Led Zeppelin I

Il trienno 1968-1970 vide l’inizio di tutto.

Sul finire degli anni ’60, qualcosa di totalmente nuovo e differente da ciò che si era sentito fino ad allora si stava presentando alle orecchie degli amanti della musica rock.

Nel ’68 era uscito il primo album dei Deep Purple, nel ’69 il loro secondo, nello stesso anno il primo e il secondo dei Led Zeppelin e nel ’70 il primo dei Black Sabbath. Piaccia o non piaccia, questi tre gruppi sono le fondamenta dell’hard rock e la metà (ma anche di più) dei gruppi venuti dopo, non sarebbero mai nati se non ci fossero state quelle pietre miliari.

I Led Zeppelin si formarono nel 1968, quando Jimmy Page, lasciati gli Yardbirds (gruppo con gente tipo Eric Clapton e Jeff Beck), chiamò il bassista John Paul Jones, il batterista John Bonham ed il cantante Robert Plant, e fondò la sua nuova band.

L’anno successivo, l’esordio discografico, con un album cosiddetto “self-titled” (omonimo), nella cui copertina c’è un dirigibile in fiamme: forse il più famoso dirigibile della storia del rock. Il nome della band, si dice, derivi dalla storpiatura della frase “Lead Zeppelin”, cioè “dirigibile di piombo”.

L’inizio è di quelli memorabili, con “Good Times, Bad Times”, hard’n’blues contaminato da spunti folk e psichedelici, con assoli fenomenali di Page.

“Babe I’m Gonna Leave You”, lenta ballad, oltre a mettere in mostra la voce di Plant, diventa eccezionale per gli arpeggi alla chitarra acustica di Page. Segue il blues di “You Shook Me”, scritta da Willie Dixon e portata al successo da Muddy Waters; subito dopo la psichedelica “Dazed And Confused”, in cui si mette in mostra il basso di Jones.

Ancora Jones si rende protagonista, ma stavolta con l’organo, dell’intro di “Your Time Is Gonna Come”, brano rilassante e piacevole, facilmente orecchiabile; nella successiva, strumentale, “Black Mountain Side”, è ancora Page ad esaltarsi, accompagnato da Vimar Jasani alle tabla (percussioni indiane).

La seguente è una delle mie preferite, “Communication Breakdown”: un pezzo veloce ed aggressivo, vero esempio di hard rock, dove si resta ipnotizzati dall’assolo di Page; forse questo è il brano che più di tutti getta le basi del nuovo genere grazie ai suoi riffs incisivi e veloci.

“I Can’t Quit You Baby” è un’altra cover di Willie Dixon e, a chiusura del disco, “How Many More Times”, altro pezzo che fonde hard, blues e psichedelia.

E pensare che, nonostante dopo tanti anni dalla sua uscita, molte delle canzoni presenti in quest’album siano celebrate come autentici capolavori da diverse generazioni, al tempo della sua uscita, il disco ebbe due stroncature importanti.

A rivelarle, nel corso di un’intervista rilasciata a SiriusXM, è stato Glyn Johns, tecnico del suono che affiancò i Led Zeppelin durante le session di registrazione del loro debutto: “Quasi contemporaneamente alla lavorazione di “Led Zeppelin I” stavo lavorando coi Rolling Stones”, ha raccontato Johns, “Stavamo mettendo insieme “The Rolling Stones Rock and Roll Circus”, una specie di show televisivo con molti artisti ospiti (tra gli altri, Who, Taj Mahal, Marianne Faithfull e Jethro Tull)”.

“Subito dopo aver chiuso i lavori per “Led Zeppelin I” sono stato convocato dagli Stones per una riunione. Stavamo buttando lì idee su chi dovessimo chiamare per lo show, e a un certo punto ho tirato fuori il disco e l’ho fatto sentire a Mick Jagger: “Jimmy Page ha messo insieme un nuovo gruppo insieme a John Paul Jones, diventeranno famosi”, gli dissi. Ma Mick non capì”.

Non andò meglio coi Beatles. “Nello stesso periodo stavo lavorando anche coi Beatles: io e George Harrison vivevamo nella stessa zona, quella degli Olympic Studios (gli studi di Londra dove è stato registrato “Led Zeppelin I”)”, ha raccontato Johns: “Un giorno, appena usciti dalla Apple (il quartier generale londinese della band di Lennon e McCartney), gli dissi: “Dovresti venire con me agli Olympic in modo che possa farti sentire qualcosa di nuovo di questo nuovo gruppo”.

“Così arrivammo agli Olympic, che a quell’ora erano deserti, tirai fuori i master e gli feci sentire qualcosa. Ma George non capì. Anzi, pensava che fossero terribili”. Per fortuna la storia ci racconta qualcosa di diverso.

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