The White Album

Reduci dall’insuccesso del progetto “Magical Mystery Tour” e orfani del loro manager Brian Epstein, i Beatles diedero avvio a un inarrestabile declino, prima umano che artistico, e questo stato di apparente “follia interna” sarebbe esploso ben presto in una bellicosa forma di anarchia che spezzò il gruppo in quattro entità separate, scisse in modo irreversibile dai loro ormai ingovernabili ego; in breve essi diventarono a tutti gli effetti musicisti e compositori solisti.

Il “doppio bianco”, com’è unanimemente conosciuto, è comunque l’ennesimo capolavoro musicale dei Beatles, nonché, con molte, probabilità, il loro definitivo Zenith creativo.

Se “Sgt. Pepper” portò i Beatles a toccare il cielo con un dito, e provocò la seconda grande rivoluzione di massa in ambito rock, il “White Album” funse da spudorata antitesi alle “colorizzazioni” sgargianti del lavoro precedente.

Il “White Album” si materializzerà, secondo l’assoluta volontà dei quattro di Liverpool, come “nemico dichiarato” di “Sgt. Pepper” e di “Revolver”; l’hype questa volta lascia spazio all’anarchia musicale più devastante: assisteremo all’ultima grande provocazione ad opera degli ex-quattro baronetti.

A cominciare dalla copertina, a suo modo tanto magnetica quanto fu quella di “Sgt. Pepper”, ma in modo del tutto distante e contrastante: interamente bianca, un bianco “minimale”, quasi non volesse recare disturbo a coloro che fossero rimasti “accecati” e poi… non vedenti a causa degli “abbagli” del precedente album. Tale spregiudicata mossa si rivelò, seppur implicitamente, un atto di “gentile e intelligente” polemica verso tutti coloro che fraintesero i concetti esposti all’interno di “Sgt. Pepper”.

Dopo l’esplosione, infatti, molti, troppi gruppi si gettarono sulla scia della nuova moda psichedelica, che proprio grazie ai Beatles (sebbene non furono i primi a promuoverla ed essi stessi si potrebbero definire in mille modi tranne che “psichedelici”) venne promossa da tendenza “underground” a moda, divulgatrice di nuovi “concetti” nell’universo pop-rock.

Sin dalla prima traccia, la trascinante, irriverente “Back In The USSR”, a firma di Paul McCartney, è fin troppo chiaro che, nonostante sia passato solo un anno e poco più, l’album si sarebbe fondato su coordinate del tutto differenti da quelle avanguardistiche dei dischi precedenti. Scoordinato, sballato, conciso e serrato, “White Album” è un’opera ambiziosa ma allo stesso tempo dotata di un’accattivante semplicità, contraddistinta da una insolita, ma gradita asprezza.

Con “Sgt. Pepper”, i Beatles avevano dato dimostrazione al mondo intero che la musica che elaboravano nei propri studi di Abbey Road aveva il diritto di essere eletta a nuova forma d’arte contemporanea, occupando un posto d’élite accanto alle due forme di musica “colta” per eccellenza: il jazz e la musica classica.

“The Beatles”, invece, ha tutt’altre “ambizioni”: intende correre “al contrario”, quasi si trattasse di una macchina da Formula 1 che, d’improvviso, vedendo che tutti stavano seguendo la sua scia, un po’ per ira, un po’ per dispetto, intraprendesse una drastica marcia indietro.

Il disco è un calvario di suoni e distorsioni, in continuo bilico tra rock’n’roll e vaudeville (“Honey Pie”), sospeso fra eteree ballate dall’appeal psichedelico (“Cry Baby Cry”) e pseudo-avanguardiste (“Revolution 9”). Ma al suo interno trovano posto anche reminiscenze di hard-rock (“Everybody’s Got Something To Hide Except Me And My Monkey”), candide ballate da camera dal sapore quasi-classicheggiante e sorrette da un testo al limite del nonsense (“Martha My Dear”); oppure squarci di rock lennoniani come “I’m So Tired” e la celebre “Happiness Is a Warm Gun” (uno dei capolavori del disco: un brano che in realtà contiene tre frammenti di altrettante melodie, a testimonianza della “scientificità’“ nelle modalità di composizione di Lennon e McCartney).

Ma la traccia più entusiasmante ed emotivamente riuscita e’ “While My Guitar Gently Weeps”, ad opera di un George Harrison sempre più maturo dal punto di vista compositivo. È una malinconica, struggente ballata, che viene poi visceralmente invigorita, fino a compiere una perfetta metamorfosi di liricità, conferendo in definitiva un grande senso di perdita e di vuoto: resterà il capolavoro harrisoniano.

