Storia, magistra vitae – Costantino – parte seconda

Nel raccontare fatti storici, e io lo so, non perché faccia lo storico, ma perché ho due amici fraterni, Ferdinando (della cui “fatica letteraria” scriverò a breve) e Flavio, che lo fanno in maniera professionale, ci sono problemi che chi fa altri mestieri non deve affrontare.

Il più tremendo, mi si conceda il termine, è quello delle fonti.

Ora, per spiegarmi, ricorro ad un esempio: immaginate tra mille anni uno storico che voglia raccontare il ventennio italiano partito a metà anni ’90 e che come fonti abbia delle registrazioni del TG4 (il telegiornale di Rete4, nel periodo condotto da Emilio Fede) e una raccolta del giornale “La Repubblica” dello stesso periodo.

Per descrivere la figura di Silvio Berlusconi quello storico impazzirebbe (o impazzirà, perché non è detto che non vada proprio così, tra mille anni). Da un lato avrebbe i panegirici di Fede, dall’altra gli anatemi di Ezio Mauro, direttore de “La Repubblica” nel periodo.

Nella storia quindi, come dicevo anche in Storia, magistra vitae – introduzione, le fonti sono il problema maggiore. E sono le cose che mettono più in difficoltà gli storici.

Chi era veramente Costantino?

Ora, analizziamo i fatti e vediamo due fonti contrapposte dell’epoca, per cercare di capire, intanto se Costantino era veramente un grande imperatore, poi se ha fatto veramente quello che ha fatto e, per chiudere, com’è andata veramente quella storia dell’apparizione della scritta nel cielo.

In realtà, tutte e due le versioni corrispondono a fatti accertati; chi, della sua epoca, ci ha parlato di Costantino l’ha fatto sempre da un punto di vista ben preciso: ci sono quelli che ci hanno parlato di Costantino da cristiani convinti, descrivendolo come salvatore del genere umano, ed altri che invece hanno trovato quella del cristianesimo una pessima idea asserendo che Costantino ha mandato in rovina l’Impero Romano.

Vediamo chi erano le fonti dell’epoca.

Eusebio di Cesarea (270 circa – 339 circa), vescovo di Cesarea, in Palestina, grandissimo intellettuale greco e importante teologo, è stato colui il quale ha inventato un nuovo genere letterario: la storia della Chiesa. Non più la storia di Roma, o la storia dell’Impero, ma la storia della Chiesa.

Il tono di Eusebio di Cesarea, quando parlava di Costantino, era più o meno questo: “Costantino, unico fra tutti quelli che hanno governato l’Impero Romano a diventare amico di Dio, re dell’universo. Do lo ha scelto come suo campione e lo ha reso invincibile, Dio lo ha scelto come maestro per insegnare a tutti i popoli, Dio lo ha reso signore (Κύριος, perché Eusebio scriveva in greco), padrone (δεσπότης) e vincitore (νικητής), l’unico invincibile tra tutti gli imperatori, beato, anzi tre volte beato (τρις μακάριος), molto più grande di Alessandro Magno”.

Per fortuna degli storici, non è stata l’unica fonte che ha parlato di Costantino. Per sfortuna degli storici, l’altra fonte era diametralmente opposta.

Ricordate Giuliano, il nipote di Costantino, quello che era in viaggio d’istruzione in Grecia?

Scampato al bagno di sangue dell’estate del 337, Giuliano restò al servizio del cuginetto Costanzo, anche se ogni notte andava a dormire senza sapere se si sarebbe svegliato il mattino (proprio perché era l’ultimo parente rimasto, e si è capito com’era l’andazzo in quel periodo). Alla fine, Giuliano sopravvisse a Costanzo e divenne Imperatore di Roma, l’unico uomo in tutto l’impero che poteva dire quello che pensava.

E questo era più o meno quello che pensava dello zio: “Costantino era ignorante, rozzo, non aveva mai letto un libro in vita sua, ma non era cattivo: gli piacevano solo troppo i piaceri della vita. E aveva capito che per goderseli, ci voleva il potere (quindi “comandare è meglio che fottere” ha origini alquanto antiche, nda): e pur di raggiungere il potere, zio Costantino non guardava in faccia a nessuno. Però non era cattivo, e gli pesava aver ammazzato così tanta gente, così, appena scoperto che c’era un certo Cristo che con un po’ d’acqua lavava tutte le colpe di assassini, traditori e banditi, allo zio Costantino non sembrò vero e si convertì!”.

