Lingue d’Italia – Raccolta completa

In questo articolo riunisco tutti gli articoli scritti sui dialetti italiani, con due opzioni:

cliccando sul titolo si sarà indirizzati direttamente all’articolo originale, cliccando sul numero, si rimarrà su questa pagina (dove comunque sono riportati, di seguito, tutti gli articoli). Decidete voi!

Menu (numero= pagina in basso – titolo=nuova pagina)

1 Lingue d’Italia – introduzione

2 Lingue d’Italia – il tarantino – parte prima

3 Lingue d’Italia – il tarantino – parte seconda

4 Lingue d’Italia – il tarantino – parte terza

5 Lingue d’Italia – il napoletano – parte prima

6 Lingue d’Italia – il napoletano – parte seconda

7 Lingue d’Italia – il napoletano – parte terza

8 Lingue d’Italia – il romanesco – parte prima

9 Lingue d’Italia – il romanesco – parte seconda

10 Lingue d’Italia – il romanesco – parte terza

11 Lingue d’Italia – l’emiliano-romagnolo – parte prima

12 Lingue d’Italia – l’emiliano-romagnolo – parte seconda

13 Lingue d’Italia – il lombardo – parte prima

14 Lingue d’Italia – il lombardo – parte seconda

Lingue d’Italia – introduzione

Quanti sono i dialetti (dal greco διάλεκτος, dialektos, letteralmente “per mezzo della parola”, quindi il “parlare”) nel mondo?

A rigor di logica, la risposta dovrebbe essere la seguente: ci sono tante lingue e dialetti quante sono le persone al mondo. La mia non è una boutade provocatoria, ma un’asserzione corretta, da un certo punto di vista.

Infatti, mentre da una parte esiste una  lingua ufficiale per ogni luogo, ogni persona interpreta questa lingua in base al proprio background rendendola unica. Il cosiddetto “lessico famigliare”, descritto da Natalia Levi in un racconto del 1963.

 Il romanzo della Levi (in Ginzburg) descriveva dall’interno la vita quotidiana della propria famiglia, dominata dalla figura del padre Giuseppe. Il libro era la cronaca ironico – affettuosa della famiglia dal 1925 ai primi anni ’50, attraverso abitudini, comportamenti e soprattutto la comunicazione linguistica, da cui derivò il titolo.

Ora, mentre in molte parti del mondo i dialetti (il cosiddetto “slang” dei paesi anglosassoni) sono un modo di esprimere la propria classe sociale, in Italia il discorso è diverso.

Quando l’Impero Romano d’Occidente cadde e in Italia arrivarono i cosiddetti “barbari“, la conseguenza principale di quegli eventi fu che ogni regione, ogni vallata, ogni paese e in alcuni casi ogni quartiere,  cominciò a vivere una vita per suo conto, perdendo per lungo tempo i contatti con le regioni vicine.

In quella situazione anche il latino, che molti secoli prima si era affermato in tutta l’Italia e aveva unificato la penisola e le isole, si frantumò in tante parlate diverse. Nacquero così i tanti dialetti italiani.

I dialetti italiani a quel tempo si chiamavano volgari, termine che non voleva dire “rozzi”, ma semplicemente indicava la lingua parlata dal popolo (dal latino vulgus, appunto popolo, gente comune); una lingua che, col passare dei secoli, si differenziò notevolmente dal latino classico.

I dialetti italiani, cioè le varie parlate locali, sono ancora oggi una precisa realtà linguistica: sono vere e proprie lingue con una loro struttura grammaticale, un loro lessico, una loro storia e una loro letteratura, in prosa e in versi, e costituiscono un eccezionale patrimonio linguistico e culturale di tutti gli Italiani.

Prima di passare all’analisi dei dialetti, una nota personale: diceva Pasolini nel 1964 che “fra le tragedie che abbiamo vissuto in questi ultimi anni, c’è stata anche la tragedia della perdita del dialetto, come uno dei momenti più dolorosi della perdita della realtà”. Del declino dell’uso del dialetto se ne parla da anni, ma sono i numeri a metterci davanti alla realtà: dal 1995 al 2012 sono stati quattro i rilevamenti compiuti dall’Istat e si è passati da un 23,7% della popolazione che parlava abitualmente il dialetto ad un misero 9%.

Se la diminuzione della popolazione che parla il dialetto fosse coincisa con un aumento della cultura media, non sarebbe un problema. In realtà ormai da anni assistiamo alla scomparsa del dialetto, e con esso delle tradizioni popolari, cosa di cui l’Italia è ricchissima, ed un aumento degli analfabeti funzionali.

“Uno dei momenti più dolorosi della perdita della realtà”, diceva Pasolini, riferendosi al fatto che il contadino (o il fruttivendolo, ma anche il notaio e il poliziotto) che parla il proprio dialetto è padrone di tutta la sua realtà. Uniformandosi ad un italiano “televisivo”, non aumenta la propria cultura, anzi, ne perde le radici.

La nostra lingua è molto amata nel mondo: è una lingua di cultura, di gastronomia, di arte. Il problema è che è sempre meno lingua ufficiale. Ci penalizza particolarmente il fatto che nelle istituzioni europee si parli inglese, francese e tedesco. L’italiano si è affermato sui dialetti, ma ha pagato un prezzo alto alla retorica, alla burocrazia, e quindi si è distaccato dalla realtà. Ecco cosa intendeva Pasolini.

Detto questo, vediamo un po’ come siamo messi in Italia.

Una precisazione: la classificazione che farò è personale, quindi “incontestabile”. Questo perché parlerò soprattutto dei luoghi che, in Italia, conosco personalmente e, grazie ad un orecchio particolarmente felice, so riconoscere le parlate e le inflessioni meglio della media. Sì, sono anche umile e modesto, visto che ve lo stavate chiedendo.

I dialetti parlati in Italia sono comunque ancora numerosissimi. Sono solitamente classificati in cinque gruppi:

  1. dialetti settentrionali, parlati in tutto il territorio a nord della linea ideale che va all’incirca da La Spezia a Rimini e che coincide con la dorsale dell’Appennino. Il gruppo dei dialetti settentrionali viene a sua volta suddiviso in due sottogruppi:
    • dialetti gallo-italici, così chiamati perché quei territori erano anticamente abitati dai Celti e quindi conservavano tracce del sostrato linguistico celtico. Comprendono il piemontese, il lombardo, il trentino, il ligure e l’emiliano – romagnolo;
    • dialetti veneti, che comprendono il veneziano, il veronese, il vicentino-padovano, il trevigiano, il feltrino-bellunese, il triestino e il veneto-giuliano;
  2. dialetti toscani, che comprendono il fiorentino, l’aretino-chianaiolo, il senese e il pisano-lucchese-pistoiese;
  3. dialetti meridionali centrali, che comprendono i dialetti laziale-umbro-marchigiano settentrionali;
  4. dialetti meridionali intermedi, che comprendono i dialetti laziale-umbro-marchigiano meridionali, l’abruzzese-molisano, il campano, il pugliese, il lucano, il calabrese settentrionale;
  5. dialetti meridionali estremi, che comprendono il calabrese meridionale, il salentino e il siciliano.

Due altri gruppi di dialetti hanno caratteristiche proprie che ne fanno vere e proprie lingue autonome. Sono:

  1. dialetti sardi, che comprendono:
    • dialetti sardi settentrionali, cioè il gallurese e il sassarese;
    • dialetti sardi meridionali, cioè il logudorese e il campidanese;
  2. dialetti ladini (da latinus, “latino”) o retoromanzi (perché il sostrato prelatino era costituito da una lingua retica), che comprendono:
    • il friulano, parlato nel Friuli-Venezia-Giulia;
    • il dolomitico o ladino propriamente detto, parlato nelle valli delle Dolomiti in Alto Adige;
    • il romancio, parlato però fuori d’Italia, nel cantone dei Grigioni (Svizzera).

In Italia esistono inoltre comunità di persone che hanno come lingua madre una lingua diversa dall’italiano e dai vari dialetti italiani. Non mi riferisco alle varie comunità di immigrazione dai paesi europei o extraeuropei, ma alle comunità storiche alloglotte, cioè parlanti “altre lingue” (dal greco állos, “altro”, e glótta, “lingua”), che costituiscono le cosiddette minoranze linguistiche.

Le lingue parlate da queste minoranze sono:

  • il francese, in Valle d’Aosta;
  • il franco-provenzale, parlato (accanto all’italiano e al francese) in Valle d’Aosta e in due comuni della Puglia (Faeto e Celle);
  • il provenzale, parlato in alcune zone del Piemonte (particolarmente in Val Pelice) e in un comune della Calabria (Guardia Piemontese);
  • il tedesco, parlato in Alto Adige (o Sud Tirolo) e altre zone delle Alpi e Prealpi;
  • lo sloveno, in alcune zone del Friuli (Trieste, Gorizia e in varie parti della provincia di Udine, Valli del Natisone, Val Canale, Alta Val Torre, Resia);
  • il serbo-croato, parlato in alcuni comuni dell’Abruzzo e del Molise;
  • il greco, parlato in alcune zone del Salento e della Calabria;
  • l’albanese, parlato in alcuni comuni del Molise, della Campania, del Gargano, della Lucania, della Calabria e della Sicilia;
  • il catalano (una lingua neolatina della Spagna), parlato nel comune di Alghero, in Sardegna.

Le ragioni storiche della sopravvivenza di queste “isole” linguistiche sono legate al fatto che le comunità alloglotte vivono in zone di confine che sono appartenute in passato a Stati diversi, infatti se si nota una caratteristica comune a quelle zone, è che sono tutte abbastanza vicine ai confini italiani.

Ora i miei amici napoletani staranno insorgendo. Ma come, il napoletano (e il siciliano) sono stati dichiarati patrimonio dell’umanità dall’ UNESCO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, in inglese United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization, da cui l’acronimo) e tu li chiami dialetti?

Anche se c’è un fondo di verità, le informazioni riguardo la “linguicità” di napoletano e siciliano sono state riportate in modo impreciso. Danno infatti l’idea errata che per napoletano e per siciliano si debbano intendere soltanto i dialetti della città di Napoli e quelli della Sicilia.

In realtà, l’UNESCO, e gli enti che ad esso fanno riferimento, adoperano napoletano e siciliano come sinonimi di quelli che nella tradizione della dialettologia italiana sono definiti rispettivamente dialetti meridionali/alto-meridionali e dialetti meridionali estremi, da me descritti prima.

Anzi, a dirla tutta, secondo le classificazioni ufficiali, il dialetto napoletano (cioè quello parlato a Napoli) fa parte del “volgare pugliese”, altro nome con cui sono storicamente conosciuti il napoletano e i dialetti àusoni (“Sed quamvis terrigene Apuli loquantur obscene communiter, frelingentes eorum quidam polite locuti sunt, vocabula curialiora in suis cantionibus compilantes, ut manifeste apparet eorucm dicta perspicientibus, ut puta Madonna, die vi voglio, et Per fino amore vo sì letamente.”. Dante, De vulgari eloquentia, I, XII 8-9.), che sostituì il latino nei documenti ufficiali e nelle assemblee di corte a Napoli, dall’unificazione delle Due Sicilie, per decreto di Alfonso I, nel 1442. Nel XVI secolo re Ferdinando il Cattolico aggiunse alla suddetta variante italoromanza-meridionale autoctona già presente, anche lo spagnolo, ma solamente come nuova lingua di corte, mentre il napolitano (o volgare pugliese) veniva parlato dalla popolazione, usato nelle udienze regie, nelle scuole, negli uffici della diplomazia e dei funzionari pubblici.

E non lo dico perché sono pugliese.

Altra difficoltà dello scrivere dei dialetti è che essi, com’è noto, vivono innanzitutto nell’oralità. Per questo motivo, “scrivere il (o in) dialetto” rappresenta tuttora un problema non da poco, anche perché esistono in molte zone usi popolari assai più oscillanti e contraddittori, fino ad arrivare a soluzioni che sono quasi individuali.

Nelle prossime “puntate” proverò ad analizzare i dialetti che conosco meglio, come il tarantino e il napoletano, per passare poi al romanesco e al modenese, fino ad arrivare all’altoatesino, al romagnolo e al milanese. Trattati questi, proverò ad accennare anche ad altri dialetti, come il veneto, il toscano, l’umbro, il siciliano e il calabrese.

E come lo farò? Ma con i modi di dire!

Già la locuzione “modo di dire” è a sua volta una breve locuzione di senso figurato, ossia un “modo di dire”; letteralmente significa “maniera per esprimere”, sottintendendo “un concetto utilizzando un’espressione di senso figurato”.

E, vi assicuro, ci divertiremo!

Torna al menu

Lingue d’Italia – il tarantino – parte prima

Come dicevo in “Lingue d’Italia – Introduzione”, scrivere il dialetto è un compito arduo, poiché in genere esso viene tramandato oralmente: l’aspetto fonetico richiede fonemi non presenti fra le vocali dell’italiano, quindi, prima di iniziare, stabiliamo alcune regole.

Intanto, le mute. Girando per il web, in alcune pagine dedicate ai dialetti si leggono una sequenza di consonanti che, se non si sa come si pronunciano, creano grossi imbarazzi.

Esempio: in tarantino, quando si incontra una persona, si può iniziare la frase chiedendo se vada tutto bene, con l’espressione: “tutto a posto?”, che si pronuncia: “tt appò?”. Scritta così, però, non ha quasi senso, soprattutto “tt”. Come va trascritta, quindi?