Anche i testi riflettono la grande, monumentale versatilità espressa dalle musiche del “White Album”: si passa dai temi più disimpegnati (ma mai sciocchi, anzi: assai ironici) di “Back In The USSR” a vere e proprie celebrazioni di Madre Natura (“Mother Nature’s Son”, che rivela un sorprendente McCartney in versione soft-country); Lennon, da par suo, eccelle nella sarcastica “Sexy Sadie” (che narra la delusione e conseguente disillusione provocata dal Maharishi Yogi, che Lennon non ha alcuna remora a definire “un povero buffone e cialtrone”); McCartney dà ampia dimostrazione, poi, di concepire liriche di dubbio, ambiguo gusto, come nel caso della durissima, sferzante “Helter Skelter”, ricca di distorti, laceranti frastuoni (la cui tetra fama fu data dal fatto che ispirò il folle Charles Manson a compiere l’ormai arcinota strage in Casa Polanski, uccidendo, nel mezzo di un rituale satanico, la bellissima moglie Sharon Tate): un rock concepito per “violentare” non solo le orecchie dell’ascoltatore ma anche la sua fantasia.

Se ne ricorderanno anche Siouxsie & The Banshees, che ne realizzeranno una cover in chiave “dark”. “White Album” è un’opera aperta, nella quale nessuno degli autori si impone barriere o tabù, anzi, la missione del disco è infrangere i cliché che riducevano la musica pop a tre semplici accordi uniti a testi di un’imbarazzante banalità. Ma, nel tentativo di raggiungere questo status di assoluta’ libertà artistica, non sono stati risparmiati alcuni, piccoli e insignificanti scarti che avrebbero funto da “scarabocchi” all’interno del magniloquente dipinto beatlesiano.

Certo, ci saremmo potuti risparmiare l’inutilità di ascoltare autentici rimasugli quali “Honey Pie”, “Don’t Pass Me By”, “The Continuing Story Of Bungalow Bill”, le tutt’altro che memorabili “Rocky Raccoon” (esempio di fiacco western’n’roll) e “Wild Honey Pie”, “donateci” da un fin troppo supponente McCartney che, ahinoi, avrebbe rivelato le prime avvisaglie di quella muzak di cui diverrà, nel cuore della carriera solista dei 70, il principale esponente.

E George Martin, il loro infallibile produttore, non poteva non avere ragione quando, assai saggiamente, aveva consigliato ai quattro di ridurre a un eccellente album singolo di 14-16 pezzi tutta quell’incredibile “iniezione” di creatività. Ma il reale problema fu che i Beatles, in un ’68 sempre più “caldo”, sempre più sfuggente, si consideravano, di giorno in giorno, i padroni di un mondo musicale che osservava meravigliato i loro “geniali parti lirico-pop”.

I Beatles erano consci di tutto questo divino potere, e il loro indiscusso status di “inespugnabilità” rendeva i loro ego ancor più impazienti e insoddisfatti del loro operato, alla continua ricerca della perfezione tecnico-musicale-creativa, in special modo da parte di Paul McCartney, il quale aveva preso sempre più a litigare con il suo reticente “compagno di genio” Lennon.

Quest’ultimo, all’apice sentimentale con Yoko Ono, credeva sempre meno nel progetto-Beatles e premeditava già allora di sciogliere il gruppo, per potersi dedicare alla sua carriera solista. La reale “guerra”, come tutti possono supporre, era naturalmente tra i due “grandi despoti” Lennon e McCartney, considerando che il “povero” Harrison non aveva mai avuto la possibilità di auto-candidarsi a valido strumento di opposizione contro la dittatura dei due. Per non parlare di Starr…

Ormai il processo disgregativo era entrato in funzione, e il punto di non-ritorno (“annunciato” simbolicamente dal fallimento del “Magical Mystery Tour”) fu decretato in maniera definitiva. Ognuno procedeva e componeva per proprio conto, portandosi sessionmen negli Abbey Road Studios (come per esempio fece George Harrison con Eric “Slowhand” Clapton, al punto da conferirgli il titolo di chitarrista solista all’interno di “While My Guitar Gently Weeps”, che Clapton stesso impreziosirà con un tagliente, sensuale e magnetico assolo). Spesso oggi si parla di cross-over o di abbattimento di generi; ma furono proprio i Beatles, in quel nevralgico, isterico ’68, a raccogliere la lezione dei pionieri Kinks e a sancire il superamento di certi schemi tipici della musica pop, avventurandosi in territori a loro sconosciuti e uscendone con nuove formule musicali che si allontanavano dagli ormai logori cliché del tempo.

Il “White Album”, in definitiva, avrebbe rappresentato per tutto il mondo del rock un esempio di “decodificazione musicale”, dove il genere si tramutava in “non-genere” e viceversa, e dove spesso ciò che si intendeva comporre era un azzardato tracciato di “non-genere” musicale.

Abbiate dunque il coraggio di “immergervi” nei solchi di “The Beatles” e ne uscirete con un concetto ex-novo sulla musica rock, sia del vostro che del “nostro” tempo. Anche se, quando vengono tirati in ballo i Beatles, parlare di “tempo” è quasi sempre relativo e, in alcuni casi, fuori luogo.

 

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