Si capisce che i due punti di vista sono diametralmente opposti. E il problema per gli storici resta. E quando si passa alla storia dei segni dal cielo, la situazione si fa ancora più complessa.

Per capire come si è arrivati a “in hoc signo vinces”, inquadriamo l’epoca.

L’impero romano era un mondo in cui la propaganda imperiale era presente dappertutto: il sole, le statue, le lapidi, le epigrafi erano dappertutto, e risuonavano ovunque discorsi. Saper fare bei discorsi era importante per chi voleva fare politica, e poiché in tutto l’impero molte volte l’anno c’erano celebrazioni, per il compleanno dell’imperatore, per l’anniversario della salita al trono, per le celebrazioni del giorno della vittoria e così via, in ogni città dell’impero molte volte all’anno la popolazione si radunava intorno agli oratori, che tenevano discorsi del genere “come siamo felici, abbiamo l’imperatore migliore che si sia mai visto” e cose così.

Quando questi oratori parlavano della vittoria di Costantino a Ponte Milvio, i racconti erano più o meno su questo tono: “L’imperatore Costantino ha vinto la battaglia di Ponte Milvio perché un esercito di guerrieri celesti è sceso dal cielo per combattere al suo fianco, li abbiamo visti tutti e ce li ricordiamo, alla loro testa c’era il papà di Costantino, l’Imperatore Costanzo, che morto è diventato un dio anche lui e a Costanzo e agli dei è stato dato l’incarico di proteggere l’Imperatore per fargli vincere la battaglia di Ponte Milvio”.

Ora, come potrete notare, questo racconto stride un po’ con la figura del Costantino cristiano. Però dobbiamo considerare anche un’altra cosa.

La politica al tempo dei romani non era, soprattutto per l’imperatore, come quella di ora. Non c’erano elezioni, l’imperatore non aveva il problema di essere rieletto, era nominato a vita ma bisognava anche capire quanto durava, quella vita.

Se l’imperatore non sapeva fare politica e non sapeva costruirsi un consenso, rischiava di durare poco. Così Costantino favorì sfacciatamente i cristiani in tutti i modi, ma non aveva niente contro i pagani: per esempio, nella Gallia del tempo di Costantino cristiani ce n’erano pochi e quindi è possibile che nei discorsi che si facevano in Gallia non c’era nessun problema a dire al popolo, che credeva agli dei, che gli dei erano con l’imperatore Costantino e magari altri oratori, parlando a un altro pubblico, avranno detto non “gli dei” ma “dio”.

Siamo così quasi arrivati alla comparsa dei segni nel cielo.

Eusebio di Cesarea, subito dopo la battaglia, raccontò la grande vittoria dei due imperatori cari a Dio, Costantino e Licinio. Costantino aveva un alleato, Licinio, con il quale si era accordato per spartirsi il potere; avevano sconfitto tutti i loro nemici, Costantino sconfisse Massenzio e Licinio sconfisse Massimino Daia (malvagio persecutore dei cristiani). Vinta la battaglia, Costantino e Licinio si incontrarono a Milano e decisero di farla finita una volta per tutte con le persecuzioni contro i cristiani; decisero di essere alleati per sempre e che avrebbero diviso l’impero. Per rendere evidente agli occhi di tutti questa alleanza, Licinio sposò la sorella di Costantino (non aveva ancora capito che essere cognato di Costantino non era esattamente una grande garanzia) ed Eusebio di Cesarea, Vescovo cristiano in oriente, scrivendo in greco la prima grande storia ecclesiastica, celebrò la grande vittoria dei due imperatori cari a Dio che hanno dato la libertà ai cristiani.

Qualche anno dopo, Costantino decise che spartirsi l’impero a metà non gli andava più bene: attaccò suo cognato e lo sconfisse, gli portò via un pezzo di impero e per benevolenza gliene lasciò ancora un po’. A quel punto, Eusebio di Cesarea provvide a ritoccare la “Historia Ecclesiae” (in greco, come la scriveva Eusebio, “κκλησιαστικς στορίας”) e scrisse che a Ponte Milvio e in Asia ci furono due grandi vittorie dei due imperatori cari a Dio, Costantino e Licinio, che non era ancora impazzito (sottolineando che stava per farlo).