Alla fine di questo articolo capiremo il dialetto tarantino, sia dal punto di vista grafico che della pronuncia.

Parlavo di regole. Vediamone un po’.

  • La e senza accento, come nel francese petit, è usata per indicare la cosiddetta e muta (attàneme, “mio padre”);
  • L’accento grave indica i suoni aperti di è, come nell’italiano festa (strammuèttele “strambotto”) e di ò, come in notte (sòrete “tua sorella”);
  • L’accento acuto indica i suoni chiusi di é, come in sera (arréte “di nuovo”), e di ó, come in sole (póche “poco”);
  • Le vocali i e u, il cui accento ha solo valore tonico, recano ormai l’accento grave (così, più) in luogo dell’antico accento acuto (cosí, piú). In molti dialetti dell’area meridionale le vocali E e O brevi latine danno origine a dittonghi discendenti del tipo ìe (acìedde, “uccello”) e ùe (mùerte “morto”). In alcuni casi si può rispolverare l’accento acuto e scrivere í (cambanídde “campanello”) e ú (múenece “monaci”);
  • Con j si indica la i di noia (jatte, “gatta”). Questa, così come la u di uovo (w), in fine di parola spesso è seguita da una vocale del tutto muta, e allora fa tutt’uno con la vocale che precede;
  • La s iniziale o intervocalica ha suono sordo, come nell’italiano sale e mese. Davanti a consonante sonora (sdanghe, “stanga”) suona come nell’italiano sberla;
  • Il digramma sc ha spesso, diversamente dall’italiano striscia, un suono semplice, non rafforzato (casce, “cassa”). Il digramma seguito da consonante è reso con sc, non solo in sck (friscke, “fresco”);
  • Il suono di zeta sordo, come nell’italiano marzo, è reso con z (scòrze, “scorza”). Lo stesso suono rafforzato, con zz [tts], come nell’italiano piazza (nazzecà, “cullare”);
  • Il nesso consonantico nz si legge invece come nell’italiano pranzo (pacijenze, “pazienza”); altrimenti è reso con ts;
  • Le vocali toniche a, i, o (suono chiuso) e u di parola piana si possono non accentare (cavadde, “cavallo”, stritte, “stretto”). In tal caso le parole non accentate s’intendono piane;
  • Ci sarà poi la necessità di ricorrere a vocali con segni diacritici particolari, come ä, å, ö, ë, ü e così via.

Ma come mai è così complesso scrivere un dialetto come il tarantino? Tutto nasce con la storia della città.

La storia di Taranto ha inizio nell’VIII secolo a.C. con la fondazione di Taras, unica colonia degli Spartani, sebbene ritrovamenti archeologici confermino la presenza di insediamenti appartenenti all’età del bronzo e del ferro 3500 anni prima di Cristo.

L’egemonia della città era legata alla grande sua potenza navale, al controllo del golfo omonimo, definito “di Taranto” grazie agli accordi di non belligeranza con l’impero romano, e alla cultura della Magna Grecia.

Le fonti tramandate dallo storico Eusebio di Cesarea, parlano del trasferimento, attorno al 706 a.C., dello spartano Falanto, figlio del nobile Arato e discendente di Eracle di VIII generazione, e di altri compatrioti detti Parteni, per necessità di espansione o per questioni commerciali.

Questi, approdando sul promontorio di Saturo e fissando i primi insediamenti portarono una nuova linfa di civiltà e di tradizioni. La struttura sociale della colonia sviluppò nel tempo una vera e propria cultura aristocratica, la cui ricchezza proveniva, probabilmente, dallo sfruttamento delle risorse del fertile territorio circostante.

A differenza delle altre città della Puglia (come Bari e Brindisi), Taras (Taranto) non fu annessa all’impero romano se non centinaia di anni dopo la fondazione, anzi numerose guerre riportano eventi durante i quali l’esercito romano si ritirò sconfitto, come nella Battaglia di Heraclea ad opera di Pirro.

Un’altra leggenda, complementare, racconta della nascita della città risalendo a circa 2000 anni prima di Cristo, ad opera di Taras, uno dei figli di Poseidone. Taras sarebbe giunto in questa regione con una flotta, approdando presso un corso d’acqua che poi da lui stesso avrebbe preso il nome: il fiume Tara.

Sempre secondo questa leggenda, Taras avrebbe edificato una città che egli dedicò a sua madre Satyria o a sua moglie Satureia e che chiamò quindi Saturo.

Ad ogni modo, l’impronta greca è tuttora percettibile nel lessico, come testimoniano le seguenti parole di uso comune:

  • vastáse, dal greco “bastázo” (sollevare o portare sulle spalle), indica lo scaricatore portuale, ma in accezione più generale si usa riferito a persona di modi non urbani;
  • càndere, da kántharos, cioè coppa a due manici;
  • celóne, da chelóne (testuggine), per indicare la tartaruga;
  • spuénze/spuénzele, da sfóndulos è una sorta di conchiglia;
  • caúre, da kaboúrion, è il granchio;
  • tumbàgne, da tumpánion, significa coperchio;
  • vucále, da baúkalis indica il boccale.

Tra i monumenti linguistici di matrice greca e conservatisi nel tempo, la caduta dell’infinito dopo verbi indicanti una volontà o un ordine: vògghje cu dòrme, “voglio dormire”; la congiunzione cu, “che”, regge un verbo indicativo.

Altro retaggio ellenico è il costrutto fraseologico utilizzato per esprimere l’età mediante il verbo essere: de quànde ánne sì? “quanti anni hai?”, tuttavia da tempo soppiantato dal più consueto quànde ánne tìene?, purtroppo.

Infine, va menzionato un particolare impiego dei tempi nelle frasi ipotetiche: scè putéve, parláve, “se potesse, parlarebbe”, dove, in luogo del congiuntivo e del condizionale compare l’imperfetto indicativo, sebbene la frase non sia riferita al passato, ma ad una possibilità rivolta al presente.

Va detto, a margine di questo discorso, che Taranto e Cuma (colonia nei pressi di Napoli) rappresentano in età magnogreca i due maggiori centri d’irradiazione della cultura ellenica su tutta la penisola. Non è da escludere che, proprio a partire dalla mia città, l’alfabeto greco si sia diffuso sino ad influenzare l’Etruria prima e Roma poi. Pertanto, non è eresia sostenere che l’alfabeto più utilizzato al mondo (dalle Americhe all’Oceania, passando per l’Europa e l’Africa), quello latino, di chiara derivazione greca, possa aver preso piede proprio da Taranto.

Vantatomi a sufficienza della mia origine tarantina, passo a riportare un po’ di modi di dire, con traduzione e spiegazione, chiaramente!

  • A bbravurə də mestə Uccə, ca desə ‘nu šcaffə ô ciuccə.

La bravura di maestro Uccio, che diede uno schiaffo all’asino.

Detto di chi si boria di un’azione fintamente coraggiosa.

  • A’ cchiangərə ‘stu muertə so’ lacrəmə pərdutə.

A piangere questo morto sono lacrime sprecate.

Detto quando è inutile irritarsi per un fatto non riuscito.

  • A faccə ‘nderrə.

La faccia a terra.

Vergognarsi profondamente di un’azione compiuta.

  • A Madonnə sə l’ha vistə.

La Madonna ci ha pensato.

Modo di dire quando qualcosa che speravamo accade, rivolgendo il ringraziamento alla Madonna.

  • A maməsə chiangevə ca…

E sua mamma piangeva perché…

Modo di dire variamente completato. Esso si basa sulla ridicolizzazione di un tratto personale o fisico di qualcuno esprimendolo al negativo; ad esempio ‘a maməsə chiangevə ca no parlavə majə (la madre piangeva perché lui/lei [da piccolo/a] non parlava mai) per dire che una persona (ora) parla troppo.

  • A mundonə.

A montone

In maniera disordinata, abborracciata.

  • A’ uerrə.

Alla guerra.

Bello, divertente, interessante.

  • Addò arrivə chiandə ‘u zippərə.

Dove arrivi pianta lo stecco.

Per dire di fare quel che si può finché si può.

  • Addò tenə lə uecchiə tenə lə manə.

Dove ha gli occhi ha le mani.

Detto di chi tocca tutto ciò che vede.

  • Astipə ‘a zambognə pə quannə abbəsognə.

Conserva la zampogna per quando abbisognerà.

Tenere la risposta pronta per il momento più opportuno, ad essere pronti per la rivalsa. Conservare qualsiasi cosa con cura per quando servirà.

  • Cittə cittə mmiənzə ‘a chiazzə.

Zitto zitto in mezzo alla piazza.

Far finta di mantenere un segreto, ma divulgarlo come in una piazza affollata.

  • Crescərə a ppanə mastəcatə.

Crescere con pane masticato.

Crescere un bambino con molte attenzioni, senza fargli venire a mancare alcunché, a costo di mille sacrifici.

  • Da niəndə niəndə a tandə tandə.

Dal nulla al troppo.

Modo di dire di sorpresa quando si passa da una estrema carenza o indigenza ad una estrema abbondanza.

  • Darə adenziə.

Dare udienza.

Dare retta a qualcuno. Usato soprattutto nel modismo “no (lə) da’ ‘denziə” (non dargli retta).

  • Darə ‘ngapə.

Dare in testa.

Aver colpito nel segno, avere indovinato, correggere una situazione poco felice. Di uso comune “’ngapə l’è dətə”.

  • Essərə capasonə stagnatə.

Essere un grande recipiente d’argilla stagnato.

Essere gran bevitore, essendo i “capasunə” (capasoni) usati soprattutto per conservare il vino.

  • Essərə figghiə də mamma ggiustə.

Essere figlio della mamma giusta.

Detto di chi arriva in un preciso momento.

  • Essərə ‘nu crəstianə vattəsciatə.

Essere una persona battezzata.

Essere una persona libera, onesta. Riferito al fatto che anticamente gli schiavi, dopo il battesimo, erano adibiti ai servizi della casa come domestici liberi.

  • Essərə ‘nu sparəmə ‘mbiəttə.

Essere uno “sparami in petto”.

Essere un gradasso, una persona altezzosa, che cammina col petto all’infuori come se dovessero sparargli.

  • Faccia lavatə.

Faccia lavata.

Chi mostra bontà solo apparentemente.

  • Fa’ tu e fa’ chiovərə.

Fai tu e fai piovere.

Modo di dire usato in modo ironico, quando non si crede che una persona possa riuscire in una certa impresa, ma anche usato nel senso di “vedi tu, decidi tu”.

Proseguirò nella prossima puntata, dove oltre altri modi di dire, analizzerò anche alcuni vocaboli che non si usano più.

Il mantenimento delle tradizioni è importante, e il dialetto è il primo mezzo per farlo.

Noi, padri e figli di questa tecnologia imperante, abbiamo bisogno di recuperare le nostre origini, che sono un bene che oggi scarseggia più dell’acqua, se non vogliamo morire prima di morire.

Torna al menu

Lingue d’Italia – il tarantino – parte seconda

Due anni fa, a Cesano Maderno, comune italiano di 38mila abitanti della provincia di Monza e Brianza, ma storicamente in provincia di Milano, mentre aspettavo un amico per prendere un caffè, notai un gruppo di vecchietti che parlava in dialetto.

Mi avvicinai, cercando di cogliere il senso del discorso, ma non capii praticamente nulla (le lingue del nord-ovest sono molto differenti dalle altre che si parlano in Italia) e mi resi conto che oramai i dialetti sono patrimonio solo di certe generazioni.

Tornato a Taranto, chiesi a caso a qualche giovane se sapesse la parola che in dialetto tarantino indica i “soldi”. Ebbene, a conferma di quanto notato in Lombardia, sotto una certa età, nessuno più conosce la parola “tornesi” (in dialetto “turnəsi”), ma tutti dicono “sordə”. Il tornese, o denaro tornese, era un denaro d’argento emesso per la prima volta agli inizi dell’XI secolo dall’Abbazia di San Martino a Tours in Francia e poi ripreso in varie parti d’Italia, specialmente a Napoli dai Borboni ed evidentemente usata a Taranto.

Nello scorso capitolo di questa traversata tra i dialetti, “Il dialetto tarantino – parte prima”, ho affermato che alcuni segni vanno scritti e vanno anche pronunciati, non spiegando però come, ovviamente per evitare di appesantire quanto scritto.

Vediamo oggi quali sono i principali, considerando quelli già usati nel citato capitolo.

Quello che ritengo più importante, esattamente come lo 0 (zero) nel sistema decimale, è lo Schwa. Il termine tedesco Schwa designa in linguistica e fonologia una vocale centrale media, oltre che il simbolo dell’alfabeto fonetico internazionale /ə/ con cui questo suono viene indicato.

Avete presente la vocale che non va pronunciata? Ecco, quella si rappresenta con lo schwa. Esempi? Eccone alcuni in inglese (americano): “apart (əˈpɑːrt), taken (ˈteɪkən), pencil (ˈpensəl), circus (ˈsɜːrkəs)”. In italiano è più difficile incontrare un suono che non vada pronunciato; però c’è una parola universale che si usa a Napoli e in tutto il sud che forse rende meglio l’idea: “màmmeta”.

La “e”, con la “a” finale devono essere appena accennate, tant’è vero che spesso si trova scritta “mammt”. Per me rende meglio “mammətə”.

