Storia, magistra vitae – Gladiatori

A tre settimane da oggi, io mieterò il mio raccolto. Immaginate dove vorrete essere, perché così sarà! Serrate i ranghi! Seguitemi! Se vi ritroverete soli, a cavalcare su verdi praterie col sole sulla faccia, non preoccupatevi troppo, perché sarete nei Campi Elisi, e sarete già morti! Fratelli! Ciò che facciamo in vita, riecheggia nell’eternità!

Al mio segnale, scatenate l’inferno!

(Massimo Decimo Meridio – da “Il gladiatore”)

Il peplum (o sword and sandal, cioè spada e sandalo, una definizione più comune in lingua inglese) è un sottogenere cinematografico dei film storici in costume, che comprende sia il genere dei film d’azione sia quello fantastico, entrambi ambientati in contesti biblici o nel periodo della Grecia antica o della civiltà romana.

Sebbene non si tratti di film a basso budget e di qualità medio-bassa, si possono includere nel genere film come “Ben-Hur”, “Cleopatra”, “Spartacus”, “Quo vadis?”, “Tito” o “I Dieci comandamenti”. Quindi il peplum può essere considerato uno dei generi cinematografici più vecchi: il “Ben Hur” originale venne girato da Sidney Olcott nel 1907; il film muto “Cabiria” del 1914 ebbe grande importanza nello sviluppo dell’arte della cinematografia.

Ma il film sull’antica Roma che più ha caratterizzato il nuovo millennio, essendo uscito nei cinema nel 2000, è stato “Il gladiatore”.

L’azione si svolge nell’anno 180 dopo Cristo. In terra di Germania l’esercito romano dopo una poderosa offensiva sconfigge i ribelli tedeschi e ristabilisce l’ordine. Artefice della vittoria è il generale Maximus (in Italia tradotto come “Massimo Decimo”, detto “Meridio” perché nato a Mérida, l’antica Emerita Augusta, capitale della Lusitania).

A lui, che molto ammira, l’imperatore Marco Aurelio confida che passerà il trono alla propria morte, scavalcando quindi Commodo, figlio inetto e ribelle ancorché legittimo erede. Venuto a sapere la notizia, Commodo attua un rapido e cruento piano: strozza il genitore, si prende il titolo e ordina l’eliminazione immediata di Maximus. Costui sfugge all’agguato e riesce, sebbene ferito, ad arrivare alle porte di Roma. Qui scopre che, per ordine dell’imperatore, i soldati gli hanno orribilmente ucciso la moglie e il figlioletto.

Persi i sensi per la stanchezza e il dolore, Maximus si ritrova in Africa, al mercato degli schiavi. Messosi in evidenza per astuzia e coraggio, viene acquistato insieme ad altri da Proximus, un ex-schiavo liberato, che ora organizza gli spettacoli al Colosseo. Maximus riesce in questo modo a tornare a Roma e a preparare la vendetta. Nell’arena, davanti all’imperatore, supera avversari e pericoli a raffica, il popolo lo acclama e lo elegge a proprio idolo. Fattosi riconoscere, rivolge parole e gesti provocatori all’imperatore che non può eliminarlo per non deludere i romani che vogliono vederlo combattere.

Con l’appoggio di un senatore e di Lucilla, sorella di Commodo, Maximus cerca di promuovere una congiura. Ma le cose vanno male e Commodo fa eliminare tutti, tranne Lucilla, da cui è fortemente attratto. Ferito, Maximus entra di nuovo nell’arena. E allora anche Commodo scende sul terreno, sicuro di poterlo facilmente eliminare. Maximus trova però nuove energie, e uccide Commodo prima di cadere a sua volta ormai privo di vita. Così può finalmente ricongiungersi nell’aldilà con la moglie e il figlioletto.

Ma chi erano i gladiatori?

