Lingue d’Italia – il lombardo – parte prima

Piazza del Duomo. Totò e Peppino sono alla ricerca di Marisa, la ballerina fidanzata del nipote. Hanno appena discusso sulla bellezza del grandioso monumento davanti ai loro occhi (per Totò si tratta della Scala di Milano…).

Totò: “Ma tu ci credi? ‘Sto paese è così grande che io non mi raccapezzo.”

Peppino: “Ma come si fa?”

Totò: “Bisognerebbe trovare qualcuno, che so? per sapere l’indirizzo di questa Marisa Florian…”

Peppino: “Domandiamo a quel militare là.” (indicando un vigile urbano)

Totò: “A quello? Ma che, sei pazzo? Quello dev’essere un generale austriaco, non lo vedi?”

Peppino: “E va bene… Siamo alleati!”

Totò: “Siamo alleati?”

Peppino: “Eh!”

Totò: “Già, è vero: siamo alleati.”

Peppino: “Siamo alleati.”

Totò: “Andiamo.” (Totò prende per mano Peppino e vanno insieme dal vigile, quindi si rivolge  a quest’ultimo) “Excuse me!”

Peppino: “Ahi!” (Totò gli ha pestato un piede)

(Totò a Peppino):  “E scansati!”;  (sempre Totò al vigile) “Scusi, lei è di qua?”

Vigile: “Dica.”

Totò: “È di qua?”

Vigile: “Si, sono di qua. Perchè, m’ha ciapa’ per un tedesco?”

Totò: “Ah! E’ tedesco?” (Totò rivolto verso Peppino) “Te l’avevo detto io che era tedesco…”

Peppino:  “Ah… E allora come si fa?”

Totò: “Eh, ci parlo io.”

Peppino:  (Con aria scettica) “Perchè, tu parli…”

Totò: “Ho avuto un amico prigioniero in Germania. Non m’interrompere, se no perdo il filo.” (Al vigile) “Dunque, excuse me, bitte schòn… Noio” (Totò indica sè e Peppino)

Vigile: “Se ghe?”

(Totò a Peppino): “Ha capito!”

Peppino: “Che ha detto?”

(Totò a Peppino):  “Dopo ti spiego.” (Al vigile):  “Noio… volevam… volevàn savoir… l’indiriss…ja..”

Vigile: “Eh, ma bisogna che parliate l’italiano, perchè io non vi capisco.”

Totò: “Parla italiano?” (Totò a Peppino): “Parla italiano!”

Peppino: (Al vigile) “Complimenti!”

Totò: “Complimenti! Parla italiano: bravo!”

Vigile: “Ma scusate, dove vi credevate di essere? Siamo a Milano qua!”

Totò: “Appunto, lo so. Dunque: noi vogliamo sapere, per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare?  Sa, è una semplice informazione…”

Vigile: “Sentite…”

Totò e Peppino insieme: “Signorsì, signore.”

Vigile: “… se volete andare al manicomio…”

Totò e Peppino sempre insieme: “Sissignore.”

Vigile: “… vi accompagno io.”

Totò e Peppino sempre insieme: “Sissignore!”

Il vigile li saluta, ma prima di allontanarsi: “Ma guarda un po’ che roba! Ma da dove venite voi, dalla Val Brembana?”

Chiosa di Totò:  “Non ha capito una parola!”

“Noio volevàn savuàr” è una delle frasi più citate della storia del cinema italiano e rappresenta bene l’imbarazzo che avevano nel comunicare i contadini meridionali quando andavano al Nord Italia.

Milano oggi è una città enorme, cosmopolita e che accoglie tante culture e lingue diverse: ormai è così normale sentire parlare inglese agli angoli delle strade che quasi ci si stupisce quando qualcuno ci si rivolge in milanese.

Io sono a Milano ormai da tre anni e qualche parola la capisco, ma di parlare non se ne parla (scusate il gioco di parole) perché per me, di matrice greca, è troppo difficile pronunciare il lombardo.

Il milanese, o meglio il meneghino, deve il suo nome dal diminutivo di Domenico (Menego) e tradizionalmente andava ad indicare la lingua parlata dai domestici (che erano chiamati appunto “dominici”) ed era quindi associato alla lingua di chi serviva, del popolo, e di chi in generale non era istruito abbastanza da saper usare il latino o l’italiano.

È però un po’ ingiusto relegare il milanese a “lingua di serie b” perché, vi sembrerà strano pensarlo, in realtà il dialetto di Milano, esattamente come le migliaia di altri dialetti che si parlano in Italia, è una lingua a tutti gli effetti che non c’entra quasi nulla con l’italiano.