In tarantino, le consonanti sono le stesse dell’italiano, con sole cinque aggiunte: c se si trova in posizione postonica tende ad essere pronunciata come sc in sciocco, j pronunciata come la y della parola inglese yellow, il nesso sck dove sc è pronunciato come nella parola italiana scena, la k come la c di casa, il nesso ije pronunciato più o meno come ille nella parola francese bouteille, e la v in posizione intervocalica che non ha alcun suono (es: avuandáre, tuve, ecc…).

Le consonanti doppie sono molto frequenti in principio di parola, ed hanno un suono più forte rispetto alle loro corrispettive singole.

Una particolarità che salta subito all’occhio di chi per la prima volta si trova a leggere un testo in dialetto tarantino, è il fenomeno della geminazione, o più semplicemente raddoppiamento iniziale o sintattico. Esso è un fenomeno di fonosintassi, ossia, a causa della perdita della consonante finale di alcuni monosillabi (assimilazione fonosintattica), la consonante iniziale della parola che segue viene rafforzata.

I principali monosillabi che danno luogo alla geminazione sono:

  • a: a (preposizione);
  • e: e (congiunzione);
  • cu: con (sia come congiunzione, sia come preposizione);
  • addà: lì, là (avverbio);
  • aqquà: qui, qua (avverbio);
  • ogne: ogni (aggettivo indefinito);
  • cchiù: più (aggettivo e avverbio);
  • pe’: per (preposizione);
  • jè: è (verbo essere);
  • sì: sei (verbo essere);
  • so’: sono (verbo essere);
  • ‘mbrà: tra, fra (preposizione);
  • tré’: tre (numerale).

Il raddoppiamento iniziale è indispensabile nella lingua orale per capire il significato della frase:

  • hè fatte bbuéne [hai fatto bene];
  • è ffatte bbuéne [è fatto bene].

Come si vede dall’esempio, il rafforzamento della f si rivela fondamentale per il senso dell’affermazione. Ecco altri

esempi:

  • ‘a máne [la mano] – a mmáne [a mano];
  • de pètre [di pietra] – cu ppètre [con pietra];
  • ‘a cáse [la casa] – a ccáse [a casa].

Ma torniamo a qualche modo di dire tipico del tarantino.

  • Farə carnə də puerchə.

Fare carne di maiale.

Fare le cose come meglio si crede.

  • Farə fa’ lə cručə a’ smersə.

Far fare le croci alla rovescia.

Dire o far vedere cose strane, mai viste.

  • Fruscə də scopa novə.

Rumore di scopa nuova.

Atteggiamento di chi è appena arrivato ad un posto di comando; oppure atteggiamento buono di comincia un lavoro o un’azione, ma che non è destinato a durare nel tempo.

  • He acchiatə ‘u patrunə?

Hai trovato il padrone?

Detto a chi è tirchio.

  • Mala paratə.

Brutto addobbo del baldacchino della chiesa.

Cattiva situazione.

  • Mamətə è səgnurinə.

E tua mamma è signorina.

Detto come insulto, a significare “prostituta”, oppure in risposta a mirabili azioni compiute da qualcuno, a cui si risponde “e tua madre è signorina (giovane e vergine)”, cioè cosa impossibile.

  • Mettərsə ‘ngapə.

Mettersi in testa.

Assillare. In particolare nel modismo “ ‘ngapə t’he misə” (ti sei messo in testa).

  • N’am’acchiatə vənennə.

Ci siamo trovati venendo.

Per dire “siamo venuti per caso”.

  • N’he mangia’ panə tuestə angorə.

Ne devi mangiare di pane duro ancora.

Detto a chi deve fare ancora duri sacrifici per raggiungere la meta.

  • No essərə dočə də salə.

Non essere dolci di sale.

Avere un carattere alquanto forte.

  • No məšca’ šcuercələ e favə.

Non mischiare buccie (delle fave) e fave.

Non considerare cose diverse allo stesso livello.

  • Parlə quannə piscə ‘a jaddinə.

Parla quando piscia la gallina.

Ammonimento che si fa ai ragazzi molto chiacchieroni, che entrano in discorsi inopportuni.

  • Pəgghiarə də pondə.

Prendere di punta.

Colpire in pieno; anche prendere in antipatia.

  • Perdərə Fəlippə cu tutt’u panarə.

Perdere Filippo con tutto il paniere.

Perdere traccia della commissione e del latore a cui viene affidata.

  • Recchia chienə e manə vacandə.

Orecchio pieno e mani vuote.

Detto di chi ascolta molti pettegolezzi e lavora poco.

Nel prossimo, e ultimo capitolo dedicato al tarantino, vedremo qualche altro modo di dire e qualche altra origine delle parole più strane e diffuse, così quando mi incontrerete per caso in strada, potrete tranquillamente affermare: “C’ivə nočə mo’ tə cazzavə! (Se fossi stata una noce ti avrei appena schiacciato!)”.

Torna al menu

Lingue d’Italia – il tarantino – parte terza

Se c’è una cosa che accomuna i popoli, è lo stare a tavola. In Italia, poi, le tradizioni culinarie sono patrimonio familiare, più che regionale o provinciale.

Viaggiando per lavoro, ho avuto, da un lato, la fortuna di provare pietanze differenti in ogni posto in cui sono stato, dall’altro, la nostalgia dei cibi della mia terra; quelli che cucinava mia nonna la domenica, per capirci.

Alcuni prodotti sono tipici di un luogo e fino a qualche anno fa era molto difficile trovarli in altre parti d’Italia, come ad esempio il cacioricotta.

Come può suggerire in modo particolarmente chiaro il suo nome, è un formaggio ottenuto tramite una particolare lavorazione che si colloca a cavallo tra quella tipica della preparazione del cacio e della ricotta.

‘U casəricottə è solo uno dei prodotti che da ragazzo non trovavo durante il mio peregrinare lungo la penisola. Un altro era la birra Raffo.

Il 15 aprile del 1919 Vitantonio Raffo fondò la sua “Fabbrica di Birra e Ghiaccio”, dando di fatto inizio alla lunga storia della birra di Taranto; la Raffo è diventata il simbolo di Taranto e della sua gente, tant’è vero che, anche se non è più della famiglia fondatrice (è passata dalla Peroni ad altre aziende, sino al gruppo giapponese Asahi, che produce anche la Pilsner Urquell e la Dreher), l’inno della squadra di calcio di Taranto dice:

“Nu’ sime tarandìne, c’u côre ross’e blu
bevìme ‘a birra Raffo e nnijnde cchiù”

Ma torniamo a parlare del tarantino inteso come dialetto.

Il tarantino ha due generi, maschile e femminile. Avendo la terminazione in e muta, il genere delle parole è riconoscibile solamente tramite l’articolo, che in tarantino è “’u”,  “’a” per il determinativo, e  “’nu”,  “’na” per l’indeterminativo.

Se il sostantivo che segue l’articolo comincia con una vocale, questo si apostrofa, a meno che esso non abbia una consonante iniziale precedentemente caduta:

l’acchiále (gli occhiali);

l’òmme (l’uomo);

‘n’àrvule (un albero);

le uáje (i guai);

l’uéve (il bue);

‘a uagnèdde (la ragazza).

La formazione del plurale è assai complessa. Per molti sostantivi ed aggettivi esso non esiste, ossia rimangono invariati:

‘u livre (il libro) – le livre (i libri);

l’àrvule (l’albero) – l’àrvule (gli alberi).

Alcuni aggiungono il suffisso -ere:

‘a cáse (la casa) – le càsere (le case);

Altri cambiano la vocale tematica:

‘a fògghie (la foglia) – le fuègghie (le foglie);

‘u chiangóne (il macigno) – le chiangúne (i macigni);

‘u sciorge (il topo) – le sciurge (i topi)

Altri ancora tutti e due:

‘u pertúse (il buco) – le pertòsere (i buchi);

‘u paíse (il paese) – le pajèsere (i paesi);

l’anìdde (l’anello) – l’anèddere (gli anelli).

La formazione del femminile segue le stesse regole. Alcuni sostantivi e aggettivi rimangono invariati:

bèdde (bello) – bèdde (bella).

Altri cambiano il dittongo uè in o:

luènghe (lungo) – lònghe (lunga).

I pronomi dimostrativi sono:

quiste (questo);

quèste (questa);

chiste (questi, queste);

quidde (quello);

quèdde (quella);

chidde (quelli, quelle).

Più usate nel parlato sono le forme abbreviate: “’stu” per “quiste”, “’sta” per “quèste”, “’ste” per “chiste”.

Ma vediamo un’altra carrellata di modi di dire:

  • Retə a’ ll’anghələ mangh’u latə.

Dietro l’angolo manca il lato.

Gioco di lingua che assume un altro significato (dietro l’angolo mi ha inculato).

  • Scacchiarə da indr’ô mazzə.

Scegliere dal mazzo.

Scegliere, fra tanti, un amico buono a nulla o cattivo. Detto ironicamente.

  • Scerə acchiannə ‘a salutə da ‘u spətalə.

Cercare la salute nell’ospedale.

Chiedere qualcosa a qualcuno che non può farne a meno o che non ne ha. Usata nelle domande retoriche “Da ‘u spətalə ve’ ‘cchiannə ‘a salutə?” (nello spedale vai cercando la salute?)

  • Scətta’ ‘u sanghə.

Gettare il sangue.

Vomitare sangue; o più in generale affaticarsi molto.

  • Statəvə buenə e aquá və lassə ‘a zappə.

State bene e qui vi lascio la zappa.

Saluto scherzoso fra amici. Il saluto classicamente usato è stattə/statəvə buenə.

  • Tə canoschə, pirə, da quann’ivə calapričə.

Ti conosco, pero, da quando eri pero selvatico.

Detto a chi si conosce molto bene.

  • T’agghi’a ‘mbara’ e t’agghi’a perdərə.

Ti devo insegnare e (poi) ti devo perdere.

Detto agli allievi o ai figli, che riceveranno gli insegnamenti e non impareranno mai o non saranno mai riconoscenti, oltre al fatto che andranno via.

  • Təratəmə ca m’honnə canusciutə.

Tiratemi, ché mi hanno riconosciuto.

Usato metaforicamente per quanti non riescono a sbarcare il lunario. Riferito ad un avvenimento antico in cui un ladro, calatosi dal camino, trovò l’intera famiglia attorno allo stesso e disse questa frase ai complici sul tetto.

Vé tingə a’ llə gnurə.

Vai a tingere i negri.

Detto a chi ci dice qualcosa di improbabile o tenta di buggerarci. Rimanda ad un passato colonialistico che riteneva l’africano facile da aggirare. Il secondo modismo è inteso nel senso di “vai a fare qualcosa di inutile”, come tingere di nero la pelle già nera.

Ovviamente non pretendo di esaurire il tarantino in queste poche pagine, anzi, visto il successo dei post (il mio amico Franz dice che ne avrò per anni, se mi ci applico…), riprenderò l’argomento, magari analizzando alcuni tra questi modi di dire con l’etimologia delle parole.

La prossima puntata sarà sul napoletano, quindi, amici partenopei, preparatevi!

Torna al menu

Lingue d’Italia – il napoletano – parte prima

Quando ero piccolo una delle mie passioni era leggere (ancora oggi è così, benché i mezzi di comunicazione assorbano gran parte del mio tempo libero).

Famosa, in ambito familiare, una mia foto a poco più di cinque anni, mentre leggevo un tomo quasi più grande di me a casa di mio zio materno.

Mio padre possiede numerosi libri, di tutte le epoche, e il mio sguardo era sempre attratto da quelli più antichi, vuoi per la copertina ormai giallognola, vuoi per il modo di scrivere del passato.

Un giorno mi capitò per le mani un curioso volume: “L’eccellenza della lingua napoletana con la maggioranza alla toscana”, di un tale Partenio Tosco. Costui (sicuramente uno pseudonimo), dedicava il suo scritto “all’illustrissimo signor marchese d. Matteo de Sarno” e iniziava a spiegare del perché il napoletano renda meglio del toscano nel parlare comune, sia dal punto di vista lessicale che dal punto di vista armonico.

Inutile dire che è un volume gustosissimo, la cui lettura è ostica solo perché scritta con caratteri tipografici antichi (la “s”, per esempio, è scritta “ʃ”).

Chiaramente non mi sono innamorato del napoletano per quel volume, né perché ci ho vissuto (dal 1972 al 1987), ma per una serie di motivazioni.

Intanto, come fatto per il tarantino, cerchiamo di capire come si è sviluppato il napoletano.

Le sue origini sono molto antiche, e vanno dallo sviluppo della città di Pompei (fondata nel IX secolo a.C.) fino al tempo degli aragonesi: con la dominazione degli spagnoli, il dialetto napoletano era la lingua amministrativa, oltre che di Stato.

Con l’arrivo di Garibaldi e la fine del Regno delle due Sicilie, il napoletano fu sostituito ufficialmente dall’italiano, sebbene in Piemonte la lingua della burocrazia fosse il francese.

Col passare degli anni, il dialetto napoletano fu sempre più osteggiato, e per questa ragione venne relegato a lingua usata da malavitosi, briganti e gente poco raccomandabile, in base a quanto riportato dalla nuova nobiltà che stava facendosi strada nel regno.

Nonostante questo il napoletano riuscì a resistere, così come aveva resistito nei secoli precedenti, e si è evoluto fino ad acquistare un proprio carattere, una propria forma le cui origini documentate risalgono al 1200 con un testo per canzone dal titolo “Canto della lavannare del Vomero” di anonimo.

