Galeotto fu il libro

Abbiamo già parlato in queste pagine dei modi di dire e molti di essi, soprattutto quelli in dialetto, hanno delle origini assai curiose. Vi sono poi delle persone che hanno una particolare propensione ad inventarne di nuovi, un po’ come il compianto Gianni Brera, o il poeta Dante Alighieri.

Già, proprio il “Divin Poeta”: chi sapeva che “stai fresco”, con il significato di “allora finisce male…” sia stato scritto per primo da Dante?

Nella Divina Commedia, Inferno, canto 32°, in cui Dante parla dei traditori (intesi come coloro che hanno tradito la fiducia), descrive un lago ghiacciato, il Cocito, dove all’interno “i peccatori stanno freschi”.

Anche “senza infamia e senza lode”, che equivale al moderno “bene, ma non benissimo”, è tratto dal III canto dell’Inferno: “senza infamia e senza lodo”, è usato per indicare gli ignavi, persone che in vita non avevano avuto il coraggio di prendere posizioni.

O “non mi tange”, che è un modo per dire “non mi interessa”. Dante lo usa nel canto II dell’Inferno “Io son fatta da Dio, sua mercé, tale / che la vostra miseria non mi tange” dove è Beatrice appena scesa dal Paradiso (dove si trova vicina a Dio) a pronunciare tali parole.

Anche il modo di dire “galeotto fu”, usata per indicare un oggetto, una persona o un avvenimento considerati “causa”, “scintilla”, della nascita di una relazione amorosa viene dalla Divina Commedia ed è tra i brani più famosi di Dante e della sua opera principale.

Ma partiamo dall’inizio. Chi lo pronuncia? E perché è all’inferno?

Paolo Malatesta e Francesca da Polenta sono due figure di amanti entrate a far parte dell’immaginario popolare sentimentale, un po’ come Giulietta e Romeo, solo che Giulietta e Romeo non sono mai esistiti, mentre Paolo e Francesca sì, e quindi come anche in altre parti della sua opera, Dante fa cronaca, più che poesia.

Nella Commedia, i due giovani – riminese lei (anche se nata a Ravenna), della vicina Verucchio lui – rappresentano le principali anime condannate alla pena dell’inferno dantesco, nel cerchio dei lussuriosi.

Tutto iniziò nel 1266 circa, quando due della famiglie più potenti dell’epoca, i Malatesta di Rimini e i da Polenta di Ravenna, decisero di unirsi, facendo sposare il figlio degli uni (Malatesta) con la figlia degli altri (da Polenta).

I Malatesta erano due fratelli, uno bello e uno brutto: un fratello, quello bello, si chiamava Paolo; l’altro si chiamava Giovanni, o Gianciotto, detto anche “Gianni lo Sciancato” (ciotto vuol dire proprio sciancato), ed era brutto ed anche un po’ messo male di testa.

Quando ci fu l’accordo tra i genitori Francesca era ancora una bambina, quindi aspettarono una decina di anni per celebrare le nozze, così che Francesca crebbe e diventò una bellissima ragazza. Le famiglie si iniziarono a frequentare e nel 1275, circa, Francesca sposò Gianciotto. Ma un giorno…

Un giorno Paolo e Francesca furono ritrovati morti, entrambi nudi, nel letto, uccisi da un solo fendente della spada di Gianciotto.

A quel tempo (il fatto avvenne nel 1285, circa) la storia fece uno scalpore tale che per trovare un paragone moderno senza scomodare i social possiamo pensare a Diana Spencer, lady D, e quello che accadde alla sua morte.

Dante conobbe sia Paolo, che era stato Capitano del Popolo a Firenze e aveva anche lavorato per un parente di Francesca. Probabilmente apprese proprio qui la storia, anche se in realtà negli anni successivi al duplice omicidio i Malatesta fecero di tutto per cancellare dalla memoria collettiva quanto accaduto.

Dante non volle certamente dare alla storia un’impronta romantica, soprattutto se calata nella sensibilità religiosa del Medioevo. A dominare la scena è la passione amorosa, dove si allude a quelle lusinghe di cui la passione si riveste fino a portare l’uomo al male e quindi alla dannazione. La pena che tocca a chi ha peccato di lussuria è una bufera terribile che travolge i dannati inesorabilmente e che non può che non essere ricondotta alla violenta passione che li trascinò in vita nel peccato e alla morte.

