Storia, magistra vitae – Rosa Parks

Come ho raccontato qualche articolo fa, uno dei migliori dischi dei Beatles è per me “The Beatles”, meglio noto come “White Album” e Blackbird è un brano di quell’album. Composta in Scozia, è una delle più famose canzoni di Paul McCartney presenti nell’album, ed è entrata stabilmente nel suo repertorio post Beatles.

Il brano è scritto utilizzando la tecnica del “finger-picking” (letteralmente “pizzicare con il dito”). Nel ritiro del Maharishi a Rishikesh, nella primavera del 1968, non disponendo di strumenti elettrici, i Beatles potevano usare solo le loro chitarre acustiche, quindi potevano soltanto accompagnarsi col plettro o arpeggiando con le dita, così come fanno i chitarristi folk per arricchire la melodia.

La musica è una variazione sulla “Bourrée in Mi Minore” di Johann Sebastian Bach, in origine scritta per liuto. Si tratta di un pezzo piuttosto famoso, ripreso anche dai Jethro Tull nel 1969 nella loro “Bourée”.

All’epoca alcuni la interpretarono in chiave politica, leggendovi richiami al Black Power americano: lo stesso autore, in un’intervista del 2001, riferì di aver preso spunto per il testo della canzone da alcuni fatti di cronaca che vedevano protagonista il movimento per i diritti civili dei neri statunitensi nella prima metà del 1968.

Il “Civil Rights Movement” comprendeva tutti quei movimenti sociali statunitensi degli anni ’60 i cui obiettivi erano porre fine alla segregazione razziale e alla discriminazione contro i neri, per garantire il riconoscimento legale e la protezione federale dei diritti di cittadinanza elencati nella Costituzione.

La politica di segregazione nelle regioni meridionali degli Usa era un’eredità dello schiavismo in vigore fino al 1865, anno in cui venne abolito dal XIII emendamento alla Costituzione. Da quel momento in poi, nel Sud connotato da un forte razzismo (al contrario del Nord, i cui Stati furono i paladini dell’abolizionismo) presero forma alcune norme locali, dette “leggi Jim Crow” (nomignolo dispregiativo usato per indicare gli afroamericani) che diedero vita a un sistema in cui i neri erano considerati “separate but equal”, “separati ma uguali”: gli afroamericani erano confinati in appositi settori, non solo sui mezzi di trasporto, ma in tutti i luoghi pubblici.

Vittime di continue umiliazioni, erano tagliati fuori dalle scuole migliori e da molte professioni, oltre ad avere salari inferiori ai bianchi. Ogni Stato elaborava, inoltre, cavillosi espedienti per impedire loro di votare (il pieno diritto al voto arriverà solo nel 1965 con il Voting Rights Act, che insieme al Civil Rights Act abrogò le Jim Crow laws). L’unico “lato positivo” della segregazione fu che la popolazione nera, godendo dell’uso esclusivo di molte chiese, bar e saloni di bellezza, poté pianificare importanti forme di resistenza al riparo dagli occhi dei bianchi.

Questo mese ricorre l’anniversario di un fatto molto importante per quelle lotte.

Infatti, il 1° dicembre 1955 a Montgomery, in Alabama, la sarta Rosa Parks rifiutò di cedere il suo posto sull’autobus ad un bianco e per questo fu arrestata. Era stata intimata dall’autista, infatti, ad alzarsi e accomodarsi in fondo all’autobus perché una legge cittadina obbligava le persone di colore, una volta esauriti i posti comuni disponibili, a lasciare la propria seduta ad un bianco.

Di fronte al rifiuto di Rosa, l’autista chiamò dunque le autorità e la fece arrestare per condotta impropria. Un avvocato bianco antirazzista, Clifford Durr, pagò la cauzione e Rosa fu libera la sera stessa. Ma quella stessa notte la comunità afroamericana, guidata dal pastore protestante Martin Luther King, decise di incominciare un’azione di protesta boicottando i mezzi pubblici di Montgomery.