Il popolo, poi, ha caratterizzato il linguaggio segnandolo con la propria gioia di vivere. Ciò lo si riscontra in alcuni vocaboli quali per esempio “percoca” (che è la pesca dal latino “praecoquus” ossia frutto precoce). Pronunciarlo provoca un piacevole rigurgito che massaggia il palato lasciando in bocca il piacevole sapore di questo gustoso frutto pur non avendolo mangiato affatto.

Come avrete capito un po’ tutti sono innamorato della città di Napoli, che, nonostante sia sommersa dai problemi che affliggono tutte le grandi metropoli, resta sempre la città in cui ho vissuto un bel periodo della mia vita.

Non solo, la lingua di un popolo è strettamente legata alla sua storia, e quella del Regno di Napoli è stata iscritta a pieno regime nel panorama non solo italiano, ma anche internazionale. Nel tempo la lingua napoletana si è sviluppata e arricchita da quelle che i puristi definiscono influenze volgari, ma nonostante ciò, ha mantenuto fede alle sue radici.

Ma, proprio come fatto nei precedenti capitoli sul tarantino, vediamo un po’ di grammatica e un po’ di modi di dire.

Spesso le vocali non toniche (su cui cioè non cade l’accento) e quelle poste in fine di parola, non vengono articolate in modo distinto tra loro, e sono tutte pronunciate con un suono centrale indistinto che i linguisti chiamano schwa e che abbiamo già visto in precedenza.

Nonostante la pronuncia (e in mancanza di convenzioni ortografiche accettate da tutti) spesso queste vocali, nei solchi della tradizione letteraria in lingua, sono trascritte sulla base del modello della lingua italiana, e ciò, pur migliorando la leggibilità del testo e rendendo graficamente un suono debole ma esistente, favorisce l’insorgere di errori da parte di coloro che non conoscono la lingua e sono portati a leggere come in italiano.

Nell’uso scritto spontaneo dei giovani (SMS, graffiti, ecc.) prevale invece l’omissione completa di tale fono, con il risultato di grafie quasi-fonetiche a volte poco riconoscibili ma marcatamente distanti dalla forma italiana (ad esempio “tliefn” per “təliefənə”, ovvero “telefona”).

Altri errori comuni, dovuti a somiglianze solo apparenti con l’italiano, riguardano l’uso errato del rafforzamento sintattico, che segue, rispetto all’italiano, regole proprie e molto diverse, e la pronuncia di vocali chiuse invece che aperte, o viceversa, l’arbitraria interpretazione di alcuni suoni.

Alcune ulteriori differenze di pronuncia con l’italiano sono:

In principio di parola, e soprattutto nei gruppi gua /gwa/ e gue /gwe/, spesso la occlusiva velare sonora /g/ seguita da vocale diventa approssimante /ɤ/.

La fricativa alveolare non sonora /s/ in posizione iniziale seguita da consonante viene spesso pronunciata come fricativa postalveolare non sonora /ʃ/ (come in scena [ˈʃɛːna] dell’italiano) ma non quando è seguita da una occlusiva dentale /t/ o /d/.

Le parole che terminano per consonante (in genere prestiti stranieri) portano l’accento sull’ultima sillaba.

La /i/ diacritica presente nei gruppi -cia /-ʧa/ e -gia /-ʤa/ dell’italiano, viene talvolta pronunciata: per es. na cruciéra [nɑkru’ʧjerə].

È frequente il rotacismo della /d/, cioè il suo passaggio a /r/ (realizzata più esattamente come [ɾ]), come in Maronna.

La consonante occlusiva bilabiale sonora /b/ a inizio di parola è pronunciata come la consonante fricativa labiodentale sonora /v/: per es. “báscio” [vɑʃə].

Ma vediamo un po’ di modi di dire:

  • Cuncià ‘ncordovana.

Conciare alla maniera cordovana.
Maltrattare qualcuno con maleparole o atti fisici. Si riferisce alla cordovana, pelle di capra conciata a Cordova, un tempo molto costosa.

  • Èssere ‘o soccùrzo ‘e Pisa.

Essere il soccorso di Pisa.
Essere una persona a cui è stato chiesto aiuto, ma che si presenta come disponibile solo dopo molto tempo dal fatto. Riprende un avvenimento della Repubblica di Pisa.

  • Nc’è ròbba a piètto ‘e cavàllo.

C’è roba (fino) al petto del cavallo.
Detto di qualcosa molto ricco e sovrabbondante, come il torrente in piena che arriva sino al petto del cavallo che lo guada.

  • Stà niètto comm’a vacìle ‘e varvièro.

Essere pulito come il bacile del barbiere.
Dare l’impressione di essere ricchi, ma in realtà non avere il becco di un quattrino. Si riferisce ad una bacinella che usavano i barbieri.

  • Èssere cuòrpo ‘e veretàte.

Essere corpo di verità.
Essere bugiardi, quindi esternare bugie e tenere in corpo le verità.

  • Èssere gràsso ‘e sùvaro.

Essere grasso di sughero.
Detto di notizie propagandate come accattivanti e nuove, ma che si rivelano nulla di entusiasmante.

  • Èssere tenàglia franzèse.

Essere tenaglia francese.
Essere molto avari, prendere e non dare.

  • Me faje l’ammico e me mpriene la Vajassa.

Ti comporti come un amico e mi metti incinta la serva.
Da te non me lo sarei mai aspettato.

  • A carne asotte e ‘e maccarune ‘a ‘coppa.

La carne sotto e i maccheroni sopra.
Le capacità, i meriti non sono né riconosciuti né valorizzati mentre i mediocri e gli incapaci avanzano. Più in generale si dice di cose che vanno o vengono fatte alla rovescia.

  • A faccia mia sott’ e piede vuoste.

La mia faccia sotto i Vostri piedi.
Esagerando con un pizzico di benevola ed amichevole ironia: Non pensate neppure remotamente che le mie parole, il mio comportamento, la mia iniziativa costituiscano un’implicita contestazione del Vostro prestigio, della Vostra autorevolezza, della Vostra intelligenza. È fuori discussione che resto sempre un passo indietro rispetto a Voi e sottoposto in ogni momento alla Vostra autorità.

  • A’ maronn v’accumpagna.

[Al congedo, si augura a chi parte] Che la Madonna vi accompagni (e vi protegga).

  • A tale e quale.

La tale e quale.
La fotografia.

  • A ting-tang.

La bicicletta.

  • Accuppatura.

La parte superiore, la sommità, la parte che “affiora”, la colmatura di un recipiente, di un contenitore.
Il meglio del meglio e, in senso antifrastico, il peggio. Âccuppatura d’ ‘a spasa ‘e frutte. La parte superiore della cesta dei frutti: i frutti più belli disposti dai fruttivendoli bene in vista, sulla parte più alta della cesta. / È âccuppatura d’ ‘e ‘mbrugliune, d’ ‘e mariuole. È il fior fiore, il peggio degli imbroglioni, dei ladri.

  • «Acquajuo’, ll’acqua è fresca?» «Manc’ ‘a neve!»

«Acquaiolo, l’acqua è fresca?» «Neppure la neve (lo è altrettanto)!»
Come chiedere all’oste se il suo vino è buono.

  • Aglie, fravàglie e fattura ca nun quaglie.

Aglio, fragaglia, e fattura che non coglie.
Formula contro il malocchio.

  • Assa’ fa’ ‘a Maronna.

Lascia fare alla Madonna.
Tutto si è risolto per il meglio; meno male oppure benissimo, è stata la Madonna a disporre tutto per il meglio!

Ovviamente una lingua come il napoletano non si può ridurre a quattro modi di dire, ma anche in questi vi è racchiuso il modo di essere di un popolo.

Nella prossima puntata vedremo altri modi di dire e curiosità di questo affascinante mondo che è il napoletano.

Stàteve buòno!

Torna al menu

Lingue d’Italia – il napoletano – parte seconda

Marcello, mio carissimo amico dal 1984, non è stato particolarmente entusiasta delle mie spiegazioni sugli errori di pronuncia del napoletano in “Lingue d’Italia – il napoletano – parte prima”.

Poiché è Corallino (ve lo spiego dopo), gli devo un’ulteriore delucidazione. Prima però vi spiego “corallino”.

Torre del Greco (Torre d’’o Grieco in napoletano) è un comune italiano di 85mila abitanti circa della città metropolitana di Napoli, in Campania. La città è situata nelle immediate vicinanze del parco nazionale del Vesuvio, tra il Vesuvio e il golfo di Napoli ed è il quarto comune della regione per numero di abitanti. Uno di questi è proprio il mio fraterno amico.

Torre del Greco è nota nel mondo soprattutto per la lavorazione artigianale dei coralli, dei cammei e della madreperla: questa tradizione artistica, sviluppatasi a partire dal 1700 circa è tramandata dall’antica Scuola d’incisione e lavorazione del corallo annessa all’omonimo Museo. Per questo motivo gli abitanti di Torre del Greco si chiamano corallini.

Ma torniamo agli errori di pronuncia di chi non sa il napoletano.

Una caratteristica peculiare del napoletano riguarda la consonante z.

Essa risulta dall’incontro di t+s o di d+s, dando luogo in italiano a un suono sordo (“pozzo”) o sonoro (“azoto”, “zanzara”).

In napoletano la z sonora è poco usata (nelle parole uguali in italiano: “’a zebra”, “’a zanzara”). Molto più usata è la z sorda, anche quando non è rafforzata: si dice “’o zio”, “’a zappa” con una z sorda e scempia che si trova nell’italiano standard, dove la z sorda o raddoppiata (“razza”, “pozzo”) o rafforzata nella pronuncia (“azione”).

Un altro suono tipico del napoletano, che non c’è in italiano, è il suono sc (“scivolo”) pronunciato senza rafforzamento, come una c pigramente strascicata (mentre in italiano esso è sempre forte, lungo, come raddoppiato).

I linguisti lo indicano col simbolo ∫.

Quindi “’a sciorta”, “’o sciato” si pronunciano “a ∫orta”, “o ∫ato”.

Il suono ∫ pronunciato lieve ce l’hanno anche i toscani, e per averne un’idea precisa basta ascoltare Benigni quando recita il famosissimo verso di Dante “la bocca mi basciò tutto tremante”.

Il suono sc è raddoppiato come gli altri suoni in alcune parole (’o scemo, ’a sciorda, ’a scella) e dopo alcune parole (l’articolo fem. pl. ’e, la voce verbale è ed altre che non sto qui ad elencare). Naturalmente non si può scrivere scsc, per cui il raddoppiamento stavolta è pronunciato ma non scritto.

Anche la s seguita da consonante si pronuncia in certi casi ∫, precisamente quando è davanti a p, b, m, f, v, c e g col suono di “cane” e “gatto”: sposa, sbaglio, smania, sfottere, svità, scuraggià, si pronunciano con l’iniziale di “scivolo”, magari un po’ sonora davanti alle sonore (sb, sg, sm, sv). Ad esempio, il mio nome (Francesco) si pronuncia come se tra la s e la c ci fosse una h (Franceshc’).

Invece quando la s si trova davanti a t e a d si pronuncia proprio come s.

Questo non sanno i non napoletani, che a volte volendo pronunciare parole come stanza dicono ∫tanza (shtanza): errore commesso anche da Fabrizio De André nella canzone “Don Raffaè”.

Così, sistemati Marcello e le fricative (i suoni fricativi, detti anche spiranti o costrittivi, sono prodotti mediante un rilevante restringimento del canale orale: gli organi articolatori si avvicinano senza pervenire ad una chiusura totale. L’aria fuoriesce da questa stretta diaframmatica, in uno stato di costrizione, determinando un tipico rumore turbolento. Le fricative sono consonanti ostruenti poiché il passaggio dell’aria è in parte bloccato; sono suoni continui perché prolungabili nel tempo. La produzione dei suoni fricativi può essere o no associata alle vibrazioni delle pliche vocali, dando luogo così a fricative sonore, come /v/ e /z/, oppure sorde, come /f/ e /s/.), passiamo al napoletano e ad alcuni modi di dire.

  • Babbasone.

Uomo grosso ed idiota, grosso e babbeo.

  • Bell’e bbuono.

All’improvviso.

  • Caporà è muorto l’Alifante.

Caporale, è morto l’elefante.

È finita la pacchia.

  • [‘O] Carucchiaro.

L’avaro.

  • Caso cuotto cu ll’uoglio.

Formaggio cotto con l’olio.

Due persone assolutamente estranee sia per parentela che per affinità. “Caso cuotto co’ ll’uoglio, frase vivacissima del dialetto, con la quale s’intendono due che nulla abbiano, o abbiano avuto di comune fra loro, forse perché il formaggio (caso) che serve per tante vivande è così eterogeneo all’olio da non poter essere mai cotti insieme.

  • Cavaliè, ‘a capocchia!

Cavaliere, il glande!

Formula di derisorio riguardo impiegata per ridimensionare chi si dà eccessiva importanza o ha un atteggiamento borioso, spocchioso (il glande è qui menzionato come sinonimo di stupidità). Al Cavalié si può sostituire il nome della persona derisa.

  • Cca ‘e ppezze e cca ‘o ssapone.

Qui gli stracci, gli abiti smessi e qui il sapone.

Patti chiari: qui e subito ti do la merce e qui e subito devi darmi il denaro. Non vendo a credito.

  • Cca nisciuno è fesso.

Qui nessuno è ingenuo.

