Gruppi di continuità

Ognuno di noi, a suo modo, fa parte di piccoli o grandi gruppi. Io, ad esempio, sono fan di Star Trek, quindi faccio parte di una comunità di fan chiamati “trekkers”.

In Italia i fan di Star Trek sono organizzati, a partire dalla metà degli anni ottanta, in un club, lo STIC (Star Trek Italian Club) che, a partire dal 2001 ha assunto la qualifica di club ufficiale riconosciuto dalla Paramount (la società produttrice della serie).

Non sono un frequentatore delle convention, né vado ai “cosplay”. Cosplay è una parola formata dalla fusione delle parole inglesi “costume” (costume) e “play” (gioco o interpretazione) che indica l’azione di indossare un costume che rappresenti un personaggio, in questo caso di Star Trek, interpretandone il modo di agire.

Però Star Trek mi piace, ho tutti i cofanetti dei film, tutte le serie complete (e sono tante…) e qualche libro. Ho anche qualche gadget e sono iscritto ad alcuni gruppi sui social.

Ho inoltre, dal 20 giugno 1979, la passione sportiva per una squadra di calcio. Si giocava a Napoli la finale di Coppa Italia tra una delle squadre più forti della serie A, la Juventus, e la finalista a sorpresa Palermo, allora in serie B.

Ricordo ancora la formazione della Juve, Zoff in porta, difesa composta da Gentile, Morini, Scirea e Cabrini, a centrocampo Furino, Tardelli e Benetti e in attacco Causio, Bettega e Virdis. In panchina, tra gli altri, Boninsegna e Brio.

I bianconeri, allenati da Trapattoni, vinsero 2-1 dopo i tempi supplementari: dopo 90 minuti il match era finito 1-1: i rosanero, guidati da Veneranda in panchina, erano passati subito in vantaggio con Chimenti. Sembrava l’inizio di un possibile grande miracolo, considerato che le forze in campo erano totalmente diverse.

La Juve, che aveva perso lo scudetto, voleva rifarsi con la coppa e non smise mai di attaccare: a sette minuti dalla fine Brio pareggiò sfruttando un’indecisione di Osellame. E al minuto 117 fu Causio a regalare il trofeo ai bianconeri: dopo essersi girato in area di rigore mise il pallone alle spalle del portiere Frison.

Considerando che Zoff, Gentile, Cabrini, Scirea, Causio, Tardelli e Bettega (e altri, come Cuccureddu e Benetti) erano l’ossatura dell’Italia di Bearzot, che avevo ammirato ai campionati del Mondo in Argentina l’anno prima, mi venne quasi naturale iniziare a tifare Juventus.

Anche se mi definisco “tifoso non azionista”, nel senso che le vittorie o le sconfitte della Juve non cambiano il mio patrimonio, la seguo da allora (quindi quest’anno saranno 40 anni) e sono anche qui iscritto ad alcuni gruppi sui social.

A sedici anni, nel 1984 quindi, partii volontario per frequentare una Scuola Militare (“la” Scuola Militare): la Nunziatella di Napoli. Dopo tanti anni sono ancora molto legato sia alla Scuola, sia ai miei compagni di liceo, che rivedo periodicamente.

Ogni anno, a Napoli, in occasione del giuramento degli allievi che attualmente frequentano la Scuola, ci si ritrova, per passare una giornata tutti assieme con le nostre famiglie, che si conoscono e si frequentano, e che assecondano la nostra “regressione” ai 16 anni che avviene ogni qualvolta ci rivediamo.

Anche qui, oltre a far parte del direttivo della Sezione Regionale dell’Associazione Ex Allievi Nunziatella, sono iscritto a vari gruppi sui social, in particolar modo su Facebook e Whatsapp.

Poi sono iscritto ad altri gruppi, legati ai lavori svolti da me negli anni, nell’Esercito o nella Security, oppure ai luoghi in cui ho vissuto, come Taranto, Napoli e Forlì.

Stare in gruppo, appartenere ad una comunità, sentirsi parte di un club, di una squadra, di un movimento o di una tribù, aiuta a vivere meglio?

Nonostante le pulsioni individuali, il saper stare bene con gli altri fa parte del processo di crescita di ciascuno di noi, crescita che non si esaurisce con l’ingresso nell’età adulta. L’uomo è un animale sociale e ha bisogno di sentirsi utile, di essere accettato dal prossimo.

Quello che sto notando ultimamente, è la prevalenza dell’io rispetto al “noi”. Ma c’è dell’altro.

Quando cresciamo, ci stacchiamo dai nostri genitori sviluppando un senso di comunità con i nostri coetanei, e lo facciamo anche per differenziarci proprio dai nostri genitori. Ma anche da adulti, l’essere umano ha la necessità di far parte di un gruppo, in un misto tra appartenenza e indipendenza.

Relazionarsi con il prossimo serve sempre, nel gruppo ciascuno può sperimentare i vantaggi della cooperazione e del sostegno, dell’unione che fa la forza. Chi entra in un gruppo accetta di mettersi in gioco perché la posta è alta, ed è premiante il fatto di sentirsi riconosciuti dal gruppo per il proprio ruolo, che sia di leadership o più defilato, non importa.

La seconda cosa che ho notato ultimamente è il dichiararsi appartenente di un gruppo, di una comunità, per poi lamentarsi ad ogni piè sospinto.

Essere in un gruppo di juventini e sentire lamentele contro l’allenatore o contro questo o quel giocatore che neanche il più sfegatato degli interisti direbbe, oppure andare a leggere le critiche ogni volta che esce un nuovo episodio di Star Trek Discovery, l’ultima serie ispirata alle storie di Gene Roddenberry, non amplifica per niente la voglia di appartenere a quelle comunità.

Per qualche motivo, ci sono sempre persone pronte a proiettare la loro negatività e le loro insicurezze giudicando quello che fanno o meno gli altri.

Criticare è una pratica talmente diffusa da aver permesso la proliferazione di programmi televisivi e radiofonici basati unicamente su questo: cercare di danneggiare le persone criticandole e giudicandole.

Non so quale sia il motivo, non faccio lo psicologo, so solo che la cosa migliore da fare in questi casi è mantenere le distanze, soprattutto quando cercano di renderci “complici” delle critiche. Non dimentichiamo che l’interazione con queste persone, oltre a rappresentare uno scambio molto povero, può essere nociva per la nostra salute emotiva e sociale.

In conclusione, la chiave consiste nel non lasciarsi contaminare né coinvolgere, oltre a non lasciarsi ferire dalle critiche. Ricordiamo che la critica parla più di chi critica che di chi viene criticato e che si tratta, dunque, di un suo problema, non nostro.

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2 pensieri riguardo “Gruppi di continuità

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