Storia, magistra vitae – Pearl Harbor

Ho cambiato il cellulare di recente ed esattamente come il precedente, anche l’attuale è un Huawei, che proprio in questi giorni si trova al centro di un intrigo internazionale.

È stata infatti arrestata in Canada su mandato degli Stati Uniti la leader finanziaria di Huawei, Meng Wanzhou, figlia del fondatore dell’azienda: l’inchiesta riguarda una presunta violazione dell’embargo nei confronti dell’Iran.

L’arresto della direttrice finanziaria della Huawei in Canada segna non solo un significativo sconfinamento della guerra commerciale tra Usa e Cina nel campo della giustizia internazionale, ma anche un affronto che gli Stati Uniti si sono sentiti di lanciare ai massimi vertici della nomenclatura di Pechino.

Se il Paese asiatico non ha risposto con la stessa intensità al danno di immagine di cui è stata fatta segno, è perché la vera partita in atto è di portata ancora più grande delle regole che governano lo scambio tra i due Paesi, e il suo esito è ben più determinante per il futuro. La vera posta in ballo è il dominio delle comunicazioni globali.

La fase che stiamo vivendo è il passaggio tra la rete 4G che finora ha fatto da supporto alla telefonia mobile, a quella 5G: un potenziamento poderoso della velocità di trasmissione dei dati, e della riduzione dei tempi necessari per accedere a quelli memorizzati.

Una volta installato (tra il 2019 e il 2022 per una piena diffusione nei principali paesi industrializzati) lo standard 5G permetterà di rinnovare l’intero pacchetto commerciale degli smartphone oggi in circolazione, e di realizzare il mitico “Internet delle cose”, una società assistita e fondamentalmente amministrata dai logaritmi del web: dall’autopilota all’ automatizzazione dei processi lavorativi.

Huawei è una delle industrie cinesi che si è mossa con maggiore rapidità nella conquista dei mercati esteri, e la sua rete 4G è già oggi dominante in Asia ed Europa. Sulla strada della ricerca di nuovi standard 5G, la Huawei detiene il 12% dei brevetti già depositati; la statunitense Qualcomm ne ha il 15%, la Nokia l’11% e la Ericsson l’8%.

A differenza delle concorrenti, la Huawei opera però in un Paese nel quale il controllo statale dell’industria è molto forte. Gli anni della liberalizzazione e dell’avvicinamento al modello capitalista, non hanno prodotto un parallelo distacco della politica dal business.

Anzi, a distanza di vent’anni dallo strappo, il partito comunista è oggi ancora più potente e compenetrato nell’economia del Paese. Gli Usa temono giustamente che l’avanzata della Cina sottragga loro il primato tecnologico che oggi detengono, così come temono l’avanzata commerciale che ha permesso alla Huawei di scalzare la Apple al secondo posto delle vendite di smartphone, alle spalle della Samsung.

L’amministrazione di Washington è però anche terrorizzata all’idea che un 5G dominato dai cinesi possa essere usato come arma di spionaggio. Una denuncia era già stata lanciata nel 2012 da un rapporto congressuale, e quest’anno è divenuta il motivo ufficiale con il quale il Tesoro di Washington ha bloccato l’acquisizione della Qualcomm da parte dell’azienda cinese.

Spinti dalla pressione statunitense negli ultimi mesi, alcuni Paesi hanno annunciato che rifiuteranno di essere serviti dalla Huawei per lo sviluppo del 5G, o hanno detto che ne stanno valutando l’opportunità.

Non a caso tra loro ci sono Australia, Nuova Zelanda, Gran Bretagna e Canada, che dalla fine della II Guerra mondiale costituiscono con gli Usa la rete dei Five Eyes (i cinque occhi che spiano per proteggere gli interessi comuni). Giappone, India e Italia che sono clienti attuali della Huawei, stanno negoziando con Washington le loro decisioni future.

In questo quadro, l’arresto della direttrice finanziaria Meng Wanzhou si può considerare la cattura di un ostaggio di primo piano, per far sì che il tema dello spionaggio industriale e civile entri nel cuore del dibattito sugli scambi commerciali tra Usa e Cina, più di quanto i riottosi negoziatori cinesi abbiano finora acconsentito a fare.

Ma ciò che mi ha fatto riflettere quando ho letto la notizia è che, così come gli Stati Uniti accusano di spionaggio gli altri, come se loro non l’avessero mai fatto, il governo Cinese, nel respingere le accuse e nel chiedere la liberazione della Wanzhou, ha parlato di violazione dei diritti umani, come se loro non facessero la stessa cosa con i prigionieri politici.

E se parliamo di violazione dei diritti umani e di comportamenti scorretti, proprio oggi, 77 anni fa, accadeva un fatto che fu considerato alquanto scorretto, e che vedeva coinvolti proprio gli Stati Uniti d’America.

L’aria di festa di una tranquilla domenica mattina nella base aeronavale americana di Pearl Harbor, nelle isole Hawaii, venne bruscamente interrotta dal rombo di oltre 300 caccia giapponesi. Alle 7.40 ci fu l’inizio di un attacco a sorpresa tra i più drammatici della storia mondiale, non preceduto da alcuna dichiarazione di guerra.