  • Cchiú nera d’ ‘a mezanotte nun po’ venì!

Più nera della mezzanotte non può venire!

Ormai non può andare peggio di così; superato questo momento può solo andare meglio.

  • Chella ca guarda ‘nterra.

Quella che guarda a terra.

La vagina.

  • Chiachiello.

Persona del tutto inconsistente. Eccelle incontrastato nella sua sola autentica dote: le inesauribili, vacue e inconcludenti chiacchiere.

  • Chillo ca cumbine tutte ‘e guaie.

Quello che combina tutti i guai.

Il pene.

  • Chillo ‘e coppa.

Quello di sopra.

Dio.

  • Chiochiaro.

Persona rozza, goffa, stupida; zotico, tanghero.

  • [Fà] Ciento mesure e uno taglio.

(Fare) cento misure e un taglio.

Come i sarti che lavorano ripetutamente con metro e gesso prima di tagliare la stoffa, prepararsi con grande, eccessiva meticolosità, indugiando in minuziosi calcoli e prove prima di decidersi ad agire.

  • Ciuotto ciuotto.

Sazio sazio (sazissimo). Rimpinzato ben bene. “Farse ciuotto ciuotto“. Satollarsi, rimpinzarsi.

  • Comme ‘a mettimmo nomme?

Come le mettiamo nome? Come la chiamiamo? Come la battezziamo?

Come la mettiamo? Come la risolviamo? E poi che si fa? E adesso che si fa? Come se ne viene, verrà fuori? (col sottinteso che è estremamente difficile se non impossibile trovare una soluzione, venirne fuori ed è quindi mille volte preferibile evitare ‘o ‘mpiccio, il guaio.)

  • Crisce santo.

Cresci santo.

Equivalente dell’italiano: Salute! Si dice ai bambini, ai ragazzi (e talvolta, scherzosamente, anche agli adulti) che starnutiscono.

  • Cu ‘e ppacche dint’a ll’acqua.

Con le natiche nell’acqua.

Sta’ cu ‘e ppacche dint’a ll’acqua. Essere in grande miseria.

  • Cuoncio cuoncio.

Piano piano, cautamente, garbatamente.

  • Curnuto e mazziato.

Cornuto e bastonato

Il danno e, in più, anche le beffe.

  • Curto e male ‘ncavato.

Basso e cattivo.

  • Diece.

Dieci.

Estremamente grande, con allusione alla grandezza più assoluta: Dio. Lo si usa anche quando, per riguardo, si vuole evitare di dire Ddie, con uguale significato di incalcolabile grandezza. Es.: Tu si’ nu diece ‘e fetente!, anziché Tu si’ nu Ddie ‘e fetente! Sei un grandissimo mascalzone!; Tu si’ nu diece ‘e fesse!, anziché Tu si’ nu Ddie ‘e fesse!, Sei un fesso colossale.

  • Durmì c’ ‘a zizza mmócca.

Dormire con la mammella in bocca (poppando beatamente).

Essere molto ingenui, non rendersi conto di nulla.

  • È fernuta ‘a zezzenella.

È finita (non ha più latte) la (piccola) mammella.

È finito il tempo delle vacche grasse. La pacchia è finita.

  • È gghiuta ‘a cart ‘e musica ‘mmane ‘e barbiere.

È andato a finire lo spartito in mano ai barbieri.

Si dice quando accade che qualcosa di importante finisca nelle mani di un incompetente.

  • E lente ‘e Cavour.

Gli occhiali di Cavour.

Le manette nel gergo della malavita.

  • ‘E pizzeche ncopp’’a panza.

I pizzichi sulla pancia.

Darse ‘e pizzeche ‘ncopp’ ‘a panza: Darsi i pizzichi sulla pancia: rassegnarsi, sopportare con rassegnazione. “[…] nun ce steva niente ‘a mangià e io stevo allerta pe scummessa, e me devo ‘e pizzeche ncopp’’a panza […]. “[…] non c’era niente da mangiare e a stento mi reggevo in piedi e mi davo i pizzichi sulla pancia (sopportavo rassegnato) […]”.

  • E stramacchio.

Di nascosto, in segreto, clandestinamente, occultamente, alla chetichella.

  • È trasuto ‘e sicco e s’è avutato ‘e chiatto.

È entrato “di secco” (umilmente) e si è girato “di grasso.” (con superbia).

È entrato timidamente ed ora vuole spadroneggiare.

  • Fa’ ‘a seccia.

Fare la seppia.

Gettare il malocchio.

  • Fa’ ‘na cosa ‘e juorno.

Fai una cosa “di giorno”.

Fai veloce, senza perdere troppo tempo. Sbrigati.

  • Fà ‘o pàcco.

Fare il pacco.

Imbrogliare, truffare.

  • Faccia ‘ngialluta!

Faccia gialla!

San Gennaro. Con questo appellativo confidenziale le “parenti” sollecitano San Gennaro a compiere il miracolo della liquefazione del suo sangue se esso tarda a compiersi.

  • Facimm’ammuina.

Facciamo confusione.

Poiché maggiore è il disordine, la confusione, il caos, più facile è pescare nel torbido.

  • Farenello o Farenella.

Farenello è una persona dai modi fastidiosamente manierati, ricercati, leziosi, stucchevoli; bellimbusto, cascamorto con le donne. Detto in differente contesto può significare omosessuale.

  • Figlio ‘e ‘ntrocchia.

Figlio di “‘ntrocchia.”

Sveglio, scaltro.

  • Foss’ ‘a Madonna!

Volesse il Cielo!

Vi aspetto alla prossima puntata, e che ’a Madonna v’accumpagne!

Torna al menu

Lingue d’Italia – il napoletano – parte terza

Nato a Taranto nel ‘68, adolescente a Napoli (prima provincia, dal ’72, poi, dall’84 all’87, in città), posso dire che parte della mia cultura e della mia passione per le cose antiche derivi proprio dalle mie origini.

Lo abbiamo visto nelle precedenti puntate, a partire da Lingue d’Italia – introduzione, continuando con quelle dedicate al tarantino (Lingue d’Italia – il tarantino – parte prima, parte seconda e parte terza) sia quelle sul napoletano (Lingue d’Italia – il napoletano – parte prima e parte seconda).

Taranto e Napoli sono veri e propri musei a cielo aperto, già solo camminando per i vicoli stretti e le strade, dove si ammira la loro storia millenaria. Ciò è dovuto in larga parte ai numerosi antichi palazzi monumentali che, con le loro peculiarità architettoniche e artistiche, formano un patrimonio ben visibile a tutti.

Ma non è solo la vista ad essere coinvolta passeggiando per quei luoghi: è un’esperienza multisensoriale: un colore diventa mille colori, un odore mille odori, un suono mille suoni.

Alcuni mal sopportano la confusione di quei posti, ma se non sei passato al mercato del pesce di Taranto vecchia, vicino a “Cicce u’ gnure”, o dal mercato di Pignasecca, ai quartieri spagnoli, non puoi dire di aver vissuto veramente.

Ma torniamo a parlare di dialetti.

Il napoletano ha avuto un’evoluzione nel corso dei secoli, prendendo a prestito lemmi provenienti da varie lingue: oltre che dall’italiano, dallo spagnolo, dall’arabo, dall’inglese, ma anche dal greco antico e ovviamente dal latino, idioma da cui deriva.

La tabella che segue offre un confronto tra alcuni termini napoletani e alcuni stranieri simili tra loro per suono e significato:

Lemma napoletano Lemma italiano standard Lemma straniero Lingua straniera di riferimento
Abbàscio giù abajo / a baix (pron. a bash) / abaixo / en bas spagnolo / catalano / portoghese / francese
Ajére ieri ayer / hier spagnolo / francese
Appriésso dopo, seguente après francese
Ammuïna chiasso, che infastidisce amohinar / amoïnar spagnolo / catalano
Auciéllo uccello avicellum latino
Blé blu bleu francese
Blecco asfalto per isolamenti black inglese
Buàtta barattolo boîte francese
Buttéglia bottiglia bouteille francese
Caccavella pentola caccabellum latino tardo
Caiola (cajola) gabbia caveola (dim. di cavea) / cage latino / francese
Càntero/cantaro vaso da notte κάνθαρος (kántharos) greco antico
Canzo tempo chance francese (Per traslazione semantica: chance – possibilità, occasione; es. damme ‘o canzo, dammi il tempo)
Cape ‘e zì Viciénzo nullatenente caput sine censu latino
Cerasa ciliegia cerasum / cerise latino / francese
Crianza educazione creencia / criança / créance spagnolo / portoghese / francese
Crisommola (cresommola) albicocca χρυσοῦν μῆλον (chrysoûn mêlon = frutto d’oro) greco
Cucchiàra cucchiaio cuchara / cochlearia spagnolo / latino
Currea cintura correa / corrigia spagnolo / latino
Fenèsta finestra fenêtre (fenestre) / fenestra francese (antico francese) / latino
Fuì fuggire fuir francese
Gengomma o cingomma gomma da masticare chewing-gum inglese
Guallara ernia wadara arabo
Guappo bullo, prepotente guapo spagnolo
Intrasatta improvviso intras acta latino
Lacerta lucertola lacerta/ae latino
Lassàre (lassa’) lasciare laxare / laisser latino / francese
Mesàle tovaglia da tavolo μησάλιον (mesálion) / mesa (tavolo) / mensa (tavolo, pasto, altare) greco antico / spagnolo / latino
Micciariéllo fiammifero mechero spagnolo
Mola dente (molare) mola latino
Muccaturo (moccaturo, maccaturo) fazzoletto mocador / mouchoir catalano / francese
Mustacce baffi moustákion / moustache greco bizantino / francese
Nenna bambina nena spagnolo
Ninno bambino niño spagnolo
Nìppulo capezzolo nipple inglese
Pàccaro schiaffo πᾶς (pâs) “tutto” e χείρ (chéir) “mano” greco antico
Papéle Papéle lentamente oppure chiaramente πάπος (pápos) con raddoppiamento del sintagma (lento lento, sciolto sciolto) greco antico
Papiéllo documento papel / papier spagnolo / francese
Pastenaca carota pastinaca latino
Pate padre pater latino
Petrusino (petrosino) prezzemolo πετροσέλινον (petrosélinon) greco antico
Piglià père prendere fuoco πῦρ (pyr) “fuoco” greco antico
Pressa fretta pressare latino
Puteca (poteca) bottega, negozio apotheca / ἀποθήκη (apothéke) / boutique latino / greco / francese
Ràggia rabbia rage francese
Riggiòla mattonella rajola catalano
Rilòrgio orologio reloj / rellotge / horologium / ὡρολόγιον (horológion) spagnolo / catalano / latino / greco
Sciuscià lustrascarpe shoe-shine inglese
Semmàna settimana semana / semaine spagnolo / francese
Sguarràre (sguarrà) divaricare, squarciare desgarrar spagnolo
Sparadrappo cerotto esparadrapo /
sparadrap /
esparadrap
spagnolo / francese /
catalano
Sparagno risparmio sparanjan / épargne (espargne) germanico / francese (antico francese)
Tamarro zotico al-tamar (mercante di datteri) arabo
Tavúto bara ataúd / taüt / تَابُوت (tābūt) spagnolo / catalano / arabo
Tècchete prendi, eccoti te eccu(m) te latino
Tené (Ténere) avere tenere latino
Tirabbusciò cavatappi tire-bouchon francese
Zéngaro zingaro ἀθίγγανοι (athínganoi) greco bizantino
Zimmaro caprone χιμμάρος (chimmáros) greco

Ma una delle cose più divertenti del napoletano è in “Tammurriata nera”, canzone dell’immediato dopoguerra.

A. Mario, uno degli autori storici napoletani (pseudonimo di Giovanni Ermete Gaeta, paroliere e compositore italiano, autore di numerose canzoni di grande successo, come “La canzone del Piave”. Insieme a Salvatore Di Giacomo, Ernesto Murolo e Libero Bovio, tra i massimi esponenti della canzone napoletana della prima metà del Novecento), intitolò una sua canzone “Tammuriata nera”: “tammurriata”, per il genere di canzone popolare che si caratterizza per essere accompagnata solo dal tamburo e talvolta dalla chitarra per l’essere nella tradizione una genere esorcistico e scaramantico, “nera” per il colore della pelle dei protagonisti.

“Tammurriata nera” racconta la storia di una donna che mette al mondo un bimbo di colore, concepito da un soldato durante l’occupazione americana. La donna, tuttavia, accetta il figlio, forte del proprio amore materno. L’intera vicenda è raccontata da una specie di “coro greco”, che ironizza sul fatto che per quanto la donna rigiri i punti di vista del fatto (Seh, vota e gira, seh – seh, gira e vota, seh), o gli affibbi nomi italiani come Ciccio, Antonio, Peppe o Ciro (ca tu ‘o chiamme Ciccio o ‘Ntuono, ca tu ‘o chiamme Peppe o Ggiro), il bambino che ha partorito è comunque nero (chillo ‘o fatto è niro niro, niro niro comm’a cche).

Ma la parte più divertente è nel finale (aggiunto successivamente all’originale di E. A. Mario, con il testo di Edoardo Nicolardi): infatti c’è un pezzo che dice:

E levate ‘a pistuldà

uè e levate ‘a pistuldà,

e pisti pakin mama

e levate ‘a pistuldà.