Nel 73 a.C., dopo avere più volte sconfitto l’esercito romano con gli altri schiavi insorti, Spartaco, il gladiatore ribelle, organizzò dei grandiosi funerali in onore di un compagno morto: per l’occasione trecento prigionieri, tutti legionari romani, dovettero combattere come gladiatori fino alla morte. Era stata una clamorosa inversione dei ruoli fra vittime e carnefici: un pubblico di schiavi ordinava il combattimento mortale dei suoi antichi padroni. Fu tuttavia l’unica volta nella storia di Roma in cui ciò successe.

I primi combattimenti fra gladiatori risalgono alla metà del III secolo a.C. e venivano offerti dalle grandi famiglie durante i funerali. In origine erano dunque una sorta di sacrificio volto a placare l’anima dei defunti. In età imperiale i combattimenti dei gladiatori erano però diventati un divertimento fra i più amati dal popolo, offerto in ogni occasione. Nei primi secoli combattevano esclusivamente gladiatori schiavi.

Verso la metà del I secolo d.C. agli schiavi si aggiunsero alcuni cittadini romani ridotti alla più completa disperazione, che vendevano il proprio onore e la propria libertà e si facevano gladiatori. Le lotte fra i gladiatori rappresentavano il momento culminante delle giornate di spettacolo degli anfiteatri. Ogni città aveva almeno uno di questi edifici di forma ellittica; quelli finora individuati nei più diversi angoli dell’impero sono ben 900.

L’anfiteatro più grande era il Colosseo, inaugurato da Tito   nell’80 d.C. con una serie di giochi che durarono più di tre mesi. Aveva 66 ingressi numerati e tre ordini di gradinate; per i più miserabili fra la popolazione vi erano posti in piedi in un terrazzo in cima all’edificio. Per riparare il pubblico poteva venire disteso un immenso telone, manovrato da un distaccamento di marinai della flotta esperti in vele.

Gli spettacoli degli anfiteatri iniziavano la mattina con lotte fra belve esotiche o   con combattimenti fra uomini e animali. Talvolta i condannati a morte erano gettati indifesi nell’arena, per essere sbranati. Infine toccava ai gladiatori. Per rendere più affascinante l’esibizione, i gladiatori non combattevano come normali soldati, ma con armi strane.

Si dividevano in categorie diverse, ognuna con i propri costumi e i propri armamenti. Il Retiarius combatteva con la rete e il tridente contro un avversario coperto da un elmo a forma di pesce; il Trace era armato di una corta scimitarra e di un minuscolo scudo rotondo; il Sannita usava una grande spada e uno scudo rettangolare.

Per fare un bravo gladiatore occorrevano anni di addestramento, e non meraviglia che gli impresari che possedevano e addestravano i gladiatori chiedessero lauti pagamenti per farli combattere. Nelle città di provincia, dove l’impresario riceveva compensi limitati, raramente i duelli finivano con la morte dello sconfitto. Invece a Roma, dove i giochi erano offerti dall’imperatore e non si badava a spese, i combattimenti erano all’ultimo sangue.

Quando un gladiatore era sconfitto, alzava il braccio per chiedere la grazia. La decisione spettava al vincitore, ma era uso che egli si rivolgesse all’imperatore; l’imperatore, a sua volta, chiedeva il parere della folla. Il pollice in alto e il grido “lascialo andare” premiava i gladiatori sconfitti che avevano combattuto bene; il pollice verso condannava all’immediato sgozzamento quelli che avevano lasciato insoddisfatto il pubblico.

I gladiatori erano popolarissimi, veri eroi delle folle. I vincitori ricevevano denaro e gioielli, che mostravano subito al pubblico. Dopo molte vittorie, riuscivano di solito a guadagnarsi la libertà. Una simile notorietà premiava anche gli aurighi che animavano un altro tipo di spettacolo amatissimo nell’impero, le corse dei carri.