Immaginate infatti il milanese come un insieme di parole che testimoniano la storia della città: pur avendo radici nel latino, il meneghino risente dell’influenza delle lingue parlate da tutti quelli che, nel corso dei secoli, hanno governato la città. È per questo che sono presenti anche parole che derivano dal gallico, gotico, longobardo, francese, spagnolo e austriaco.

Vediamo qualche esempio.

Te du nagott

L’espressione “te du nagott” (non ti do nulla) forse riuscirebbe a capirla (con qualche difficoltà) addirittura Cicerone! Deriva infatti dal latino “tibi do nec guttam” che letteralmente può essere tradotto come  “non ti do neppure una goccia” e veniva usato per dire proprio “non ti do nulla”!

Arimo!

Un altro aneddoto divertente lo si può trovare addirittura nei modi di dire dei bambini: capitava, infatti, tra bambini, di chiedere una pausa dal gioco urlando “arimo”. Anche questo modo di dire deriva dal latino e stranamente ha un’origine abbastanza tetra: affonda infatti le sue radici nell’espressione “arae mortis”, che andava ad indicare gli altari che si erigevano nell’antica Roma per onorare i caduti una volta finita la guerra.

L’è sord come ona tapa

vuol dire “è sordo come una campana”. L’espressione deriva dallo spagnolo “estar sordo come una tapia”, dove tapia indica una specie di capanna a cono fatta di paglia e fango, la cui forma ricorda molto quella di una campana, usata secoli fa dai carbonari per le loro riunioni. Queste tapie erano inaccessibili ai rumori e quindi “sorde”.

Mangià el pan di san Galdin

San Galdino, vescovo di Milano dal 1166 al 1176, era particolarmente amato dal popolo milanese perché dedicava moltissimo tempo all’assistenza dei bisognosi e dei carcerati, ai quali portava il pane avanzato. Da qui l’espressione è diventata un modo per indicare qualcuno che è in prigione.

Sarebbe sicuramente bello se anche i più giovani avessero un’idea di quella lingua un po’ strana, con quei suoni così diversi dall’italiano, che i signori anziani ogni tanto parlano. Al giorno d’oggi, tuttavia, il meneghino è parlato solo dal 2% della popolazione di Milano e il rischio che scompaia è molto alto: ciononostante, i milanesi ultimamente stanno cercando di “armarsi” contro questa lenta sparizione.

Vediamo altre parole meneghine:

Bauscia

“Ti te capisset na gòt perché te see on bauscia” cioè “Tu non capisci niente perché sei uno sbruffone.”

Trumbùn

“Ti te see no on omm ch’el var na gòt perchè te se no on politich ma on trombon”, cioè “Tu sei un uomo che non vale niente perché non sei un politico ma un trombone (politicante di bassa levatura).”

Casciabàl

“Vun ch’el dis on sacch de parol inutil a l’é on casciaball”, “Colui che dice un sacco di parole inutili è un cacciaballe.”

Epiteto riservato ai giornalisti, che letteralmente significa “racconta palle”, ma è inteso in modo molto amichevole.

Tajapan

“Hoo cognossuu on tajapan che el diseva on sacch de stupidad su la gent che eren minga vera” , cioè “Ho conosciuto un tale che diceva un sacco di stupidate sulla gente che non erano mica vere.”

Menarròst

“Una persona che la continua a seguì on argument in manera petulanta l’è on menarost”, cioè “Una persona che insiste petulante su un argomento è un gran noioso.”

Peipiatt

“El poliziott a l’è on amis ch’ el faa el sò lavorà contra i cattiv e l’è, con affett, on peepiat”, cioè “Il poliziotto, quell’amico che fa il suo mestiere di lavorare contro i cattivi, è detto con affetto “piedipiatti”.”

Slandra

“Ona pòvera dòna che per necessità la dev batt el marciapè l’è ona slandra.”

Certo di non aver esaurito l’argomento, vi do un consiglio: se per caso vi trovate in Piazza Duomo e vedete un “ghisa” (dal cappello a cilindro alto e grigio che i vigili portavano nel 1860 e che ricordava i tubi di ghisa di certe stufe), non provate a dire “Noio vulevon savuàr”, perché loro, ormai difficilmente ci cascano, e vi potrebbero rispondere “se volete andare al manicomio, vi accompagno io!”

2 pensieri riguardo “Lingue d’Italia – il lombardo – parte prima

  1. Il mio nonno parlava solo in milanese e noi era come se fossimo bilingue… Lo capivamo e parlavamo. Qualche espressione mi è anche rimasta e se la uso poi la usano anche a lavoro!!!! Peccato non si usi più… Ormai sei milanese solo se metti l’articolo davanti ai nomi di persona😂😂😂😂

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