Per anni mi sono chiesto cosa significasse: altro non è che la deformazione napoletanizzata di alcuni versi della canzone americana “Pistol packin’ mama” del 1942 cantata da Bing Crosby e le Andrews Sisters, e portata in Italia dalle truppe di occupazione alleata. Le parole, tradotte in italiano significano: “Metti giù quella pistola, rimettila a posto”.

Il testo originale inglese era infatti:

Lay that pistol down, babe,

Lay that pistol down.

Pistol packin’ mama,

Lay that pistol down.

Certo di non aver esaurito l’argomento “napoletano” con sole tre puntate, alla prossima inizierò a parlare del dialetto romano! S’aribbeccamo!

Torna al menu

Lingue d’Italia – il romanesco – parte prima

Come ho detto in “Lingue d’Italia – introduzione”, ho girato abbastanza l’Italia per sentir parlare un numero abbastanza elevato di dialetti. Questo, unito ad un buon orecchio, mi ha fatto apprezzare la varietà di sensazioni che si possono esprimere con delle semplicissime parole.

Ho vissuto per quasi tre anni a Roma e, a differenza di quello che si pensa, il romanesco è un vero e proprio dialetto, non una parlata; avendo il proprio codice linguistico molto simile a quello italiano, ciò può trarre in inganno.

La sua grammatica perciò si discosta poco da quella italiana e un italofono può capire agevolmente gran parte di un discorso in romanesco. Specialmente nei parlanti appartenenti ai ceti più bassi, il romanesco presenta una ricchezza di espressioni e modi di dire decisamente notevole, in continuo sviluppo.

La distanza che separa la varietà contemporanea di romanesco da quella consacrata nella letteratura dialettale classica va però sempre più aumentando, come in molti altri dialetti.

Se per i non-romani la comprensione del romanesco parlato presenta poche difficoltà, la comprensione del romanesco scritto potrebbe invece risultare un po’ più ostica.

Ciò che differisce maggiormente sono le singole parole, sia per come esse sono pronunciate, sia per come vengono scritte.

In particolare, ciò che nei testi in dialetto spesso colpisce (e disorienta) è la selva di accenti e di apostrofi, necessari a rendere il suono dei molti vocaboli che il romanesco elide o tronca, nonché le molte consonanti raddoppiate, a volte persino all’inizio dei vocaboli.

Come avviene per quasi tutti gli altri dialetti, anche per il romanesco la trascrizione non segue regole specifiche di ortografia: quest’ultima è solitamente basata sul tentativo di riprodurre più o meno fedelmente la pronuncia, il suono delle singole parole.

Per questo motivo, a volte, si può incontrare un medesimo vocabolo reso in modo leggermente diverso a seconda dei testi, anche perché alcuni autori tendono a semplificare l’ortografia, confidando nella conoscenza del romanesco da parte dei lettori, e lasciando così questi ultimi liberi di interpretare la pronuncia dei singoli vocaboli.

Ma in ogni caso, il dialetto di Roma è più simile all’italiano di quanto non lo siano quelli di altre città o regioni.

Diceva Belli:

Ma nun c’è lingua come la romana

Pe dì una cosa co ttanto divario*

Che ppare un magazzino de dogana.

da “Le lingue der monno”, G.G. Belli

* varietà

Vediamo ora un po’ di grammatica.

L’articolo determinativo maschile singolare il diventa “er”:

il gatto diventa er gatto; il cane diventa er cane; ecc.

L’altro articolo determinativo maschile singolare, “lo”, rimane tale.

Quello maschile plurale “gli” diventa “li”, con un’elisione dovuta al fatto di essere sempre seguito da vocale:

gli occhi diventa l’occhi; gli animali diventa l’animali; ecc.

L’altro articolo maschile plurale, “i”, cambia in “li”, senza elisione:

i santi diventa li santi; i lampioni diventa li lampioni; ecc.

Gli articoli femminili “la” e “le” rimangono invariati.

Gli articoli indeterminativi “uno” e “una” di solito perdono la “u”, divenendo “’no” e “’na”:

uno specchio diventa ‘no specchio; una capra diventa ‘na capra; ecc.

L’altro articolo un rimane invariato, ma se è seguito da una vocale, questa oppure la “u” vengono elisi. Riepilogo quanto detto in tabella 1.

il er
lo lo
i li
gli l’
la la
le le
un un (‘n)
uno ‘no
una ‘na

Tabella 1

Purtroppo, nel dialetto moderno, tutti gli articoli che cominciano per “l” tendono a perderla:

la sposa diventa dunque ‘a sposa, le strade diventano ‘e strade, ecc.

Molte preposizioni composte in romanesco vengono scisse nelle loro componenti:

“dello”, “della”, “dei” o “degli”, “delle”, si trasformano in “de lo”, “de la”, “de li”, “de le”; invece “del” resta “der” (ne parlo dopo, del cambio di “l” con “r”);

“col”, “collo”, “colla”, ecc. diventa “cor”, “co lo”, “co la”, ecc;

“dal”, “dallo”, “dalla”, ecc. diventano “dar”, “da lo”, “da la”, ecc;

“al”, “allo”, “alla”, ecc. diventano “ar”, “a lo”, “a la”, ecc;

“nel”, “nella”, ecc. seguono la stessa regola (“ner”, “ne lo”, ecc.) ma spesso alle due particelle viene inframezzato “de” come rafforzativo, per cui la preposizione torna ad essere quella semplice (“in”):

nella chiesa diventa in de la chiesa; nel mondo può diventare in der monno; ecc.

“sul”, “sullo”, “sulla”, ecc. segue la stessa regola (“sur”, “su lo”, “su la”, ecc.) ma in tal caso vi viene spesso anteposto “in” come rafforzativo:

sulla scala diventa in su la scala.

Quando la preposizione semplice “co” è seguita da “un”, solitamente diventa “cor”, ma per motivi fonetici può mantenere la forma “co ‘n”:

con un coltello diviene co ‘n cortello. Per semplicità, riepilogo il tutto in tabella 2.

del, col, dal, al, nel, sul der, cor, dar, ar, ner, sur
dello, collo (con lo), dallo, allo, nello, sullo de lo, co lo, da lo, a lo, ne lo (in de lo), su lo (in su lo)
dei, coi, dai, ai, nei, sui de li, co li, da li, a li, ne li (in de li), su li (in su li)
degli, cogli (con gli), dagli, agli, negli, sugli de l’, co l’, da l’, a l’, ne l’ (in de l’), su l’ (in su l’)
della, colla (con la), dalla, alla, nella, sulla de la, co la, da la, a la, ne la (in de la), su la (in su la)
delle, colle (con le), dalle, alle, nelle, sulle de le, co le, da le, a le, ne le (in de le), su le (in su le)

Tabella 2

A causa della perdita della “l” da parte degli articoli, come spiegato, “de lo”, “co lo”, ecc. vengono ora pronunciati secondo questa regola fonetica: l’ultima vocale della preposizione semplice (de, co, ecc.) diventa la stessa vocale dell’articolo che segue, e che ha perso la “l”.

Di conseguenza, della sposa è ora da’a sposa, nelle strade suona come ne’e strade, nello spazio diventa no’o spazzio, ecc. ecc.

La doppia vocale è pronunciata senza interruzione nella voce, come un unico suono molto lungo.

Tre vocali all’interno di una medesima sillaba non sono compatibili con la pronuncia romanesca, che ama i suoni cadenzati, e che quindi interviene sui dittonghi e i trittonghi accorciandoli o alterandoli di conseguenza: “miei”, “tuoi”, “suoi”, divengono rispettivamente “mia”, “tua” o “tui”, “sua” o “sui”: i libri tuoi diventa li libbri tua (o tui); i miei parenti diventa li parenti mia; ecc.

Altri vocaboli contenenti sillabe con tre vocali vengono corrotti eliminandone una, in genere l’ultima prima dell’accento, come in aiuola, che diventa aiòla, o in puoi, che diventa pòi; oppure il vocabolo viene parzialmente modificato: bue, buoi diventa bove, bovi; ecc.

All’interno delle parole, il gruppo “ce” viene pronunciato in modo scivolato, come “sce”, e alcune volte persino scritto come tale: cena è pronunciato (e talora scritto) scena, aceto come asceto, piacere come piascere, ecc. Al contrario, il suono di “ce” o “ci” non è mai scivolato quando la “c” è doppia: annacce (andarci), acciaccà (schiacciare), ecc.

Nelle parole in cui la lettera “l” precede una consonante, la prima normalmente diviene “r”: calcio diventa carcio; almeno diventa armeno; falce diventa farce; alto diventa arto; ecc.

Ciò vale anche per i monosillabi che terminano in “l”: il diventa er, al diventa ar, quel diventa quer, col diventa cor, ecc.

Tale cambio non avviene mai, invece, se la “l” è doppia: palla, collo, ecc. rimangono tali e quali.

Un’eccezione è costituita dalla parola “altro” che cambia in “antro”, con “n”, anche se nel romanesco moderno è frequente la forma artro.

Altri cambi consonantici sono il cambio di “nd” con “nn” e di “ld” con “ll”: questi gruppi cambiano semplicemente per comodità di pronuncia: quando diventa quanno; andato diventa annato; mando diventa manno; ecc.

Similmente, caldo di solito diventa callo; il cambio avviene anche nelle parole composte contenenti “caldo” o “calda”: scaldaletto diventa scallaletto, riscaldato diventa riscallato, ecc.

In altri vocaboli, invece, il gruppo “ld” diventa “rd”, secondo la regola precedentemente descritta: falda diventa farda; soldi diventa sòrdi; ecc.

Vista un po’ di grammatica, la prossima volta vedremo un po’ di modi di dire e di proverbi romaneschi. Vi aspetto!

Torna al menu

Lingue d’Italia – il romanesco – parte seconda

Quando abitavo a Roma, avevo una Giulietta, bellissima auto, per i tempi, ma con la coppa dell’olio praticamente rasoterra. Visto che per parcheggiare (vero problema di Roma, altro che) si approfittava anche dei marciapiedi, spesso la suddetta coppa urtava, rompendosi, e causava un travaso di bile al sottoscritto.

Così mi recavo in un’officina meccanica (era sulla Laurentina, vicino alla Cecchignola, dove lavoravo e vivevo) e venivo travolto dal modo di parlare degli operai. Enzo (con la zeta dolce!), il capoofficina, si autodefiniva “er Vangogghe d’i carozzieri (con una erre, assolutamente)”. Quando vai in un posto così, e alla fine ti fanno anche lo sconto (“’A sor tene’, damme trenta sacchi e famo patta e pace”), che vuoi di più?

Digressione sul denaro. A Roma il denaro viene chiamato in maniera diversa da tutto il resto d’Italia.

Piuttosto famosi sono i vari nomi che si usavano dare ad alcune determinate somme di denaro in lire, e di conseguenza ad alcune banconote e monete. Dai sonetti del Belli sono frequenti le citazioni di monete papali che il popolino indicava come bajocchi e pavoli. Presenti nella vita quotidiana romana più recente, per i piccoli acquisti, erano i sacchi. Un sacco (raramente usato al singolare) corrispondeva alla somma di 1000 lire.

Salendo di valore, incontriamo lo scudo, ovvero la banconota (dunque il valore) corrispondente alle 5000 lire (in parole povere cinque sacchi = ‘no scudo). Da citare che lo scudo era il nome italiano della moneta da 5 lire fino ai primi decenni del Novecento. Il termine “piotta” indica il numero cento ed era usato per indicare la moneta da 100 lire o la banconota da 100mila lire. L’uso dello stesso nome difficilmente creava problemi, data la differenza tra le due cifre: il contesto spazzava ogni dubbio.

Con il termine piotta si potevano nominare varie somme, dalle 50mila lire alle 900mila, rispettivamente dicendo “mezza piotta” o “nove piotte”. Per cifre più alte si usava più direttamente e razionalmente il termine mijone o mijardo, nient’altro che “milione” o “miliardo” in italiano (anche se si sentiva qualche volta il termine “Un Bonaventura” per definire il milione di lire facendo riferimento al personaggio di fantasia “Il Signor Bonaventura” che al termine delle sue imprese otteneva sempre in premio un assegno da un milione).

Con l’avvento dell’Euro sono rimasti d’uso corrente alcuni di questi termini romaneschi. Un sacco significa 1 Euro, uno scudo significa 5 Euro e una piotta 100 Euro. Le generazioni più anziane però continuano ad usare questi termini riferendosi all’equivalente in Euro del loro vecchio significato in lire (ad esempio: una piotta può anche indicare 50 €, ossia 100mila lire).

Va detto che nel dialetto romanesco, in particolare moderno, il termine “piotta” non ha un riferimento puramente economico, ma può significare anche andare molto velocemente, in questo caso si tratta infatti di un verbo, “piottare” ossia andare velocemente in senso sia materiale che metaforico, ad esempio: “ ‘sta machina piotta ‘na cifra” ovvero “questa macchina va (o può andare) molto veloce”, e quindi raggiungere e superare rapidamente i 100 km/h.

L’avvento dell’euro (declinato al plurale in “euri”) ha sensibilmente ridotto l’uso di questi termini. Tuttavia, rimangono nel linguaggio popolare ancora numerosi i riferimenti alla lira (in senso perlopiù dispregiativo: “nun c’ho ‘na lira”, “nun vale ‘na lira”, “robba da du’ lire”…).

Fine digressione.

Ovviamente, una lingua, o un dialetto, aiutano ad esprimere concetti che in italiano non suonerebbero allo stesso modo. In questo, il romanesco è una delle lingue in assoluto più espressive che abbia mai sentito. È proprio una caratteristica del popolo romano, l’ironia.