Il dissenso durò più di un anno e si estese in molte parti del paese, finché non venne rimossa la legge che legalizzava la segregazione sui mezzi di trasporto. Fondamentale fu per questo l’intervento dell’attivista E. D. Nixon, il quale progettò la causa giudiziaria che avrebbe portato la Corte Suprema a decretarne l’incostituzionalità.

Al di là di questa grande conquista, l’azione assunse una portata storica per la partecipazione popolare che ne conseguì. I tassisti afroamericani decisero in quel lungo anno di adeguare le loro tariffe a quelle dei mezzi pubblici, violando la legge che stabiliva come tariffa minima 45 centesimi. Si formarono anche luoghi di raccolta spontanei in cui molti autisti si misero a disposizione per trasportare le persone.

Tra questi lo stesso Martin Luther King, il quale fu inseguito ed arrestato da una volante con il pretesto di aver superato i limiti di velocità, per poi essere rilasciato pochi giorni dopo. Ancora più straordinaria fu la partecipazione delle donne: Jo Ann Robinson, presidente di un’associazione femminile afroamericana, si unì con prontezza alla protesta la notte stessa dell’arresto di Rosa. Stilò subito un comunicato anonimo che diffuse in diecimila copie grazie al supporto del centro stampa del college in cui insegnava. All’alba lo distribuì nelle scuole, nei negozi e, soprattutto, nei saloni di bellezza: infatti molte parrucchiere ed estetiste erano attiviste per i diritti civili.

Più colte e indipendenti della media, sull’onda del Black Power avevano iniziato ad insegnare alle loro clienti ad opporsi allo stile conformista che imponeva loro di portare acconciature a imitazione di quelle delle donne bianche. Insieme all’orgoglio per i lori ricci, nei loro beauty shop le donne potevano acquisire via via la consapevolezza della propria identità. Il volantino arrivò anche nelle mani di molti neri che lavoravano come domestici: per dissimulare la loro adesione alla protesta ci fu un tacito accordo per cui lo distrussero e finsero indifferenza alle agitazioni, salvo poi unirsi nella notte alle proteste. Anni dopo, la Robinson ricorderà come in quei giorni “nel profondo del cuore di ogni persona nera vi era una gioia che non osava rivelare”.

Meno di dieci anni dopo a Martin Luther King fu consegnato il Nobel per la Pace e lui stesso dichiarò che ad ottenerlo non era stato lui solo ma tutti coloro che, con lui, avevano lottato per il riconoscimento dei diritti civili. Rosa Parks invece, diventata simbolo della protesta, ricevette molte minacce e subì ritorsioni, tanto da doversi trasferire a Detroit all’inizio degli anni sessanta.

Solo successivamente ricevette premi e riconoscimenti per le sue battaglie, culminati nel 1999 con la consegna della Medaglia d’oro del Congresso. Anche la Robinson subì intimidazioni e fu costretta a trasferirsi a Los Angeles, dove continuò ad esercitare la professione di insegnate senza mai ottenere però una consacrazione per le sue battaglie.

Oltre queste personalità di spicco, ciò che ha fatto passare alla storia il gesto simbolico della Parker fu la compattezza con cui rispose la popolazione afroamericana e la scelta di portare aventi una resistenza fermamente non violenta. Perché, come disse Bill Clinton consegnandole l’onorificenza nel 1999, Rosa Parks “mettendosi a sedere, si alzò per difendere i diritti di tutti e la dignità dell’America”.

La sua luce si spense il 24 ottobre 2005. Due anni prima, l’Henry Ford Museum di Dearborn, a poche miglia da Detroit, aveva acquisito il famigerato bus 2857. Al suo interno, nel 2012, verrà scattata una storica foto a Barack Obama, primo presidente americano di pelle nera, in ricordo di quando Rosa, con un semplice «no», aveva contribuito a rendere il mondo un luogo migliore.

La sua storia ispirerà, tra gli altri, il film La lunga strada verso casa del 1990 con Whoopi Goldberg.

Tutti i movimenti per il riconoscimento di determinati diritti, dalle suffragette ai gilet gialli, da Ghandi a Martin Luther King, hanno avuto bisogno di generali, capitani e tanti, tanti soldati.

Perché una guerra senza soldati è persa ancora prima di iniziare.

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