Le corse avvenivano nei circhi; di solito duravano sette giri di pista. Sfrecciando su cocchi leggerissimi trainati da una o due coppie di cavalli, gli aurighi cercavano di arrivare primi correndo a più non posso, ostacolando gli avversari e spingendoli a fracassarsi sulle murate. Un bravissimo auriga, Diocle, in 24 anni di carriera vinse quasi 3000 corse, accumulando una fortuna pari a quella di un senatore.

Come raccontato dal poeta satirico Giovenale, vissuto nel I secolo, “Panem et circenses”, ossia “pane e giochi” era il solo interesse rimasto in età imperiale al popolo che un tempo aveva conquistato il mondo.

Secoli dopo, lo storico Ammiano Marcellino descrive con disgusto la plebe oziosa di Roma. Non fa nulla, pensa solo al cibo e ai giochi. Per essa il circo è tutto: tempio, casa, assemblea civica. Passa il tempo a parlare delle imprese degli aurighi; poi, quando è giorno di spettacolo, si precipita in massa al circo, più veloce dei carri che stanno per gareggiare.

In tutte le epoche il disprezzo per il popolo è un atteggiamento molto comune fra gli intellettuali, di solito membri delle classi superiori. Di certo la gran parte della plebe non passava il suo tempo ai giochi, ma in lavori di ogni tipo.

Per molti, una dura fatica quotidiana doveva essere anche quella di trovare qualche piccolo lavoretto: la disoccupazione era un problema cronico in una città popolosa come Roma, così come nelle maggiori città del tempo. Nel mondo antico, infatti, non vi erano grandi fabbriche (le attività produttive si   svolgevano in piccoli laboratori) e l’amministrazione dell’impero richiedeva solo pochi impiegati.

Nelle critiche alla plebe, però, qualcosa di vero c’era. Con Tiberio e i suoi successori al popolo romano erano state sottratte tutte le antiche funzioni politiche: il voto nelle assemblee legislative e l’elezione dei magistrati. Il consenso popolare restava tuttavia fondamentale anche per sovrani potenti come gli imperatori. A Roma si concentrava un’immensa popolazione di un milione di abitanti, senza paragoni con le altre città del mondo antico.

Soltanto fra XVIII e XIX secolo nell’Europa occidentale dapprima Londra e poi Parigi raggiunsero una simile ampiezza. Occorreva in tutti i modi conquistare il favore di questa massa smisurata. Per raggiungere questo scopo gli imperatori portarono al massimo sviluppo i sistemi seguiti dai politici della tarda repubblica. Lo strumento di consenso economicamente più produttivo era promuovere grandi lavori di edilizia pubblica. La costruzione di un teatro, di un foro o di un circo veniva vista con favore dal popolo: non soltanto abbelliva la città e forniva nuovi spazi di divertimento e riunione, ma dava anche lavoro a molti.

Un altro strumento per ottenere il favore popolare erano le distribuzioni gratuite di cibo. Tutti i cittadini romani avevano una tessera che consentiva loro di ritirare gratuitamente, nel giorno stabilito, una certa quantità di grano. Un enorme edificio porticato (Porticus Minucia) fu costruito nel cuore di Roma per effettuare ordinatamente le distribuzioni. A tutto ciò si aggiungevano doni di varia natura.

Vi erano infine i giochi. L’imperatore o l’uomo politico che spendeva grandi somme per offrire alla popolazione corse di cavalli, combattimenti fra belve, lotte di gladiatori e competizioni di ogni tipo (persino combattimenti navali), era certo di fare un buon investimento. La sua popolarità cresceva quanto più riusciva a rendere interessante lo spettacolo grazie alla partecipazione delle bestie più esotiche, dei gladiatori più crudeli e celebri, degli aurighi più abili. Se poi gli imperatori si esibivano personalmente nelle corse e nei combattimenti, come Nerone, la loro popolarità saliva alle stelle.

Vi ricorda qualcosa?

2 pensieri riguardo “Storia, magistra vitae – Gladiatori

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