Ma vediamo come il “Sommo Poeta” descriveva i fatti (alcuni versi sono omessi, nda):

La bufera infernal, che mai non resta, Praticamente quelli che sono condannati a stare lì, vengono presi e sbattuti da questa bufera
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta.
per ch’i’ dissi: «Maestro, chi son quelle Dante chiede a Virgilio, ma vuole sapere i nomi dei peccatori di questo cerchio
genti che l’aura nera sì gastiga?».
Poscia ch’io ebbi il mio dottore udito Dante prova smarrimento e pietà, anche se non dovrebbe perché le punizioni dell’inferno sono comminate per volontà di Dio, quindi giuste.
nomar le donne antiche e ’ cavalieri,
pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.
I’ cominciai: «Poeta, volontieri Ad un certo punto Dante cambia registro
parlerei a quei due che ’nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggeri». Ha notato due anime diverse dalle altre, che sono abbracciati, e non capisce.
Ed elli a me: «Vedrai quando saranno Virgilio dice di attendere che si avvicinino
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno».
Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: «O anime affannate, E Dante li chiama
venite a noi parlar, s’altri nol niega!».
Quali colombe dal disio chiamate E loro, come due colombe che dolcemente planano verso il nido, si avvicinano
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere dal voler portate;
cotali uscir de la schiera ov’è Dido, Escono dalla schiera di coloro i quali sono morti per amore in maniera straziante, come Didone
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettuoso grido.
«O animal grazioso e benigno Francesca inizia a parlare in maniera molto dolce, pur essendo un’anima dannata
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
se fosse amico il re de l’universo, Francesca non può pronunciare il nome di Dio, ma invoca lo stesso il perdono per Dante
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’hai pietà del nostro mal perverso.
Di quel che udire e che parlar vi piace, Accetta così di parlare a Dante
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ’l vento, come fa, ci tace.
Siede la terra dove nata fui Introduce tempi e luoghi (Rimini)
su la marina dove ’l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.
  Qui iniziano le tre terzine più famose, con la parola AMOR all’inizio di ciascuna, nelle quali Francesca descrive cosa le è capitato:
Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende l’amore, che al cuore ingentilito si attacca subito, prese Paolo della mia persona fisica, che qui non ho più, e del modo in cui l’ho perduta (uccisa) ne sono ancora sconvolta
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.
Amor, ch’a nullo amato amar perdona, Se amiamo, quell’amore che noi doniamo ci verrà restituito in egual misura,
mi prese del costui piacer sì forte, e proprio perché lui si innamorò di me, io ricambiai, in maniera così intensa
che, come vedi, ancor non m’abbandona. che anche qui, all’inferno, provo ancora la stessa cosa.
Amor condusse noi ad una morte: L’amore dunque ci condannò a morte,
Caina attende chi a vita ci spense». ma Gianciotto ha una punizione ancora peggiore della nostra (andrà nell’ultimo cerchio dell’Inferno).
Queste parole da lor ci fuor porte.
Quand’io intesi quell’anime offense, Dante era talmente sconvolto che Virgilio gli chiede cosa stia pensando
china’ il viso e tanto il tenni basso,
fin che ’l poeta mi disse: «Che pense?».
Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso, Dante riflette su cosa possa aver condotto i due giovani a soffrire quelle pene, solo per amore
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!».
Poi mi rivolsi a loro e parla’ io, E poi chiede a Francesca
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.
Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri, Come è nato il vostro amore?
a che e come concedette Amore
che conosceste i dubbiosi disiri?».
E quella a me: «Nessun maggior dolore Francesca risponde che Dante le sta provocando un grande dolore, nel dover ricordare i momenti più belli della sua vita proprio lì, nel posto peggiore dell’universo
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ’l tuo dottore.
Ma s’a conoscer la prima radice Ma visto che Dante ci tiene a saperlo, pur soffrendo, glielo dirà
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.
Noi leggiavamo un giorno per diletto Un giorno io e Paolo leggevamo la storia di Lancillotto e di come si era innamorato
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto. Erano da soli e non conoscevano il contenuto del libro, e non sospettavano che si sarebbero innamorati
Per più fiate li occhi ci sospinse Per più volte si guardarono leggendo il libro
quella lettura, e scolorocci il viso; attoniti, presi dai sentimenti che leggevano
ma solo un punto fu quel che ci vinse. Ma a un certo punto cedemmo
Quando leggemmo il disiato riso Quando leggemmo che Ginevra veniva baciata da Lancillotto
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso, Paolo, e guai a chi me lo tocca
la bocca mi basciò tutto tremante. Mi baciò, tremando di passione
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse: Ecco, chi ha scritto quel libro ci ha fatti innamorare
quel giorno più non vi leggemmo avante». Tanto che non ne leggemmo più una riga
Mentre che l’uno spirto questo disse, Mentre Francesca raccontava la storia
l’altro piangea; sì che di pietade Paolo piangeva, in modo così toccante
io venni men così com’io morisse. In maniera così straziante
E caddi come corpo morto cade. Che Dante sviene, sopraffatto dall’emozione.

 Ecco spiegato il detto “galeotto fu il libro e chi lo scrisse”; vorrei farvi notare un’ultima cosa: Francesca accetta la pena, ma rivendica la grandezza del sentimento che le ha provocato tutto ciò. Dante, che in realtà non ha mai potuto amare Beatrice, deve aver scritto questi versi con immenso strazio.

E qualcuno ha ancora dei dubbi del perché la Divina Commedia sia la più grande poesia mai scritta?

5 pensieri su “Galeotto fu il libro

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