Anaciclosi

Ho sempre odiato gli schieramenti, sia per questioni politiche, religiose o morali. Il motto imperante di questi tempi sembra però essere “devi prendere posizione!”. Io credo che non sempre sia necessario schierarsi, anzi. Il confine tra essere persone “schierate” ed essere persone “idiote” è sottile. Ma molti non lo capiscono.

E così ci ritroviamo a indignarci ogni giorno per una cosa diversa. A essere ogni giorno schieratissimi, sulle nostre bacheche. Stupidi, il più delle volte.

Amavo lo sketch di un comico (penso fosse Rocco Barbaro o Franco Neri), in cui il tipo, incalzato dalla sua donna, all’ennesima domanda del genere “come sto con questo vestito?”, rispondeva con un “non è che devo avere un’opinione su qualunque cosa!”

In “Le parole sono importanti” avevo parlato di come la democrazia sia in realtà una cosa più complessa di come la conosciamo, e di come la terminologia sia molto importante.

Un grande comunicatore, nonché politico italiano, negli anni novanta ebbe un’idea che si rivelò assolutamente vincente: utilizzare come nome del proprio movimento politico la frase “Forza Italia”, che fino ad allora era stata di uso esclusivo dei tifosi della nazionale azzurra (non solo di calcio). In realtà il nome «Forza Italia!» (con tanto di punto esclamativo) era già stato usato da un movimento politico nel 1944, nell’Italia Meridionale durante l’amministrazione alleata e faceva anche parte di uno slogan della Democrazia Cristiana nella campagna elettorale del 1987.

Pur privando i tifosi sportivi di uno slogan (nessuno osava più pronunciarlo senza essere additato come fan di Berlusconi), quella fu una mossa molto furba: una sorta di “newspeak”, o “neolingua”, lingua artificiale immaginata e descritta da George Orwell per il suo libro “1984”.

Pochi giorni fa mi sono imbattuto in un post su Facebook, pubblicato da Giuseppe Andrea Lazzarone (per tutti Andrea), conosciuto sul social di Zuckerberg con lo pseudonimo di Paolo TuttoTroppo: in quel post si parlava di anaciclosi. Prima di arrivare a capire cos’è, sono necessarie un po’ di premesse.

Che cos’è una forma di governo? Wikipedia mi viene in aiuto:

“La forma di governo è il modello organizzativo che uno Stato assume per esercitare il potere sovrano”.

Teorizzare una forma di governo perfetta sarebbe possibile solo se fossimo macchine, come “Skynet” nella saga di “Terminator” o la “Matrix” dell’omonima trilogia facevano.

La nostra società non è omogenea, ma divisa in gruppi o classi o comunità, e lo scopo di ciascuno di questi gruppi differisce dall’altro. A volte ci sono “lotte” tra questi gruppi, con la conseguenza che periodicamente l’uno o l’altro gruppo prevale a discapito degli altri.

Sempre Orwell, in “Teoria e prassi del collettivismo oligarchico”, saggio di invenzione che compare ancora in “1984”, descriveva così quelle lotte:

“Lo scopo principale degli Alti è quello di restare al loro posto, quello dei Medi di mettersi al posto degli Alti.

Obiettivo dei Bassi, sempre che ne abbiano uno (è infatti una caratteristica costante dei Bassi essere troppo disfatti dalla fatica per prendere coscienza, se non occasionalmente, di ciò che esula dalle loro esistenze quotidiane) è invece l’abolizione di tutte le distinzioni e la creazione di una società in cui tutti gli uomini siano uguali fra loro. In tal modo nel corso della storia si propone costantemente una lotta sempre uguale a se stessa nelle sue linee essenziali.

Per lunghi periodi si ha l’impressione che gli Alti siano saldamente ancorati al loro posto, ma prima o poi giunge il momento in cui o smarriscono la fiducia in sé stessi, o perdono la capacità di governare, o si verificano entrambe le cose.

Sono allora rovesciati dai Medi che attirano i Bassi dalla loro parte, fingendo di lottare per la giustizia e la libertà. Conseguito il loro obiettivo, i Medi ricacciano i Bassi alla loro condizione di servaggio, diventando a loro volta Alti.

Ben presto, da uno dei due gruppi rimanenti, o da entrambi, ne germina uno nuovo di Medi e la lotta ricomincia da capo. Dei tre gruppi, soltanto quello dei Bassi non riesce mai a realizzare i propri fini, nemmeno temporaneamente.”

Molti anni prima, Polibio (Πολύβιος, Polýbios) di Megalopoli, storico del secondo secolo avanti Cristo, aveva immaginato una cosa simile.

Secondo lui, riprendendo pensatori precedenti come Erodoto, Platone e Aristotele, esistono tre forme di governo “sane” e altrettante “malate”.