Il raid di fuoco, concepito dall’ammiraglio Isoroku Yamamoto, andò avanti per due ore e alle 9,45 lo scenario della baia era di sola morte e distruzione: 2.400 vittime (in maggioranza militari) e circa 1.700 feriti.

I danni rilevati dal segretario alla Marina William Franklin Knox furono ingentissimi: 8 corazzate affondate o danneggiate; 3 incrociatori, 3 cacciatorpediniere, 2 navi ausiliarie, 1 posamine e 1 nave-bersaglio colati a picco; 188 aerei abbattuti. Da parte nipponica si trattò di una vittoria cruciale nel grande scacchiere dell’Oceano Pacifico, la cui conquista aveva portato l’Impero giapponese a sposare il progetto nazista di Hitler.

L’indomani il presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt si rivolse al Congresso parlando, a proposito del 7 dicembre 1941, di una data da ricordare come “giorno dell’infamia” e chiedendo il sostegno alla dichiarazione di guerra contro il Giappone, votato poi all’unanimità (ad eccezione della deputata repubblicana Rankin).

Fu un evento destinato a cambiare le sorti del secondo conflitto mondiale, rispetto al quale, all’inizio delle ostilità, l’88% degli americani era per il non intervento. Iniziò da qui quella feroce Guerra del Pacifico, di cui ho già parlato in “Uomini coraggiosi”, che avrebbe poi visto l’utilizzo delle armi più disumane, a cominciare dai kamikaze nipponici fino all’apocalisse delle due atomiche lanciate su Hiroshima e Nagasaki.

Non furono in pochi, tra gli analisti, a sospettare che l’amministrazione Roosevelt fosse al corrente dell’attacco a Pearl Harbor, partendo dal presupposto che era impossibile non accorgersi in tempo dell’avvicinamento di due corazzate, tre incrociatori, nove sottomarini e sei portaerei con l’insegna del Sol Levante.

Le diverse commissioni d’inchiesta istituite dal Congresso accerteranno, successivamente, le gravi responsabilità delle alte cariche militari e di governo, Roosevelt incluso, nell’aver sottovalutato la minaccia. Nella memoria del popolo americano resta indelebile il “giorno dell’infamia”, attraverso il rituale del 7 dicembre che vede issare bandiere a mezz’asta davanti alle scuole e alle sedi istituzionali.

Il governo degli Stati Uniti in realtà non aveva bisogno di fare del Giappone un partner minore del suo imperialismo, né aveva bisogno di alimentare una corsa agli armamenti, non gli serviva sostenere nazismo e fascismo (come alcune delle più grandi aziende degli Stati Uniti fecero per tutta quella guerra), non aveva bisogno di provocare il Giappone, non gli serviva entrare in guerra in Asia o in Europa, e non è vero infine che fu sorpreso dall’ attacco a Pearl Harbor.

Ricca la produzione cinematografica sull’episodio, tra cui vanno ricordati il pluripremiato Oscar “Da qui all’eternità” del 1953, diretto da Fred Zinnemann, con Burt Lancaster e Montgomery Clift, “Tora! Tora! Tora!” del 1970 diretto da Richard Fleischer, con Martin Balsam e Soh Yamamura (il titolo è il messaggio in codice giapponese che indica la riuscita dell’attacco a sorpresa. La parola tora (トラ), in giapponese, significa letteralmente tigre ma in questo caso è un acronimo derivante da totsugeki raigeki, letteralmente, attacco lampo) e più recentemente, nel 2001, “Pearl Harbor” diretto da Michael Bay, con Ben Affleck, Josh Hartnett, Kate Beckinsale, Alec Baldwin e Jennifer Garner.

Sicuramente un atto scorretto da parte dei giapponesi, ma non meno scorretto dell’arresto di una persona per vincere una guerra economica.

3 pensieri riguardo “Storia, magistra vitae – Pearl Harbor

  1. Come direbbero a Roma il più pulito c’ha la rogna! Ma da consumatore devo dire che, al momento Huawei rappresenta il meglio sia nei modelli di fascia alta ma soprattutto in quelli medi quindi anche io ho un loro smartphone e devo dire che è il migliore dispositivo che io abbia mai avuto dai tempi del mitico Nokia. Per quanto riguarda il presunto spionaggio cinese…beh…gli Usa evidentemente ne sono esperti partendo da Echelon e la rete di satelliti spia passando per i processori intel e i software con ovviamente tutto l’apparato di intelligence e militare!I cinesi non saranno degli angioletti ma qui c’è a mio avviso solo lo stupido tentativo di Trump di favorire le imprese statunitensi e come da tradizione repubblicana, se non c’è un nemico, lo si inventa, tipo inventandosi armi di distruzione di massa per scatenare una guerra o, come in questo caso, un futuro ipotetico spionaggio globale dei cinesi alla conquista del mondo…ridicolo…

    Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...