Storia, magistra vitae – La battaglia di Siracusa

Ci sono eventi eventi che segnano la Storia ma, nel momento in cui avvengono, a volte non se ne accorge nessuno. Altri sono segnanti in modo particolare, tanto per fare un esempio, come avvenne l’undici settembre 2001 a New York, tanto che si parla di un mondo “prima” e uno “dopo” i fatti delle torri gemelle.

La Storia ci ha insegnato che le sorti di una battaglia o talvolta anche di una guerra potevano essere decisi da un evento astronomico, o meglio dall’interpretazione e dai presagi che da esso venivano tratti. Negli annali cinesi viene riportato infatti di battaglie il cui esito era stato influenzato dall’interpretazione del passaggio di una cometa, rendendo più o meno ottimisti e motivati i combattenti delle due fazioni.

Quello che accadde nel quarto secolo avanti Cristo in Grecia fu capito solo dopo: Atene, che dalle guerre persiane aveva visto crescere enormemente il proprio potere, dovette sopportare alla fine dello scontro con Sparta un gravissimo crollo in favore della forza egemone del Peloponneso.

Tutta la Grecia interessata dalla guerra risentì fortemente del lungo periodo di devastazione, sia dal punto di vista della perdita di vite umane sia da quello economico e, proprio per questo motivo, il conflitto viene considerato come evento finale del secolo d’oro della civiltà ellenica; Atene, in particolare, non avrebbe mai più recuperato la sua antica prosperità.

Ma prima facciamo un passo indietro.

Durante la prima fase della guerra del Peloponneso (431-421 a.C.), Sparta aveva effettuato continui attacchi contro l’Attica, mentre Atene utilizzava la propria potente flotta per colpire le coste del Peloponneso.

Questo periodo di scontri si concluse nel 421 a.C. con la firma della pace di Nicia, ma l’interruzione della guerra durò poco: infatti Atene organizzò una seconda e disastrosa campagna militare in Sicilia tra il 415 e il 413, spedizione che indebolì gravemente la potenza militare ateniese e che preparò quindi alla vittoria finale spartana del 404.

La spedizione siciliana fu il risultato di un dibattito tra Nicia (contrario) e Alcibiade, il vero sostenitore e fautore della campagna. Alcibiade convinse l’opinione pubblica ateniese con la prospettiva di attingere alla grande ricchezza presente in Sicilia e per il timore che le colonie doriche di occidente potessero aiutare Sparta nella guerra.

Il pretesto fu trovato nella richiesta di aiuto della città di Segesta contro Selinunte e Siracusa. L’ecclesìa (nell’antica Atene, l’ecclesìa era l’assemblea del popolo (in greco antico: ἐκκλησία, ekklēsía: “assemblea”), che votava le leggi scritte dalla Boulé (in greco antico: βουλή, derivato dal verbo βουλεύω), che era uno degli organi principali della politica ateniese) accolse allora la posizione di Alcibiade e ad Atene si preparò una grande flotta (134 trireme per 5.100 opliti).

La tensione che si respirava ad Atene era però ben rappresentata dal celebre episodio della mutilazione delle erme. Le erme erano pilastri del volto e del fallo del dio Ermes posizionati nelle strade e negli incroci della città. Il giorno prima della partenza della flotta ateniese per la Sicilia, tutte le erme presenti in città furono mutilate.

L’episodio fu giudicato uno scandalo: in realtà si trattò forse di una congiura organizzata dagli avversari di Alcibiade per indebolire la sua posizione. Per lui iniziava infatti un processo che lo avrebbe richiamato ad Atene già dopo le prime operazioni in Sicilia e di fronte all’opinione pubblica la spedizione cominciava sotto i peggiori auspici.

Infatti, nell’antica Grecia, per qualunque decisione pubblica di rilievo venivano consultati gli oracoli, i sacerdoti e gli indovini per conoscere il parere degli dèi. Così era anche per gli Ateniesi: i primi sacerdoti consultati, però, diedero dei responsi negativi riguardo alla decisione di intraprendere una spedizione. Al che Alcibiade decise di consultare altri indovini che, in questo caso, espressero una posizione diversa, promettendo grande gloria agli Ateniesi.

