Le scimmie di mare

Negli anni ’80, giovane lettore, i cartoni animati in TV erano una rarità. Non esistevano canali dedicati.

“Anna dai capelli rossi”, “Candy Candy”, “Daitarn III”, “Don Chuck Castoro”, “Gundam”, “Judo boy”, “Mazinga Z” e gli storici “Scooby Doo” e “Tom e Jerry” venivano trasmessi nel 1980 da Rai 1 (allora chiamato Primo Canale), mentre “Tintin”, “Nick Carter”, “L’uomo ragno”, “Fantastici Quattro”, “Corto Maltese”, “Alan Ford e il Gruppo TNT e “Jak Mandolino” erano su Rai 2 (Secondo Canale), all’interno di un programma chiamato “Supergulp!”. Se ci fosse stato lo share, sarebbe stato molto alto: c’era una cosa simile, chiamata “indice di gradimento”, ma aveva uno scopo più che altro statistico.

In quanto unica emittente sul mercato fino agli anni settanta, la Rai non aveva avuto bisogno di calcolare quanti possibili consumatori potesse “vendere” agli inserzionisti pubblicitari. Ma gli ascolti, soprattutto nelle fasce dei più giovani, erano immancabilmente molto alti.

Mediaset, capito l’affare, nel 1982 inserì i cartoni in un programma-contenitore noto come “Bim Bum Bam”, condotto, tra gli altri, da Paolo Bonolis e Licia Colò.

Uno dei miei preferiti è sempre stato “Road Runner”, conosciuto in Italia come “Wile E. Coyote e Beep Beep”. Wile E. Coyote (conosciuto in Italia anche come Vilcoyote o Vile il Coyote e spesso chiamato erroneamente Willy o Willie a causa dell’assonanza col nome originale) e il Road Runner (conosciuto semplicemente come Beep Beep o Bip Bip) sono un coyote (ma va?) e, non uno struzzo, ma un uccello dei deserti americani il cui nome scientifico è Geococcyx californianus, appartenente alla famiglia dei cuculidi, comunemente chiamato Roadrunner (corridore della strada).

Il Road Runner è la preda agognata da Wile E. Coyote: caratterizzato dalla sua estrema rapidità, nonostante gli innumerevoli e sempre più ingegnosi tentativi di cattura da parte del coyote riesce puntualmente a sfuggirgli, in modo anche irridente. Le sfide fra i due protagonisti si risolvono, quindi, sempre a favore del velocissimo e astuto pennuto dai colori sgargianti, e puntualmente il coyote cade vittima del suo stesso ingegno, finendo per subire incidenti anche seri a causa delle sue stesse idee.

Il cartone è ambientato nelle gole della Monument Valley dove Wile E. Coyote sperimenta di tutto per catturare Beep Beep, servendosi molto spesso di strani arnesi tecnologici, regolarmente difettosi o d’uso impossibile, forniti dalla ACME Inc., azienda fittizia ideata dal regista Chuck Jones, che nei disegni animati dei Looney Tunes fornisce attrezzature sia a Wile E. Coyote che ad altri personaggi.

Il nome dell’azienda nella serie animata Wile E. Coyote e Beep Beep è ironico poiché la parola ACME deriva dal greco ακμή (akmé), che in italiano significa eccellenza. I prodotti del laboratorio ACME sono tuttavia generici ed hanno la tendenza a funzionare male o a non funzionare per nulla.

ACME è il nome adottato da molte compagnie americane negli anni venti, quando si diffusero gli elenchi alfabetici telefonici di aziende, le pagine gialle. ACME si trovava nelle prime pagine e per la sua etimologia richiamava l’idea di eccellenza; a volte il nome iniziava con ACME ed era seguito da una seconda parte che la connotava maggiormente. Dalla proliferazione di aziende dei settori merceologici più vari che si chiamavano ACME, nacque l’acronimo stesso: A Company Making Everything (in italiano azienda che produce qualsiasi cosa) o American Companies Manufacture Everything (in italiano le aziende statunitensi producono qualsiasi cosa).

Ma questi americani sono proprio ingegnosi! Noi italiani non ci arriveremmo mai! E invece no!

Negli anni ’60 e ’70, noi giovanissimi leggevamo i fumetti. E in alcuni giornaletti c’era una cosa che, volenti o nolenti, abbiamo pensato TUTTI di comprare: le “scimmie di mare”. Ok, c’erano anche gli occhiali a raggi X, ma le scimmie di mare erano un vero e proprio mistero.

