Postfazione a “Cuore e Anima”

Cos’è una postfazione? Cito: “Scritto, a cura dell’autore o di altra persona, diretto a illustrare criticamente un testo, ma stampato non all’inizio, bensì alla fine del libro.”.

Mio padre Bruno, nel 2014, con la collaborazione “artistica” del compianto amico Vittorio Del Piano, ha raccolto in un libro alcune sue poesie scritte negli anni. Il libro si chiama “Cuore e Anima” (Edizioni Atelier MediterraneA arte Pura di Vittorio Del Piano Nizza-Taranto) ed ha avuto la prefazione di Alessandro Quasimodo, attore, regista e poeta italiano, figlio del poeta Salvatore Quasimodo.

Capirete il mio stupore quando mio padre mi ha detto: “Mi scriveresti la postfazione?”.

Dopo un attimo di smarrimento, mi sono seduto e con calma ho scritto quelle poche righe che riporto in calce a questo articolo. D’altra parte, chi conosce un autore meglio del figlio?

Quando finisce un libro?

Semplice, penserà il lettore. Quando, terminata la lettura dell’ultima pagina, lo ripongo in libreria.

Ma non è così.

Un libro non finisce mai. Si può rileggere e rileggere milioni di volte, ed ogni volta cogliere nelle parole già lette un significato nuovo, nelle immagini già osservate una sfumatura che prima non si era notata.

Questo accade soprattutto quando i libri sono incentrati sui sentimenti, sulle emozioni, sia che si tratti di prosa, sia di poesia.

La poesia, poi, è quella forma di scrittura che più si presta alla libera interpretazione, esattamente come un dipinto può suscitare nelle persone reazioni emotive differenti (anche l’indifferenza, che per quanto non piaccia agli artisti, è pur sempre un’emozione).

La poesia è, per chi la scrive, opera di lingua totale, in cui si possono inglobare forme sia tecniche sia stilistiche per la rappresentazione del proprio pensiero.

Quando poi le poesie, come nel caso di “Cuore e Anima”, racchiudono quasi sessant’anni di vita, sono come delle fotografie istantanee che, invece di rappresentare i sorrisi dei soggetti fotografati, rappresentano lo stato d’animo del fotografo.

Ora, perché scrivere una postfazione?

Intanto diciamo che alcuni autori dovrebbero scriversi la postfazione da sé, perché scarsamente intellegibili e comprensibili. Soprattutto certe forme di arte “moderna”, che a causa della mia formazione classica, non comprendo proprio, dovrebbero essere spiegate meglio.

Non è il caso di “Cuore e Anima”.

Con la postfazione ci si può prendere la libertà di fare ciò che l’autore non ha fatto: approfondire, spiegare, rendere più chiaro ciò che è descritto in poche parole.

In questo libro vi sono, come dicevo, delle istantanee di vita vissuta, in cui la rappresentazione più forte è data dalla parola “amore”.

Per parlare d’amore i greci usavano addirittura otto termini differenti:

1) Agape (αγάπη) è amore di ragione, incondizionato, oblativo, anche non ricambiato, spesso con riferimenti religiosi: per esempio è il termine per indicare amore più usato nei Vangeli;

2) Philia (φιλία) è l’amore di affetto e piacere, di cui ci si aspetta un ritorno, ad esempio tra amici;

3) Eros (έρως) termine che definisce l’amore sessuale, ma non solo. Deriva da Ёραμαι” (eramai) che vuol dire “amare ardentemente”, “bramare”; può anche riferirsi a enti astratti, come per esempio la brama di conoscere;

4) Anteros (αντέρως) quando l’amore è corrisposto, quando c’è un legame;

5) Himeros (Iμερος), “desiderio irrefrenabile”: la passione del momento, il desiderio fisico presente e immediato che chiede di essere soddisfatto;

6) Pothos (Πόθος), termine che è il desiderio verso cui tendiamo, ciò che sogniamo, alla base della nostra intenzionalità;

7) Stοrgé (στοργή): l’amore parentale-familiare, viene dal verbo Στέργω (stergo) che significa “amare teneramente” e designa l’affetto naturale fra parenti intimi e specialmente fra i genitori e i loro figli, ma anche tra fratelli e sorelle;

8) Thélema (θέλημα) indica l’amore per quel che si fa, è il piacere di fare, il desiderio voler fare.

In “Cuore e anima” li ritroviamo tutti.

Ma troviamo anche altro.

C’è l’ironia, come in “A noi due”, in cui il gioco dei termini contrapposti fa da contraltare ai sentimenti; c’è lo struggente ricordo di una disgrazia, quale il terremoto in Irpinia del 1980, in “San Mango”; c’è l’ermetismo, come ne “Il pantano (All’amico Antonio Lorenzo Scialpi, che è anche un gioco enigmistico)” o in “Nell’aria”.

Ci sono le poesie dedicate agli affetti più vicini, ma anche a quelli “immaginari” o a quelli “sognati”.

Ci sono i ricordi di momenti passati in compagnia, come ne “La zuppa di fagioli”, e ricordi di solitudine.

Abbiamo descrizioni di luoghi, paesi, Chiese, come in “Leporano” o “Rosta”.

Ma soprattutto abbiamo, in “Cuore e Anima”, la descrizione dell’uomo Bruno di Castri, che in quanto uomo è fallace, ma che non perde mai la speranza di migliorarsi e migliorare il mondo intorno a sé.

È proprio questo, che si ritrova in “Cuore e Anima”: un anelito di speranza, che ti fa scorrere le dita da una poesia all’altra, aspettando la successiva, non sapendo cosa troverai dopo.

Per chiudere, propongo un gioco, aiutato dalla tecnologia: riprendetevi con il telefonino mentre state leggendo questo libro; noterete che le espressioni sul vostro viso cambieranno pagina dopo pagina, parola dopo parola, passando dal sorriso alla risata, dall’espressione di sgomento a quella sognante.

D’altronde, cos’è una poesia, se non un sogno descritto a parole?

Fonte: “Cuore e Anima” (Edizioni Atelier MediterraneA arte Pura di Vittorio Del Piano Nizza-Taranto)

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