Le navi salparono in una notte di primavera del 415 a.C. guidate da Alcibiade, Nicia e Lamaco.

La guerra di Sicilia ebbe inizialmente un esito favorevole gli Ateniesi, ma nel 415 a.C. i Siracusani, assediati dalla flotta ateniese di Nicia, enorme e temibile per numero di navi e di uomini, chiesero aiuto agli Spartani i quali inviarono a loro volta una flotta agli ordini di Gilippo, per rompere il blocco navale che dal porto Grande gli Ateniesi avevano predisposto con una cerchia di mura e di palizzate.

Nel frattempo, Alcibiade, condannato a morte (in contumacia) ad Atene, riparò in Calabria e si alleò con gli spartani.

A causa della trascuratezza di Nicia le navi di Gilippo riuscirono ad approdare con relativa facilità. Allora Demostene, il miglior stratega di cui disponesse Atene, corse in aiuto dei suoi compagni con nuove truppe da sbarco, ma non riuscì a piegare la resistenza dei Siracusani e degli Spartani.

Il condottiero che aveva impegnato battaglia sia dal mare che da terra dovette retrocedere dal promontorio di Plemmyrion, di fronte all’Ortigia. Seguì una serie di contrattacchi da entrambe le parti, ma nell’estate del 413 a.C. pur essendo riusciti a penetrare nel porto, gli Ateniesi vennero sconfitti dall’arrivo delle forze avversarie combinate.

Anche l’esercito impegnato nella campagna terrestre venne sconfitto e distrutto sulle rive del fiume Asinaro (Άσίναρος) poiché, secondo quanto tramandato da Tucidide e Plutarco, gli Ateniesi rimandarono di ben 27 giorni il disimpegno del loro esercito consentendo l’organizzazione dell’esercito avversario.

Per Atene si trattò di una vera disfatta con la perdita di 40.000 tra soldati e marinai, più di 200 navi e la cattura dei capitani, Nicia e Demostene, che vennero messi a morte. I prigionieri vennero condannati ai lavori forzati nelle cave di pietra di Siracusa, le famose latomie, prigioni malsane calde di giorno e fredde di notte.

Il generale spartano Gilippo che guidò con grande successo la difesa di Siracusa si oppose con ogni mezzo alla condanna a morte dei generali prigionieri, ma non riuscì a salvarli dai Siracusani decisi a vendicarsi del lungo assedio. Tornato a Sparta venne accusato di aver sottratto il bottino e quindi cacciato dalla città.

Ma come mai gli Ateniesi, una delle potenze militari dell’epoca, aveva perso così tanto tempo?

La causa principale del rinvio del disimpegno ateniese, nell’estate del 413 a.C., fu il verificarsi di un’eclisse di Luna la quale erroneamente fu interpretata da Nicia in senso favorevole per le sorti della battaglia per gli Ateniesi.

Il calcolo astronomico mostra che nell’anno 413 a.C. avvennero due eclissi di luna, la prima di tipo parziale avvenne il 4 marzo di quell’anno, mentre l’evento successivo fu l’eclisse totale di Luna del 27 agosto 413 a.C. che è quella che condizionò le sorti della battaglia sull’Asinaro.

Il 27 agosto del 413 a.C., la Luna al plenilunio, posta nella costellazione dei Pesci, entrò nella penombra della Terra alle 18:44:55 ad un’altezza di 1°,7 rispetto all’orizzonte astronomico locale, poi raggiunse l’ombra alle 19:51:03 ad un’altezza apparente pari a 13°,4.