Le categorie descritte da Aristotele potevano degenerare ciascuna dentro sé stessa: la democrazia può diventare oclocrazia (spiegherò i significati delle singole parole più avanti), la monarchia può diventare tirannia, l’aristocrazia può diventare oligarchia; ma restano sempre dentro la propria categoria politica, come se in ciascuna di esse vi fosse un intervallo composto da due estremi, uno positivo e l’altro negativo.

Per Polibio, invece, ogni genere di governo, per necessità di natura, è destinato ad andare in rovina, e ciò sia a causa di forze esterne (e, come tali, imprevedibili) che di debolezza congenita (cause interne, le uniche che possono divenire oggetto di una teoria sistematica), secondo uno schema ritmico che prevede la sequenza di varie fasi: «formazione» (sústasis), «crescita» (aúxesis), «massimo sviluppo» (akmé), «decadenza o corruzione» (fthorá), «caduta o fine» (télos).

Ma vediamo il pensiero di Polibio in modo un po’ più schematico.

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[monarchia (μοναρχία, μονο “uno” e αρχία cioè “governo”)]

REGNO

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TIRANNIDE (τυραννίς, turannìs, “potere assoluto”)

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ARISTOCRAZIA (άριστος, àristos, “migliore” e κράτος, krátos, “potere”)

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OLIGARCHIA (ὀλίγοι, oligoi, “pochi” e αρχία cioè “governo”)

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DEMOCRAZIA (δῆμος, démos, “popolo” e κράτος, krátos, “potere”)

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OCLOCRAZIA (ὄχλος “folla, massa” e κράτος, krátos, “potere”)

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Nello schema, la primitiva fase monarchica (cioè il regime fondato sull’autorità del più forte) è rappresentata tra parentesi, dato che essa cede immediatamente il posto alla regalità al primo apparire delle nozioni di giusto e di ingiusto,

“quando in luogo dell’impulso e della forza bruta e la ragione che domina”.

Il governo regio, che rappresenta quindi la prima fase dell’intero ciclo, diviene poi ereditario poiché

“è opinione diffusa che il discendente di un uomo giusto debba comportarsi in maniera analoga al progenitore”.

Dopo qualche generazione, però, secondo Polibio, i discendenti del primo re, abituati a vivere nel lusso e a godere di privilegi che non hanno fatto nulla per guadagnare, cominciano a violare anche i più elementari diritti dei loro sudditi: è il passaggio dal regno alla tirannide, apportatrice di invidia e ostilità.

Quando questo stato di cose diviene insopportabile, le persone più coraggiose e nobili tra la popolazione cospireranno contro il tiranno e, trovato il necessario sostegno tra le masse, lo abbatteranno assumendone il potere: è la nascita del regime aristocratico.

Ma anche questa forma di politeia (πολιτεία, termine greco che generalmente viene tradotto con “costituzione”, ma che ha in realtà un significato ben più ampio e complesso) passando il potere dai padri ai figli, è destinata a scadere nella sua forma corrotta, l’oligarchia,

“che suscita nella moltitudine lo stesso risentimento che avevano suscitato i tiranni: il potere degli oligarchi deve quindi essere abbattuto allo stesso modo”.

Si verifica quindi una nuova “rivoluzione”, questa volta guidata direttamente dal popolo:

“non rimanendogli fiducia se non in sé stesso, il popolo allora trasforma il governo da oligarchico in democratico e assume su di sé la cura dei pubblici interessi”.

Ma, col passare delle generazioni, anche la democrazia degenera, trasformandosi in violenta oclocrazia (ὄχλος, óchlos, “moltitudine, massa” e κράτος, krátos, “potere”). La folla è allora facile preda di avventurieri e demagoghi e, allettata in ogni modo da uomini senza scrupoli, finisce nella più completa anarchia. Si ritorna, così, al punto di partenza: quello stato selvaggio e belluino da cui si potrà uscire solo raggruppandosi nuovamente sulle orme dei più forti e ristabilendo quello che è stato in principio definito “il regime monarchico”.

Questa, dice Polibio,

è la descrizione precisa di come si svolge la rotazione (avakýklosis, anaciclosi) delle forme di governo, quel processo naturale per il quale esse si trasformano, decadono, ritornano al tipo originario”.

Il fenomeno dell’anaciclosi riguardò la maggior parte delle poleis (πόλις, “città”; plurale πόλεις, póleis) e colonie elleniche ma non toccò una in particolare, Sparta, e questo per il particolare ordinamento e per il forte senso morale fondato ed indistinguibile dalla tradizione civica. Sparta non fu mai soggetta a stravolgimenti della costituzione perché seppe contemperare diversi elementi politici e sociali tutti essenziali.

E fondò Taranto. Ma quella, come tutti sapete, è un’altra storia.

 

 

 

Fonti:
https://www.marxists.org/italiano/sezione/letteratura/anaciclosi.htm
“La teoria dell’anaciclosi di Polibio tra idealismo platonico e realismo aristotelico” di Antimo Cesaro
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