In strada, nei mercati, nel traffico, ovunque ci sia un assembramento, mi è sempre capitato di sentire frasi che mi hanno fatto scompisciare.

Prima di passare ad un elenco di “insulti” in romanesco, la parte finale della grammatica che avevo iniziato in “Il romanesco – parte prima“:

Il suono del romanesco è più duro dell’italiano: le parole che iniziano con una consonante, se precedute da vocale, spesso la raddoppiano per rinforzarla, derivandone un suono assai più enfatico.

La preposizione per è sempre accorciata in pe (eventualmente rinforzata in ppe): per mangiare e per bere diventa pe mmaggnà e ppe beve; ecc.

In tempi più recenti si tende ad usare l’apostrofo, nella forma pe’ (una vera elisione).

Tutti i verbi in …are e …ire perdono “re”, divenendo vocaboli tronchi: andare diventa andà, venire diventa venì; guardare diventa guardà; ecc.. É invalso l’uso di scriverli con l’ultima lettera accentata, anziché con l’apostrofo.

Per i verbi in …ere la forma in romanesco dipende da dove cade l’accento nel vocabolo italiano: se cade sulla penultima sillaba si applica la stessa regola: cadere diventa cadé; volere diventa volé, ecc.

I cambiamenti più esilaranti sono senz’altro quelli che derivano da convinzioni errate circa l’origine o il significato di un vocabolo.

Un paio di classici esempi. Il popolino diceva moseo anziché museo, perché era convinto che derivasse da “Mosè” e non da “musa”. E a Roma la zanzara si è sempre chiamata zampana: il perché si evince da un sonetto di G. G. Belli:

Be’, se dirà zanzare pe le stampe; Beh, si dirà “zanzare” nei testi stampati;
Ma sso’ zampane: eppoi, santa Lucia!, Ma sono “zampane”: e poi, santa Lucia!,
Nun je le vedi lì ttante de zampe? Non vedi lì che hanno tanto di zampe?

da “Le zampane”, 2 aprile 1846

Adesso vediamo quello che vi avevo promesso prima:

Abbiti ‘na liana dopo Tarzan:

La tua dimora non è effettivamente molto pratica da raggiungere

Te sei magnato quarcosa de triste:

Dalla tua flatulenza evinco che il tuo ultimo pasto non è stato propriamente leggero

Ma che c’hai nelle mutande, ‘a pasta d’a pizza?:

Sarebbe arrivato il momento che tu smettessi di toccarti i genitali

C’hai l’occhi che se stanno a tamponà:

Sbaglio o soffri di un leggero strabismo?

Nun sei pelato, è che c’hai la riga larga:

Sei una persona con pochissimi capelli

Sei tarmente brutta che bisogna guardatte co’r decoder:

Non ti si può esattamente definire bella, tanto che per avere un’immagine decente di te bisogna usare un decoder

So’ annato a risorve:

Ho espletato le mie funzioni fisiologiche liquide

Sei tarmente brutta che se t’avvicini ar computer parte l’antivirus:

Sei di una bruttezza inaudita

Nun c’ho tarmente ‘na lira che si mòro me sotterano co’ la capoccia de fòri perché nun c’ho li sordi pe’ la foto:

Ho talmente pochi soldi che non mi posso permettere neanche una tomba dignitosa

Te faccio clonà e poi meno a te e a quell’artro:

Userò la tecnologia genetica per poterti picchiare maggiormente

L’arivedi quanno er cazzo mette l’unghia:

Non credo che te lo restituirò

Si te la tiri ‘n artro po’ la pòi usà come ‘na fionna:

Sei una ragazza che sta troppo sulle sue

C’hai er fisico de ‘n lanciatore de coriandoli:

Vista l’esiguità della tua massa muscolare, sarebbe opportuno che tu ti dedicassi a qualche attività fisica di un certo livello

Sei così stronzo che se acciacchi ‘na merda fai scopa:

Non ti stimo affatto, e ti ritengo uguale a una deiezione

C’hai du’ recchie tarmente grosse che se ce capivi de digitale vedevamo Sky:

Hai due parabole al posto delle orecchie

Ahò, pare ‘no scojo:

Dicesi di una tavolata composta da ragazze molto brutte, che ricordano un gruppo di cozze attaccate allo scoglio

C’hai du’ cromosomi ‘n testa che giocheno a dama:

Sei davvero molto stupido

C’hai ‘na caccola pe’ cervello. L’urtima vòrta che te sei soffiato er naso sei rimasto deficiente:

Non brilli certo in intelligenza

Peccato che cachi, sinnò saresti pòpo ‘n ber soprammobbile:

Sei completamente inutile

Quanno è giornata da pijallo ‘n culo er vento t’arza ‘a camicia:

Quando la tua giornata nasce sotto una cattiva stella è inutile prendersela

Èsse stupidi è ‘n diritto, ma certo che tu te n’approfitti:

Sei una persona dotata di scarsa intelligenza

Sei tarmente stupido che te pensi ch’er plurale de dito sia mano:

La tua ignoranza è tale da applicare erroneamente la matematica al corpo umano

Spero che domani matina te sveja San Pietro:

Spero che tu muoia al più presto

Splendido, ‘ngessame er cazzo… che me l’hai rotto!:

Esclamazione rivolta a colui che fa domande insistentemente

Dio nun ha creato gnente de inutile, ma co’ te c’è annato molto vicino:

Non sono ancora riuscito a capire a cosa tu possa servire

È ‘na fuga de gasse o te puzza l’alito?:

L’odore del tuo alito è insopportabile

Piji più pizze te che ‘n forno a legna er sabato sera:

Sei molto propenso a prendere gli schiaffi

‘Ndò sta er cesso, che devo da liberà er prigioniero negro?:

Potresti cortesemente indicarmi la toilette, ché ho un bisognino da espletare?

A roscio, si te fai ‘na riga ‘n mezzo pari ‘n gettone:

La tua capigliatura fulva, se ben acconciata, potrebbe renderti simile a un vecchio gettone telefonico.

Si ‘n’era ‘na scoreggia allora sta a comincià Ken il Gueriero:

Avete udito anche voi dei rumori molesti provenienti dal deretano di qualcheduno?

Vatte a ammazzà co’ ‘r gasse: tre-quattro bocchettate e nun ce pensi più:

Ti consiglio di togliere il disturbo al più presto

Te faccio passà ‘n mezzo a ‘n incrocio de schiaffi che nun sai manco a chi devi da’ ‘a precedenza:

Ti percuoterò pesantemente

I gusti so’ gusti, come diceva ‘r gatto che se leccava ‘r culo:

Rispetto la tua scelta, sebbene mi appaia quanto meno fuori luogo

Te ‘a residenza nun te la danno perchè c’hai ‘n culo fòri dar comune:

Il tuo posteriore non passa di certo inosservato.

Ovviamente non pretendo di esaurire in poche righe un argomento come il romanesco, ma nella prossima puntata vedremo una delle frasi più famose di questo dialetto. Indovinate quale?

Torna al menu

Lingue d’Italia – il romanesco – parte terza

La bellezza dei dialetti mi ha affascinato fin da piccolo. Essendomi spostato da Taranto a Napoli, capii subito, nonostante la giovane età, che il significato di alcune parole può cambiare in virtù del luogo in cui ti trovi.

Ad esempio, evitate di dire “pizza” a Taranto. Questo perché mentre in tutto il resto del mondo dicendolo si intende il prodotto gastronomico, nella città dei due mari intendiamo l’organo sessuale maschile. E quando si va in pizzeria, per evitare impicci, si dice “pizzella” o “focaccia”.

Come dicevo ne “Il romanesco – parte seconda”, in questa terza e ultima parte sul romanesco vorrei trattare una frase particolare, ma prima di arrivarci, una piccola premessa.

Una tra le principali caratteristiche del romanesco è la quasi totale mancanza di inibizioni linguistiche, cosa che lo rende estremamente ricco di termini e frasi particolarmente colorite, usate liberamente e senza ricorrere ad alcun tentativo di sostituzione con sinonimi o concetti equivalenti.

Se nell’uso della lingua non dialettale il ricorso al turpiloquio è generalmente causato da particolari situazioni e viene usato come valvola di scarico di uno stato di aggressività temporaneo, nel dialetto romanesco la parolaccia è parte integrante del normale dizionario, ed esiste quindi sempre e comunque.

Questa ricchezza di vocaboli e frasi scurrili e (solo apparentemente) offensivi, deriva verosimilmente da una tradizione linguistica della Roma papalina, in cui il popolano rozzo e incolto usava esprimersi con un linguaggio spontaneo e colorito (ma nobili e clero non parlavano molto diversamente: il film di Alberto Sordi “Il Marchese del Grillo” è fatto molto bene, in questo senso. Chi non ricorda: “Io so io, e voi nun sete un cazzo“?).

Nel romanesco la parolaccia, la sconcezza o la bestemmia (il “moccolo”) nella maggior parte dei casi prescinde assolutamente dal suo significato letterale o comunque offensivo e assume un senso comunemente accettato e riconosciuto.

Ad esempio, è del tutto normale che una madre richiami il figlio con un “vviè cqua, a fijo de ‘na mignotta!”. O incontrando una persona la si può salutare con un “Ahó, come stai? Possin’ammazzatte!”.

Il modo in cui viene pronunciato un vocabolo, unita all’uso dello stesso in un determinato contesto, magari, unendo un’adeguata mimica, può in qualche modo ampliare il significato di un vocabolo, come vedremo.

E infatti eccoci alla “classica” parolaccia romana, “li mortacci tua”, che assume significati diversi a seconda del tono e della mimica che si usano.

Chi siete?”. “Semo l’anima de li mortacci tua!”: la celebre scena del film di Monicelli “La Grande Guerra” racchiude tutta l’irriverenza e la forza comunicativa dell’espressione dialettale.

Un’espressione che, anche attraverso il cinema italiano è filtrata nella quotidianità con significati e usi fra i più disparati. L’offesa rivolta ai “mortacci” racchiude una varietà di usi e significati profonda, nota ai più: ma l’irriverente insulto conserva anche legami con il passato che oggi si dimenticano.

L’accusa, terribile, di discendere da parenti pessimi e spregevoli, è particolarmente significativa in una cultura come la nostra in cui, sin dai tempi dell’antichità, il culto dei defunti riveste un’importanza fondamentale.

Non esiste modo migliore di offendere qualcuno di quello di insultare i suoi parenti più cari: il romanesco, nella sua parlata colorita e travolgente, ha fatto propria questa “usanza” trasformandola in un vero e proprio intercalare con molteplici significati, alcuni dei quali niente affatto negativi.

Li mortacci tua” è soltanto uno dei modi con i quali è possibile sortire l’effetto desiderato: esistono numerose varianti dell’insulto, tra le quali la più curiosa (e forse ad oggi, in un’epoca in cui la comunicazione deve essere il più diretta ed incisiva possibile, meno usata) “li mortacci tua e de tu nonno ‘n cariola”. La colorita espressione ha una storia molto particolare, che affonda le radici nell’usanza, durante le epidemie, di depositare i morti su appositi letti chiamati “cariole”.

Questa pratica era soprattutto rivolta ai più poveri e a coloro che non avevano le risorse economiche per guadagnarsi una sepoltura dignitosa: un morto povero, ultimo degli ultimi.

Un’altra variante ancor meno usata è quella di offendere i “mortanguerieri”: oggetto dell’insulto questa volta non sono i defunti più prossimi, ma addirittura i lontani antenati morti anonimamente in battaglia, da “guerrieri” appunto.

Ma la frase non è solo offensiva.

Ad esempio, se si vuole esprimere meraviglia, dicendo: “Li mortacci tua, ma quanto hai vinto?”; oppure, sorpresa: “Li mortacci tua, ma ‘ndo sei stato?”; o anche rabbia: “Li mortacci tua, ma ch’hai fatto?”.

Si può spesso sentire esclamare un generico “Li mortacci!” o anche solo “mortacci!” in caso di qualcosa di inaspettato. In tutti questi casi la parolaccia diviene ininfluente, non è offensiva ma è un rafforzativo, l’equivalente di un punto esclamativo: “Li mortacci mia, quant’ho magnato!”.

La stessa parolaccia può avere significati negativi, tipo odio o dolore, se accompagnata da un aspetto del viso adeguato ma, in tutti i casi citati, la parolaccia non è rivolta tanto ad offendere gli antenati defunti del soggetto a cui è indirizzata quanto usata come locuzione generica rivolta alla persona stessa.

Il romanesco fa un uso della frase volgare quasi sempre in senso rafforzativo. Ad esempio, “bucio de culo” si può tradurre con “fortuna” (“Hai fatto 6 ar superenalotto? Che bucio de culo!”) o “fatica” (“Me so’ fatto un bucio de culo!”).

L’adulatore è un “leccaculo”, e l’individuo particolarmente sfrontato e dotato di faccia tosta e quindi privo di vergogna, ha la “faccia com’ er culo”.