Passò ancora qualche anno e Costantino attaccò di nuovo il cognato, perché aveva deciso che comunque per due uomini l’impero era troppo piccolo. Costantino attaccò Licinio, lo sconfisse e gli portò via tutto; la sorella di Costantino, Flavia Giulia Costanza, imlorò salva la vita per il marito e Costantino accettò, esiliando Licinio a Tessalonica. Però, l’anno dopo, mentre era impegnato ad accogliere i vescovi di tutto il mondo (il concilio, ricordate?), Costantino decise che Licinio tutto sommato era un fastidio e un pericolo e lo fece strangolare. Eusebio di Cesarea, poveraccio, ritoccò ancora una volta la storia ecclesiastica, scrivendo che nel 312 i cristiani hanno avuto la libertà grazie alla vittoria del grande e unico imperatore caro a dio, Constantino.

Fino a questo punto, e stiamo parlando del 325, anno del Concilio di Nicea, nessuno aveva ancora mai parlato di segni del cielo.

Lucio Cecilio Firmiano Lattanzio, autore cristiano dell’epoca, scrisse “De mortibus persecutorum” (“Le morti dei persecutori”), in cui narrava la vita, le sofferenze e la fine tragica di tutti i persecutori del cristianesimo, da Nerone fino a Massimino Daia e di come l’unico a cambiare il corso della storia era stato Costantino.

Lattanzio, ad un certo punto, dice di aver sentito dire che la notte prima della battaglia di Ponte Milvio a Costantino era apparsa in sogno una visione, e che una voce nel sogno gli diceva che doveva far scrivere Cristo sugli scudi dei suoi soldati; e, asserisce Lattanzio, al risveglio Costantino lo fece e così vinse la battaglia di Ponte Milvio.

Cosa volesse dire scrivere Cristo sugli scudi, non è mai stato chiarito: sono state fatte delle congetture, e verosimilmente si può supporre che volesse far mettere sugli scudi dei soldati il monogramma di Cristo, detto cristogramma. I cristogrammi sono combinazioni di lettere dell’alfabeto greco o latino che formano una abbreviazione del nome di Gesù. Essi vengono tradizionalmente usati come simboli cristiani nella decorazione di edifici, arredi e paramenti. Alcuni cristogrammi sono nati come semplici abbreviazioni o acronimi, anche se sono diventati successivamente dei monogrammi, cioè dei simboli grafici unitari.

Probabilmente usarono il più famoso dell’epoca, Chi Rho. Il simbolo si compone di due grandi lettere sovrapposte, la ‘X’ e la ‘P’. Corrispondono, rispettivamente, alla lettera greca “χ” (“chi”, che si legge “kh”, aspirata) e “ρ” (“rho”, che si legge “r”). Queste due lettere sono le iniziali della parola “Χριστός” (“Khristòs”), l’appellativo di Gesù, che in greco significa “unto” e traduce l’ebraico “messia”.

A Lattanzio risultava anche che contemporaneamente, a Licinio, impegnato a combattere in Asia contro Massimino Daia, apparse un Angelo di Dio che gli insegnò una nuova preghiera. Licinio, come da istruzioni, fece recitare questa preghiera all’intero esercito e così sconfisse il malvagio Massimino Daia. Per qualche ragione questa storia non è così celebre come quella di Costantino.

Ma ancora non ci sono né scritte né apparizioni nel cielo…

Vediamo se abbiamo qualche supporto alla storia di Lattanzio.

Esistono raffigurazioni dei soldati di Costantino? Certo! Ma sono dello stesso periodo della battaglia? Sicuro!

A Roma esiste l’Arco di Costantino, che è un arco trionfale a tre fornici, situato a Roma, a breve distanza dal Colosseo. Fu tirato su a tempo di record, per l’epoca (poco più di due anni), per celebrare la vittoria di Costantino contro Massenzio.

L’Arco è pieno di raffigurazioni dei soldati di Costantino che sconfiggono il malvagio Massenzio, che precipita nel Tevere, con il dio Tevere pronto ad accogliere il tiranno e ingoiarlo. Come? Un dio pagano? C’è anche la dea Roma che accoglie Costantino e Giove sullo sfondo. Forse erano ancora un po’ confusi, ai tempi.

Sugli scudi dei soldati di Costantino ci sono dei segni? Certo! Sono raffigurate le vecchie insegne delle legioni romane. Mannaggia, nessun simbolo.

