Lingue d’Italia – il lombardo – parte seconda

Due anni fa circa, mentre ero in giro per cercare casa, capitai a Cesano Maderno, comune di circa 39.000 abitanti della provincia di Monza e Brianza, in Lombardia.

Mentre aspettavo un amico davanti a un bar, c’erano quattro cesanesi, di età assai varia, dal più vecchio che avrà avuto una settantina di anni al più giovane che ne aveva una trentina, che parlavano in dialetto.

Visto che sono curioso, mi avvicinai e con orrore scoprii che non capivo neanche una parola!

In quel momento mi resi conto di come il dialetto non è solo la cadenza, ma soprattutto il vocabolario e i modi di dire, ma anche la grammatica e la fonetica.

Possiamo dividere i dialetti lombardi in due grandi sottogruppi:

  • Il lombardo occidentale, parlato in Lombardia a ovest dell’Adda, in alcune zone del Piemonte, in Svizzera in tutto il Canton Ticino e in alcune valli del Canton Grigioni e nella provincia di Milano, di Monza e della Brianza, di Lodi, di Como, di Varese, di Sondrio, di Lecco (non in Valle San Martino dove è parlato il bergamasco), oltre che in alcune zone della provincia di Cremona (non il distretto cremasco dove si parla un dialetto di tipo lombardo orientale) e nella parte settentrionale della provincia di Pavia;
  • Il lombardo orientale, parlato in Lombardia a est dell’Adda e in alcune zone del Trentino-Alto Adige e nelle province di Brescia e Bergamo, nelle zone settentrionali delle province di Mantova e Cremona, e nei comuni lecchesi della Valle San Martino. Viene parlato anche nelle zone occidentali della provincia di Trento.

Una differenza sostanziale tra la Lombardia occidentale e la Lombardia orientale è data anche dal fatto che mentre a oriente non è riuscito ad agire linguisticamente un polo accentratore, a occidente lo sviluppo e la fortuna letteraria di Milano hanno contaminato moltissimo, condizionando dall’esterno sia le parlate appartenenti alla varietà lombardo – prealpina, sia quelle appartenenti alla varietà basso-lombarda, specie all’interno dell’entità idrogeografica posta tra il fiume Ticino e il fiume Adda, chiamata tradizionalmente Insubria, e soprattutto tra i poli urbani di Varese, Como e la bassa milanese.

Un’influenza, seppur blanda, del milanese si è fatta sentire, a est dell’Adda, solo nella zona di Treviglio e dell’Isola (Bassa Bergamasca), nonché nel cremasco e nel cremonese più occidentali.

La diffusione geografica del lombardo, considerando tutte le sue varianti territoriali essenzialmente omogenee tra di loro, rispecchia quindi solo parzialmente i confini amministrativi della moderna regione Lombardia.

L’area linguistica attuale è infatti sovrapponibile agli antichi confini medievali del Ducato di Milano, che fino al 1426 aveva un’estensione grossomodo compresa tra i corsi dei fiumi Sesia e Adige e che anche dopo la cessione dei territori orientali (province di Bergamo e Brescia) alla Repubblica di Venezia, di quelli più occidentali (provincia di Novara e del Verbano – Cusio – Ossola) al Regno di Sardegna nonché di quelli settentrionali (Canton Ticino) alla Svizzera ha continuato comunque ad esercitare una forte influenza culturale su di essi, lingua parlata compresa.

La lingua lombarda a partire dal XIX secolo ha iniziato a subire un processo di italianizzazione, ovvero un mutamento che ha portato gradualmente il suo lessico, la sua fonologia, la sua morfologia e la sua sintassi ad avvicinarsi a quelle della lingua italiana.

Esempi di italianizzazione della lingua lombarda sono il passaggio da “becchée” a “macelâr” per esprimere il concetto di “macellaio”, da “bonaman” a “mancia” per “mancia”, da “tegnöra” a “pipistrèl” per “pipistrello” e da “erbiùn” a “pisèi” per “piselli”.

Ma sono comunque mantenute parole di origine celtica, latina o greca.

Secondo alcune fonti, lemmi derivanti dal celtico sarebbero “rüsca” (da rusk, in italiano “buccia”, “corteccia”, “scorza”), “ciapà” (da hapà, cioè “prendere”), “cavagna” (da kavagna, “cesta”), “forèst” (da fforest, cioè “selvatico”, “selvaggio”, “che viene da fuori”), “bugnón” (da bunia, in italiano “rigonfiamento”, “foruncolo”, “bubbone”).

Forse anche il nome del capoluogo lombardo deriva dal celtico, infatti “Medhelan”, che significa “terra fertile” e che sarebbe poi diventato Mediolanum in epoca romana; ma anche “leukos”, che significa “bosco” e che sarebbe poi diventato Lecco, e la Brianza, che deriverebbe il suo nome dal celtico “brig”, che significa “area elevata”, nonché il nome del fiume Olona, che sarebbe collegato alla radice celtica ol-, che significa “grande”, “valido” in riferimento all’utilizzo delle sue acque. Sono probabilmente di origine celtica i toponimi lombardi che terminano in –one, -ano, -ago, -ate come Gallarate, Vimodrone, Melegnano, Crescenzago, Segrate, e così via.