La fase di totalità iniziò alle 21:09:59 con la Luna alta 26°,2 ed il massimo dell’eclisse si ebbe alle 21:32:41 a 29°,4 di altezza. La fine della fase di totalità avvenne alle 21:55:19 ad un’altezza pari a 32°,3 e la Luna alta 39°,6 uscì dall’ombra della Terra alle 23:14:15, mentre l’uscita dalla penombra si ebbe alle 00:20:32 del successivo 28 agosto 413 a.C. ad un’altezza pari a 41°,2 rispetto all’orizzonte astronomico locale di Siracusa.

Totalmente l’eclisse durò 5 ore 35 minuti e 37 secondi (fase di penombra), mentre la fase di ombra durò 3 ore 23 minuti e 13 secondi; la fase di totalità durò 45 minuti e 20 secondi. La Luna sorse a Siracusa alle 18:33:31 ora locale ad un azimut pari a 107°, quindi dal mare, e circa 10 minuti dopo ebbe inizio l’eclisse che evolvendosi accompagnò gradualmente la salita in cielo dell’astro fino a circa il transito al meridiano astronomico locale.

L’esercito ateniese attese ben 27 giorni aspettando che la Luna fosse visibile nuovamente nei pressi della stessa area della costellazione dei Pesci dopo un periodo siderale, il 23 Settembre successivo: forse l’interpretazione che fu data dagli Ateniesi all’eclisse fu quella di attendere il ritorno dell’astro nella stessa configurazione con le stelle, tre giorni prima del plenilunio, ma senza eclisse, quindi dopo un mese siderale esatto poiché essa non rappresentasse, in quel caso, un presagio infausto.

Sarebbe un errore considerare il fenomeno dell’eclissi come sconosciuto per i Greci, essi erano infatti a conoscenza della sua periodicità e della sua causa: a quel tempo diversi scienziati greci erano in grado di prevedere le eclissi senza cadere necessariamente nella superstizione. Tuttavia, ciò che destava stupore e meraviglia negli uomini comuni non era tanto la manifestazione del fenomeno, come già detto, quanto il mistero che stava alla base della repentina perdita di luminosità della luna piena.

Gli avvenimenti successivi all’eclissi di luna si possono riassumere in due scontri principali: nel primo, i Siracusani mossero le loro 76 navi contro le 86 ateniesi: Eurimedonte, comandante dell’ala destra, nel tentativo di accerchiare la flotta avversaria fu sospinto verso terra e quindi isolato dal centro dello schieramento che, messo in inferiorità, fu disperso: tutte le navi affondarono ed Eurimedonte morì.

Successivamente gli Ateniesi, convinti che l’unica possibilità di salvezza risiedesse nel forzare il blocco per mare, decisero di caricare tutti i soldati nelle imbarcazioni e di lanciarsi al contrattacco con le 115 navi rimaste (9 settembre 413 a.C.).

Il 10 settembre del 413 a.C., approfittando di un giorno festivo per Siracusa (dedicato ad Eracle) si decise di cominciare l’azione. Per cercare di forzare il blocco navale nacque all’interno del Porto Grande una caotica battaglia marittima condotta entro ristrettissimi spazi di manovra: la flotta ateniese impedita nei movimenti fu annientata dagli assalti dei soldati siracusani condotti da nave a nave, oltre all’affondamento e all’incagliamento di molte imbarcazioni. Le navi etrusche, alleate di Atene, che avevano combattuto con gran valore, per non esser catturate si schierarono alla fine dalla parte di Gilippo.

Nonostante la sconfitta gli Ateniesi contavano ancora un maggior numero di navi rispetto a quelle siracusane, ma i marinai, prostrati dall’ultima sconfitta, si rifiutarono di prendere posto nelle imbarcazioni e di combattere. Tutta la spedizione rischiava di fallire, gli Ateniesi non avevano subito una semplice sconfitta, in questo caso si trattava di un vero smacco perché battuti sull’acqua due volte, elemento su cui erano ritenuti i più forti. Dopo tre giorni di attesa, in seguito alla vana proposta di Demostene di ritentare una battaglia navale, le truppe ormai demoralizzate fuggirono verso Catania a piedi, marciando di notte per non essere intercettate: erano ormai rimasti 40 000 uomini.