Allora torniamo ad investigare sui segni del cielo. Quand’è che si comincia a parlare dell’apparizione della scritta in cielo?

Torna a spiegarcelo il nostro Eusebio di Cesarea.

Qualche anno dopo la morte di Costantino, Eusebio iniziò una nuova fatica, anche questa prima del suo genere: la vita degli imperatori. Qualche amico mi correggerà: guarda che quelle le ha scritte Svetonio! Ma quella che scrive Eusebio non è solo la vita di un imperatore; è anche la vita di un santo!

Sono le famose agiografie (da γιος, santo e γράφειν, scrivere) e così Eusebio inizia anche questo nuovo genere letterario.

Dopo la morte di Costantino, 25 anni dopo la battaglia di Ponte Milvio, dice Eusebio, un po’ di tempo prima di cominciare la guerra contro Massenzio (come, non era il giorno prima?), prima all’imperatore e poi all’intero esercito apparve una meravigliosa visione: apparve una croce fatta di luce e una scritta, anch’essa fatta di luce: ovviamente non “in hoc signo vinces”, perché Eusebio scriveva in greco, ma “ν τούτ νίκα” (letteralmente: “in (sotto) questo vinci”).

Dice Eusebio: “So che è una storia incredibile, anzi sono convinto che non mi credete, non ci crederei neanche io, fossi in voi, ma vi posso dire che invece ci credo perché me l’ha raccontata in grande confidenza e segreto l’imperatore in persona…”.

E certo, come no… L’imperatore muore, ma prima di morire dice una cosa che fino ad allora aveva tenuto segreta (perché? sai che pubblicità se lo avesse detto quando era ancora in vita?)…

Comunque non era un modo di fare esagerato di Eusebio, tant’è vero che qualche anno dopo, sotto il regno di Costanzo, quel brav’uomo che aveva fatto la pelle ai fratelli per salire al trono, il Patriarca di Gerusalemme gli scrisse: “A Gerusalemme è avvenuto un grande miracolo, ancora superiore di quello che accadeva ai tempi di tuo padre Costantino, in quanto non è solo la terra, ma è anche il cielo che si è mobilitato, per dire che tu, Costanzo, sei il protetto di Dio: è successa una cosa mai accaduta prima, è apparsa una croce nel cielo alla vigilia del tuo viaggio qui!”.

Non sappiamo se il patriarca  avesse letto la vita di Costantino scritta da Eusebio di Cesarea e se gli avesse copiato la storia dell’apparizione della croce, o se in quel periodo le croci apparissero davvero.

La leggenda della visione di Costantino andrebbe vista, secondo me, come trasformazione di una leggenda in origine pagana, che attribuiva non a Gesù bensì al Sol Invictus, venerato dalla casta militare, l’apparizione nel luogo più logico, il cielo, assicurando la vittoria a Costantino e chiedendogli che fosse fatto quanto i soldati spontaneamente già facevano, ovvero dipingere il proprio simbolo sugli scudi.

Dopo la scomparsa di Costantino, la leggenda sarebbe stata cristianizzata, adattando l’episodio ai simboli della nuova religione ormai trionfante, come tante altre festività pagane che festeggiamo ancora oggi senza saperlo.

 

4 pensieri riguardo “Storia, magistra vitae – Costantino – parte seconda

  1. Una storia piena di gran paraculi! Comunque quel che dici sui segni credo sia l’ipotesi più plausibile infatti era normale per le legioni romane prima di una battaglia invocare dei segni e degli auspici e il cielo in genere si prestava bene al gioco tanto che qualsiasi cosa, da una nuvola che offuscava il sole o un uccello o un cambio del vento ecc ecc venivano interpretati a proprio uso r consumo. Sicuramente poi tutto è stato riadattato in chiave cristiana dagli emili fede dell’epoca!
    E comunque coi dovuti filtri è sicuramente più attendibile il nipote…certo, ne parlava male ma in fondo non è che dicesse nulla che in nessun altra famiglia imperiale del passato non si fosse già visto!😬

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      1. Ah beh certo, mi ero limitato a loro ma in seguito i papi ne hanno fatte di ogni ed anche altre “filiere di regnanti e di politici” fino ad arrivare ai giorni nostri, hanno saputo dare il proprio meglio!

        Piace a 2 people

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