una notevole moltiplicazione dei suoni vocalici, rispetto all’italiano, che ne ha solo 7.

Linguisticamente, il centro è rappresentato dalla zona di Forlì e Faenza.

Sono dialetti romagnoli anche quelli di parte delle Marche e della Repubblica di San Marino, ad esempio il Montefeltrino e il Sammarinese che possono essere considerati a tutti gli effetti varianti del dialetto romagnolo, comprese le parlate di buona parte delle località della provincia di Pesaro e Urbino settentrionale. Altre località a lingua romagnola sono la città di Imola che si trova al confine della provincia di Bologna e alcuni paesi della provincia di Ferrara confinanti con la provincia di Ravenna.

Il dialetto romagnolo parlato in Romagna ha antiche origini neolatine; vi si rivelavano evidenti influenze della lingua celtica ed influssi delle parlate germaniche e dei Franchi.

Il fatto storico che gli conferì i caratteri distintivi fu il lungo isolamento politico della Romagna, durante il periodo dell’Esarcato a Ravenna. Esso assunse così la sua specificità rispetto ai dialetti del resto della zona padana sotto il dominio longobardo.

Parlata ricca di consonanti, dove le vocali a volte compaiono nel minimo indispensabile per rendere pronunciabili le parole (scièn per cristiano, sgnòr per signore), il romagnolo deve questa caratteristica alla colonizzazione gallica, che già dalla fine del V secolo a.C., contribuì a creare in Romagna una base linguistica sostanzialmente omogenea.

Un altro degli elementi di spicco del romagnolo, anche questo di chiara matrice gallica, è la forte accentuazione che tronca le vocali finali (parsòt per prosciutto, candlòt per candelotto, piat per piatto). Gallicismi sono anche certi suoni nasali come vén per vino, pèn per pane.

Esistono delle parole in romagnolo che esistono solo in romagnolo. Vediamone qualcuna.

Patacca. Questa è forse la più famosa delle parole romagnole. Significa “minchione”, “sciocco”. Ma bastano questi due significati per tradurre il termine “patacca”?

“Sburon” (“sborone”). Se dovessi tradurre la parola significherebbe qualcosa come “esibizionista, sbruffone”. Ma se invece dovessi trovare l’etimologia, ecco, ehm, lasciamo perdere.

“Valà”. Tecnicamente sono due parole “va” e “là”. Questa parola riesce a distruggere qualunque ragionamento, offesa o teoria. Mandando l’interlocutore in un non meglio definito “là”.

La pie” o pida” (“piadina” o “piada”). Questa parola la capiscono tutti. Buona come in Romagna non si trova da nessuna parte.

“Cutvegna”. Anche questa tecnicamente è più di una parola, e si tradurrebbe come “che ti venisse” (un colpo).

“Inciciuì” o inzurlì” (“inciciuito” o “inzurlito”). Letteralmente significherebbe “diventato come un chiurlo”, qualcosa che in italiano trova corrispondenza nella parola “allocchito”.

“Burdél”. Termine che chiunque sia stato in Romagna conosce. Viene usato come sinonimo di “ragazzo”. Ma forse non tutti sanno che in realtà deriva da un tardo latino “burdus” che significa mulo. Il mulo è un incrocio fra un asino e una cavalla, un ibrido. Un bastardo. Infatti, il vero significato di burdél è proprio ”bastardo”. E infatti la prossima parola è…

“Bastérd”. Il termine “bastardo” esiste in tutte le lingue. Ma l’uso che se ne fa in romagnolo è del tutto singolare. In alcune zone vengono chiamati “bastérd” bambini e ragazzini.

“Svarnaza”. Termine di uso comune che significa disordinato, sfaticato.

“Amarcord”. Grazie a Federico Fellini tutto il mondo ha conosciuto la parola “Amarcord” che tecnicamente poi non è una sola parola (“a m’arcord”, “io mi ricordo”).

Ciò (con la “o” chiusa) vuol dire tutto e non vuol dire niente. All’inizio di una frase mette l’interlocutore sul chi vive. Se però viene messo dopo “oi” (“Oi, ciò”) non saprei proprio come tradurlo.

Se qualcuno ti dà del “cosp” letteralmente ti sta dicendo che sei uno zoccolo. Un cospo è un affare brutto e duro. Proprio come la persona a cui si vuole dare questo nome.

“Invurnì”. Un invornito è uno stordito, un intontito, un addormentato.

“Òscia”. Letteralmente “ostia”, a volte declinato al plurale “osci”. Non è un augurio di andare nella nota località del litorale romano, ma una esclamazione che ricorda sempre l’ambivalente rapporto del romagnolo con la sfera del sacro.

“Ciabòt”. Gran confusione. Risuona un desueto termine francese “jabotage”, che significa cicaleccio. Perché il francese non è altro che il romagnolo con qualche “avec”.