Gli annunci sui giornaletti per ragazzi pubblicizzavano questi esseri straordinari, che nascevano da una polverina magica sciolta nell’acqua e che venivano raffigurati come un incrocio tra un tritone e la sirenetta, in grado di scherzare e giocare fra loro.

Ma erano le righe finali dell’annuncio, che lasciavano sbalorditi, per quello che promettevano: “Vi mostreremo come insegnare loro ad obbedire ai vostri ordini ed eseguire esercizi come le foche ammaestrate”. In verità io non le ho mai avute, ma moltissimi persone le hanno comprate, per poi trovarsi tra le mani qualcosa di totalmente diverso. Erano gli anni ‘70, la cultura etologica era appannaggio di pochi eletti e la gente aveva forse più fiducia del prossimo.

Ma era davvero una truffa? Oggi verrebbe riconosciuta come tale: la fantomatica “scimmia di mare” altro non era che un piccolo crostaceo di acqua salata, chiamato Artemia Salina, le cui uova sono in grado di rimanere in uno stato di quiescenza per lunghi periodi fino a quando non si ripresentano le condizioni favorevoli al loro sviluppo; e cioè acqua salata ad una temperatura di 25-30 gradi.

Ma di chi era stata l’idea?

La Same Govj è stata un’azienda commerciale italiana, specializzata nell’importazione e vendita per corrispondenza. Fu creata alla fine degli anni sessanta a Milano sulla falsariga di realtà già esistenti negli Stati Uniti, con lo stesso scopo: quello di importare e vendere per corrispondenza prodotti giocattolo, cosmetici, o di elettronica, spesso esagerandone caratteristiche, funzioni e portata.

Se le prime pubblicità dell’inizio degli settanta proponevano oggetti di uso comune (quali macchine da scrivere portatili tedesche Mayer Ltd), i cataloghi che si succedettero negli anni a venire avranno ospitato i prodotti più disparati e fantasiosi: ricetrasmittenti, mangiadischi, proiettori dai nomi accattivanti (quali lo “Episcopio Vistarama”), calcolatrici da taschino, impianti hi-fi in miniatura, orologi vari, fucili e pistole giocattolo, ed altri prodotti di meccanica ed elettronica, oggetti di ottica quali lo “Spyscope Secret” (un cannocchiale minuscolo), fino a marchingegni sempre più improbabili, quali la “penna a gas” per neutralizzare le persone, nonché cosmetici quali lo “Ercolex il super sviluppatore dei muscoli”, venduto quale pomata in grado di portare ad una veloce ipertrofia muscolare.

Il tutto puntando sulla fantasia e l’impressionabilità del pubblico di potenziali acquirenti, composto da adolescenti interessati all’elettronica, allo spionaggio, e che oltretutto non aveva la possibilità di testare e vedere il prodotto se non dopo averlo pagato.

Molti degli oggetti erano in effetti già pensati o commercializzati in America da Harold von Braunhut, noto per aver depositato una quantità innumerevole di brevetti (quasi fino al termine della propria esistenza), molti dei quali di dubbi utilità, seppure incredibilmente redditizi grazie ad un battage pubblicitario sui giornali per ragazzi degli States.

Tra i prodotti di questa seconda fase c’erano appunto le “scimmie di mare”. Gli stessi slogan contribuivano a fornire agli acquirenti un’aspettativa assai distante dalla realtà.

Le scimmie di mare venivano descritte come capaci di dare “una vasca di felicità” (mentre degli occhiali a raggi X si decantava la possibilità di penetrare oltre gli abiti). Caratteristiche assolutamente distanti dalla realtà dei fatti.

Per sostenere la propria promozione i titolari dell’azienda acquistarono per anni pagine all’interno dei giornali per ragazzi quali L’Intrepido, Monello, Diabolik, e Topolino.

Dalla metà degli anni ottanta, l’azienda cessò ogni attività. E non ci furono più le scimmie di mare, né gli occhiali a raggi X…

8 pensieri riguardo “Le scimmie di mare

  1. Ricordo perfettamente tutto, tra l’altro Willy(chiedo venia ma l’ho sempre chiamato così!😀) insieme alla pantera rosa era fra i miei preferiti! Però già da bambino sono stato un fuori target e con me le pubblicità non hanno mai fatto presa! Più erano mirabolanti e più le guardavo con sospetto e del resto mi chiedevo…ma se coi raggi x vedo le ossa questi come fanno a dire che vedrei sotto i vestiti solo la nudità?🙄Non quadrava!

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