Ma l’attenta cavalleria di Gilippo dopo averli intercettati a ridosso dei monti Climiti costrinse gli Ateniesi a ripercorrere i propri passi per fuggire verso sud in direzione di Gela. I due generali tentarono ogni sforzo per ridare slancio ai soldati ma la situazione diveniva ogni giorno sempre più critica dato che il nemico, grazie al vantaggio della sua cavalleria, poteva decimare la colonna ateniese in fuga mediante continue imboscate e lancio di dardi o giavellotti; per guadagnare tempo provarono ad ingannare i siracusani accendendo dei fuochi per far credere d’essere accampati, quando in realtà stavano fuggendo col buio tra le campagne siracusane.

Inoltre, la lunga fila di uomini in cerca di salvezza determinò la separazione in due gruppi: quello più avanzato, comandato da Nicia, era costituito da truppe scelte e molto disciplinate; mentre la parte più arretrata di sei miglia, guidata da Demostene, era composta da truppe scarsamente addestrate ed indisciplinate. Lo spostamento verso Catania, a nord, risultò però impossibile, sicché agli Ateniesi restò solo la fuga a sud verso la costa.

Dopo aver attaccato e vinto un presidio siracusano sul guado del fiume Cacipari, le forze di Nicia oltrepassarono il fiume Erineo ma la retroguardia di Demostene, circondata dalla cavalleria siracusana, bersagliata a distanza e ormai decimata dagli attacchi fu costretta alla resa. Nicia, senza sapere della resa di Demostene, distante oltre 30 stadi, proseguì la marcia con i suoi 18 000 opliti pesantemente armati per raggiungere le alte e franose sponde del fiume Asinaro.

Qui i Siracusani e gli Spartani all’inseguimento degli Ateniesi, consigliarono a Nicia di gettare le armi, proprio come aveva fatto Demostene. Avendo deciso di non arrendersi, le truppe furono esposte al continuo fuoco dei dardi e dei giavellotti che ebbero l’effetto di aumentare la confusione tra le file dei superstiti. Accalcati sulle rive del fiume, senza aver organizzato alcuna protezione nelle retrovie, gli Ateniesi abbandonarono i ranghi per dissetarsi e in questo modo molti morirono per annegamento o furono calpestati nella rotta; altri soldati furono successivamente uccisi dalla dissenteria di cui le putride acque del fiume erano un facile veicolo.

Nicia, rimasto solo a comando, propose ai Siracusani la pace secondo certe condizioni: le truppe sarebbero potute tornare a casa; Atene avrebbe risarcito i costi della guerra; ogni cittadino ateniese avrebbe dovuto versare a Siracusa un talento. I termini però furono rifiutati da Gilippo. Nicia così, cercò nuovamente una via di fuga durante la notte, ma venne scoperto dai Siracusani grazie a 300 soldati ateniesi passati dalla fazione nemica. All’ottavo e ultimo giorno di fuga, il 18 settembre 413 a.C., Gilippo e i suoi uomini sconfissero definitivamente l’esercito di Nicia presso il fiume Asinaro.

Ma quel 27 agosto, durante una semplice eclisse di Luna, nessuno avrebbe potuto immaginare una cosa del genere.

5 pensieri riguardo “Storia, magistra vitae – La battaglia di Siracusa

  1. Leggo e commento regolarmente i tuoi post da ormai 3 anni, e tu fai lo stesso con i miei. In tutto questo tempo ti ho visto scrivere tanti post – capolavoro, ma questa è senza dubbio una delle gemme più splendenti.

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      1. La sensazione di non aver dato il massimo anche dopo un grande risultato è tipica di chi ha un grande talento. Colgo l’occasione per dirti che anch’io ho sfornato un nuovo post, in cui racconto una mia esperienza molto importante e molto personale… spero che ti piaccia! 🙂

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