La parola più bella del romagnolo secondo me è “invell”. Viene dal latino “ubi velles” e vuol dire “da nessuna parte”. Per me ha una forza unica. “Dut ci andéd?” “Invell” (Dove sei andato? Da nessuna parte). Meraviglioso.

Vediamo ora qualche modo di dire romagnolo.

Ad zcador= Che prurito!

T’é una testa com una mazzola = Hai una testa come una mazzola cioè la gallinella di mare: il pesce con la fronte spiovente. Si dice a una persona che non capisce niente

Tci un bdôch arfàt!!! = Sei un pidocchio rifatto, cioè in basso stavi ma ora che ti sei elevato sappiamo comunque da dove vieni

Smanè la vèggia = Andiamo a casa

Bartavela = Cerniera dei pantaloni

Sportina = Sacchetto della spesa

Ma sa fet a posta? = Ma fate apposta?

Te sta zet, che tci ancoura un murgantoun = Stai zitto che sei ancora un bambino piccolo con il  al naso

Sghéttli = Solletico

Zudrinel = Cetriolo

Fata roba! = Che roba!

Tan vid un prìt tlá nìva! = Non vedi un prete (vestito di nero) in mezzo alla neve (bianca)…per dire che ci vede poco

Tam fe muri = Mi fai morire (dal ridere)

Se l’ignurenza la avesse agli eli ma te it d’area da magne’ sla sfrombla = se l’ignoranza avesse le ali e te ti darebbero da mangiare con la fionda

Oz a sò strach s-cent = Stanco morto

I furb i scriv, e i pataca i lez = I furbi scrivono e i patacca leggono.

An so miga e fiol de pori sugameni: Non sono mica figlio dei poveri …

Un s’fa un fòss senza do rivi: Non si fa un fosso senza due rive (La colpa non è mai da una parte sola).

Piotòst che nient l’è mei piotòst: Piuttosto che niente è meglio piuttosto

T’vu insgnì e gat a rapè so?: Vuoi insegnare al gatto ad arrampicarsi? (Si usa quando si vuole fare capire una cosa che si da per scontato di saper fare).

Un’s’coi un stèch: Non si raccoglie un bastone (Detto quando non si combina niente)

Se ci bon tal vì da par tè: Se sei capace lo vedi da solo.

Poch’osi in tla malètta: Poche ossa nello scroto (Esortazione alla chiarezza, un invito a non sofisticare il contesto con elementi estranei).

U j è da spatachès la fàza!: C’è da divertirsi come i matti!

E fa set pas soura una preda: Fa sette passi sopra ad una pietra; riferito ad una persona opulenta o che dimostra lentezza nel fare le cose

E vo fè set quadret con una pida: Vuole ottenere sette quadretti da una piadina; riferito ad persona che vuole eccedere nel fare

Prèima u’t cheva gli occ, e pò u’t ven ad onz al pustoini: Prima ti toglie gli occhi, e poi ritorna per ungerti le cavità degli occhi; dicasi di persona che, dopo un litigio, cerca di rimediare all’accaduto

L’è mei avèi e coul sèn sotta i calzoun rot che i calzoun sèn soura e coul rot: È meglio avere il culo sano sotto i calzoni rotti che i calzoni sani sopra il culo rotto.

I bajoc i fa andè ènca l’acqua d’in sô: I soldi fanno persino andare l’acqua verso l’alto.

Un basta avèi rasòn, e bsogna ch’i t’la dèga: Non basta avere ragione, bisogna che te la riconoscano.

S’am met a fè e’ caplèr la zenta la nèss senza la testa: Se mi metto a fare il cappellaio la gente nasce senza testa.

La pida s’e parsot la pis un po’ m’a tot: La piadina col prosciutto piace un po’ a tutti.

L’aqua la fa la rozna: L’acqua fa la ruggine (Si dice per invitare a bere il vino).

Strinzìv e cul e tnì bòta!: Stringete il culo e tenete duro!

T’vu che un nespol e fèza i fig?: Vuoi che un nespolo faccia i fichi? (Si dice per le cose impossibili).

T’vu fè la scurezza pio grosa de coul: Vuoi fare la scoreggia più grossa del culo (equivale a “vuoi fare il passo più lungo della gamba”).

T’ci in tla scheina de buratèl: Sei sulla schiena dell’anguilla (sei in bilico).

Consiglio, per farsi una cultura, il gruppo facebook “Spataccati la faccia“.

Dalla prossima volta vedremo un altro dialetto… indovinate quale?

4 pensieri riguardo “Lingue d’Italia – l’emiliano-romagnolo – parte seconda

    1. Ho girato, caro mio… E, come dicevo in uno degli articoli, ho un orecchio particolarmente fortunato e sono fissato sulla corretta “scrittura” dei dialetti. Quando un mio amico napoletano mi scrive su whatsapp “Wagliò” invece di “Guaglio'” mi prendono i cinque minuti (la pronuncia è uguale)

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