Dato che il latino volgare era ricco di lemmi derivanti dal greco antico, la lingua lombarda possiede molte parole che derivano da quest’ultimo idioma come, ad esempio, cadrega (dal greco κάθεδρα, “càthedra”, cioè “seggio”, “scranno”, “sedia”).

Sono invece un numero nettamente superiore i lemmi che derivano dalla lingua latina. Alcuni vocaboli lombardi di derivazione latina che non hanno il corrispettivo nella lingua italiana, dove infatti hanno un’altra etimologia, sono tósa (da tonsam, “ragazza”), michètta (da micam, è il tipico pane milanese), quadrèll (da quadrellum, “mattone”), slèppa (da alapa, “sberla”, “grande fetta”), stralùsc (da extra lux, “lampo”, “bagliore”), resgió (da rectorem, “capofamiglia”, “anziano saggio”), arimòrtis o àrimo (da arae mortis oppure da alea morta est; come raccontavo in “Lingue d’Italia – il lombardo – parte prima”, modo dire utilizzato dai bambini lombardi per sospendere un gioco prendendosi una pausa.

L’espressione usata per far riprendere il gioco è invece arivivis, che deriva dal latino alea viva est), incœu (da hinc hodie, “oggi”), pèrsich o pèrsegh (da persicum, “pesca”), erborín (da herbulam, “prezzemolo”), erbión (da herbilium, “pisello”), pàlta (da paltam, “fango”), morigioeù (da muriculum, “topolino”), loeùva (da lobam, “pannocchia di granoturco”), sgagnà (da ganeare, “pannocchia di granoturco”), sidèll (da sitellum, “secchio”), gibóll (da gibbum, “ammaccatura”), prestinee (da pristinum, “panettiere”).

Un modo di dire in lingua lombarda derivante dal latino, come dicevo nel già citato articolo è “te doo nagòtt” (da tibi do nec guttam, letteralmente “non ti do neanche una goccia”, che significa “non ti do niente”).

Ovviamente la Lombardia ha visto anche altri popoli, come il resto d’Italia, varcare i propri confini, quindi ha vocaboli che derivano dal francese, come, ad esempio, rebellott (da rebellion, “confusione”), clèr (da éclair, “saracinesca”), articiòch (da artichaut, “carciofo”), paltò (da paletot, “cappotto”), fránch (da francs, “soldi”) dal tedesco, come sgurà (“lavare con energia”, “tirare a lucido”), baùscia (da bauschen, “gonfiarsi”, “sbruffone”), sgnàppa (da schnaps, “grappa”), dall’inglese, come fòlber o fòlbal (da footbal, “gioco del calcio”), sguángia (da sgweng, “donna di facili costumi”), brùmm e brumìsta (da brougham, e significano, rispettivamente, “carrozza” e “vetturino”) e dallo spagnolo, come scarligà (da escarligar, “inciampare”), locch (da loco, “teppista”, “stupido”), tarlùcch (da tarugo, “pezzo di legno”, “duro di comprendonio”).

Chiudo questa seconda parte sul lombardo con un paio di modi di dire:

“Pöta da ostér, caala da malghéss, aca da urtulana, porca da mulenér, lassàghele a chi gh’j-à.” che significa “Ragazza da osteria, cavalla da malghese (proprietari di greggi di pecore da latte), mucca da ortolana, porca del mugnaio, meglio lasciarle ai loro padroni.”, praticamente un invito a stare al proprio posto;

“I dòne balòse i pèla i póe sènsa fàle usà.”, cioè “Le donne furbe spennano le galline senza farle urlare” che ha il chiaro significato di “circuiscono senza farsene accorgere”.

Potrei andare avanti per pagine e pagine, ma come dico sempre, io vi ispiro, tocca a voi andare a cercare!

Chiuso con il lumbard, e avendo parlato di tutti i dialetti da me conosciuti per aver vissuto nei luoghi dove quei dialetti si parlano, nelle prossime puntate di “Lingue d’Italia” andrò a sfiorare quei dialetti da me solo appena conosciuti, come il piemontese, il siciliano, il veneto e il toscano. A prèst!

6 pensieri riguardo “Lingue d’Italia – il lombardo – parte seconda

    1. Non so se ne avrò la forza e le possibilità, ma è mia intenzione scrivere proprio un libro sinottico tra i modi di dire dei vari dialetto, perché se il significato è lo stesso, il modo di dirlo è completamente diverso (e bellissimo, comunque la si veda).
      P.S.: a Taranto si dice (non so perché) “pio pò” quando vuoi smettere di giocare.

      Piace a 1 persona

Rispondi a Lucy the Wombat Annulla risposta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...