Il romanesco, che non si preoccupa di cercare sinonimi per frasi “indecenti”, mostra di possedere invece una grande dose di fantasia nel trovare forme alternative a concetti sconci, che lasciano però inalterata l’immagine originaria; così, lo stesso significato della frase precedente viene illustrato da locuzioni come “fasse er bidè ar grugno”, “mettese ‘e mutanne ‘n faccia” o “soffiasse er naso caa cart’iggennica”. Sempre sullo stesso soggetto troviamo “pijà p’er culo” (prendere in giro), “arzasse cor culo all’insù” (svegliarsi di cattivo umore), “vàttel’ a pijà ‘nder culo” (come “va’ a morì ammazzato!”),“avecce er culo chiacchierato” (essere tacciato di omosessualità), e “rodimento de culo” (nervosismo, arrabbiatura).

Anche il termine “cazzo” viene usato soprattutto come rafforzativo in frasi esclamative (“ma che cazzo stai a fà!”), dove si esprime anche un accenno di disappunto, e un po’ meno nelle interrogative (“’ndo cazzo stai a annà?”  “dove vai?”).

Altro frequentissimo significato del vocabolo è quello di “assolutamente nulla” (“nun capisci ‘n cazzo!”, “nun me frega ‘n cazzo!”, ecc.). Varianti del termine sono la “cazzata”, col preciso significato, derivato dal precedente, di “sciocchezza”, “stupidaggine”, “roba di poco conto”, o alternativamente “menzogna”; “cazzaro”, chi fa o dice cazzate; “incazzatura” (arrabbiatura); “cazzone”, individuo stupido o insignificante.

L’espressione “E ‘sti cazzi?” indica il disinteresse, senza la “E” iniziale e l’interrogativo ha svariati usi – persino contraddittori- derivati dal contesto. Tale espressione viene spesso confusa da chi non è romano con l’esclamazione “sto cazzo!”, che invece esprime stupore, meraviglia; sia in senso reale sia, più frequentemente, in senso sarcastico.

Abbondante anche l’uso e le relative variazioni su “cojone”, propriamente individuo stupido e incapace, da cui “cojonà” (prendere in giro, con una sfumatura di significato meno forte di “pijà p’er culo”); “me cojoni!” (perbacco!, addirittura!, davvero!, usato per esprimere incredulità o meraviglia), “un par de cojoni” (assolutamente nulla); e l’esortazione “nu’ rompe li cojoni” rivolta a chi sta recando fastidio e disturbo al limite della sopportazione.

Persino la prostituzione è parte dell’intercalare (“fijo de ‘na mignotta” può raggiungere alti livelli di cultura col pasoliniano “fjodena”).

Ma per capire ancora un po’ il romanesco, vi propongo due sonetti, il primo di Giuseppe Gioachino Belli (1791-1863) e il secondo di Carlo Alberto Salustri, detto Trilussa (1871-1950).

IN VINO VERIBUS

Giuseppe Gioacchino Belli

Senti questa ch’è nnova. Oggi er curato

Ch’è vvenuto ar rifresco der battesimo,

Doppo unisci bbicchieri, ar dodiscesimo

Ch’er cervello je s’era ariscallato,

Ha ddetto: «Oh ccazzo! A un prete, perch’è nnato

In latino, è ppermesso er puttanesimo,

E ll’ammojjasse nò! Cquello medesimo

Che ppe un Grego è vvertú, ppe mmé è ppeccato!»

E sseguitava a ddí: «Cchi mme lo spiega

St’indovinello cqua? cchi lo pò ssciojje?

Nemmanco san Giuseppe co la sega.

Cosa sc’entra er parlà cquanno sse frega?

Che ddiferenza sc’è rriguardo a mmojje

Da la freggna latina a cquella grega?»

EL LEONE E ER CONIJO

Trilussa (Carlo Alberto Salustri)

Un povero Conijo umanitario

disse al Leone: — E fatte tajà l’ogna!

levete quel’artiji! È ‘na vergogna!

Io, come socialista, so’ contrario

a qualunque armamento che fa male

tanto a la pelle quanto a l’ideale.

 — Me le farò spuntà… — disse el Leone

pe’ fasse benvolé dar socialista:

e agnede difilato da un callista

incaricato de l’operazzione.

Quello pijò le forbice, e in du’ bòtte

je fece zompà l’ogna e bona notte.

 Ècchete che er Conijo, er giorno appresso,

ner vede un Lupo co’ l’Agnello in bocca

dette l’allarme: — Olà! Sotto a chi tocca! —

El Leone je chiese: — E ch’è successo?

— Corri! C’è un Lupo! Presto! Daje addosso!

— Eh! — dice —me dispiace, ma nun posso.

 Prima m’hai detto: levete l’artiji,

e mó me strilli: all’armi!… E come vôi

che s’improvisi un popolo d’eroi

dov’hanno predicato li coniji?

Adesso aspetta, caro mio; bisogna

che me dài tempo pe’ rimette l’ogna.

 Va’ tu dal Lupo. Faje perde er vizzio,

e a la più brutta spàccheje la testa

coll’ordine der giorno de protesta

ch’hai presentato all’urtimo comizzio…

— Ah, no! — disse er Conijo — Io so’ fratello

tanto del Lupo quanto de l’Agnello.

Chiudo la trilogia romanesca con un canto popolare, che da ragazzi, guidati dall’amico Sandro, detto “Er Granata”, cantavamo in osteria:

LA SOCIETA’ DEI MAGNACCIONI

(canzone popolare portata al successo da Gabriella Ferri e Lando Fiorini)

Fatece largo che passamo noi

sti giovanotti de’ sta Roma bella

semo ragazzi fatti cor pennello

e le ragazze famo innamora’

e le ragazze famo innamora’

Ma che ce frega ma che ce ‘mporta

se l’oste ar vino ci ha messo l’acqua

e noi je dimo e noi je famo

c’hai messo l’acqua

nun te pagamo ma pero’

noi semo quelli

che j’arrisponnemmo ‘n coro

e’ mejo er vino de li Castelli

de questa zozza societa’

E si per caso vi e’ er padron de casa

de botto te la chiede la pigione

e noi jarrispondemo a sor padrone

t’amo pagato e ‘n te pagamo piu’

t’amo pagato e ‘n te pagamo piu’

Che ce arifrega che ce arimporta

se l’oste ar vino ci ha messo l’acqua

e noi je dimo e noi je famo

c’hai messo l’acqua

nun te pagamo ma pero’

noi semo quelli

che j’arrisponnemmo ‘n coro

e’ mejo er vino de li Castelli

de questa zozza societa’

Ce piacciono li polli

li abbacchi e le galline

perche’ son senza spine

nun so’ come er baccala’

La societa’ dei magnaccioni

la societa’ della gioventu’

a noi ce piace de magna e beve

e nun ce piace de lavora’

Portace ‘nantro litro

che noi se lo bevemo

e poi jarrisponnemo

embe’ embe’ che c’e’

E quanno er vino embe’

c’arriva al gozzo embe’

ar gargarozzo embe’

ce fa ‘n figozzo embe’

pe falla corta pe falla breve

mio caro oste portace da beve

da beve da beve.

Torna al menu

Lingue d’Italia – l’emiliano-romagnolo – parte prima

Dopo il periodo “tarantino” e quello “campano”, finita la frequentazione della Nunziatella, andai a Modena, dove frequentai l’Accademia Militare. Dopo due anni, mi recai a Roma per la scuola di Applicazione. Poi fui trasferito a Merano, in provincia di Bolzano. Dopo poco più di due anni mi spostai a Budrio, in provincia di Bologna e poi, lasciato l’Esercito, andai a vivere a Forlì. In tutto, quindi, tra Emilia e Romagna (regioni ben distinte, come spiegherò oltre) ho trascorso ben 13 anni.

L’Emilia Romagna è composta dall’unione di due regioni storiche: l’Emilia, che comprende le province di Piacenza, Parma, Reggio Emilia, Modena, Ferrara e la maggior parte della città metropolitana di Bologna; la Romagna, che comprende le province di Ravenna, Forlì-Cesena, Rimini e i comuni della città metropolitana di Bologna situati a est del torrente Sillaro (Dozza, Imola, Mordano, Casalfiumanese, Borgo Tossignano, Fontanelice, Castel del Rio).

Le aree che costituiscono la regione attuale sono popolate fin da tempi remotissimi, e sono tanti i siti di interesse storico e culturale che si possono visitare sul suo territorio: il caso più famoso è quello del sito di Monte Poggiolo, presso Forlì, dove sono stati rinvenuti reperti di circa 800.000 anni fa.

L’Emilia Romagna è una regione dalle due anime: l’Emilia, terra di industria, agricoltura con la sua pianura sconfinata e quella aria apparentemente placida come l’acqua del grande fiume, dai colori tenui come le sue mattinate nebbiose; la Romagna, mecca del divertimento, colorata, sgargiante, rumorosa con i suoi personaggi ben descritti da Federico Fellini.

Anche i piatti sono icone dello stile di vita: in Emilia tortelli in brodo, piatto “lento”, adatto alle domeniche in famiglia; in Romagna c’è la piadina, dinamica, da gustare al volo in strada durante una serata con gli amici.

Il confine tra queste terre è labile.

Mi piace citare spesso un modo di dire romagnolo: “Se percorrendo la via Emilia ti fermi a chiedere da bere e ti danno dell’acqua, allora sei in Emilia, ma se ti danno del vino vuol dire che sei in Romagna”.

In queste pagine parlerò dei due dialetti, tenendo sempre presente che il piacentino, pur essendo un dialetto emiliano come il bolognese, sembra completamente diverso, così come sono differenti tra loro il ravennate e il riminese.

Questo perché capita spesso che gli accenti dialettali cambino a distanza di pochi chilometri all’interno dello stesso comune, figurarsi quando parliamo di una regione “lunga” come l’Emilia Romagna (da Piacenza a Riccione ci sono 260 chilometri!).

L’emiliano è una lingua romanza comprendente un gruppo di varietà linguistiche locali, dette anche dialetti, parlati nell’Italia Settentrionale. Nell’ambito accademico e nella letteratura scientifica italiani è sovente indicato come dialetto emiliano, essendo classificabile come “dialetto romanzo primario”, cioè sistema linguistico preesistente all’affermarsi di una lingua nazionale e subordinato all’italiano solo da un punto di vista sociolinguistico a fronte di un’origine latina comune. Tali varietà sono diffuse prevalentemente nella regione storica dell’Emilia, ma si estendono anche in territori circostanti di Lombardia, Piemonte, Toscana e Veneto.

Insieme al romagnolo, l’emiliano costituisce una delle due varietà della lingua emiliano-romagnola, appartenente al gruppo gallo-italico delle lingue romanze occidentali. Pertanto, come il francese, l’occitano ed il catalano presenta fenomeni fonetici e sintattici innovativi che lo distinguono dall’italiano, che appartiene invece al gruppo orientale delle lingue romanze.

I dialetti del gruppo emiliano presentano tratti comuni alle altre parlate dell’area gallo-italica, tra i quali i più caratteristici sono:

la caduta delle vocali finali diverse da “a”, probabilmente attraverso una fase di transizione che prevedeva lo schwa (ricordate?) in posizione finale, e il conseguente allungamento fonetico della vocale precedente, che può diventare complessa: bolognese mèder (madre), dutåur (dottore), âlber (albero);

l’esistenza di un sistema di particelle ad accompagnare il verbo, come nel piacentino lü al canta, lur i cantan (egli canta, essi cantano); modenese: me a sun andèe (sono andato);

il ricorso a forme pronominali atone a destra del verbo per la formazione della forma interrogativa: bolognese a sån (io sono) e såggna? (sono io?); piacentino a buùm (beviamo) e buùmia? (beviamo?); mirandolese at magn (mangi) e magn-at? (mangi?);

la presenza di vocali arrotondate tipiche delle parlate della zona romanza occidentale. In carrarese e in emiliano occidentale ve ne sono quattro: ä, ü, ö, å (in piacentino anche ë, vocale semimuta paragonabile alla cosiddetta “terza vocale piemontese”), in bolognese soltanto due (ä e å), in modenese una sola. Si confronti ad esempio il piacentino lümäga con il bolognese lumèga;

la presenza di suoni nasali alveolari (trascritti in bolognese con il segno grafico ń) come nel bolognese cuséń (cugino) o nasali velari come nel mirandolese mujàm (mollica), bòn (buono) o finàl (finale);

la formazione del plurale tramite un’alternanza vocalica: źnòć (ginocchio) e źnûć (ginocchia);

elisione delle vocali atone interne a sillabe finali in corrispondenza di parole inizianti per vocale: mirandolese I vènan da cla banda chè (vengono da questa parte) → I vèn’n a cà (vengono a casa); A gh’ò sédas pui (ho sedici polli) → A gh’ò séd’ś an (ho sedici anni) ma → A gh’ò daśdòt an (ho diciott’anni).

Più forte rispetto agli altri dialetti galloitalici è l’indebolimento delle sillabe atone, che spesso tendono ad un grado di apofonia di tipo zero, seppur con nette variazioni da un dialetto all’altro: bolognese śbdèl (ospedale), bdòć (pidocchio), e dscårrer (discorrere, usato nell’accezione di parlare), ma piacentino uspedäl, piöc’ e discùr.

Un esempio sinottico da una frase di Fedro:

Italiano:

“Il corvo aveva rubato da una finestra un pezzo di formaggio; appollaiato sulla cima di un albero, era pronto a mangiarselo, quando la volpe lo vide; era davvero affamata”;

Bolognese:

“Al côrv l’avêva rubè da una fnèstra un pzulén ed furmâi; apugè in vàtta a un âlber, l’êra drî par magnèrel, quand la våulp al le vésst; l’avêva pròpi una gran sghéssa”;

Ferrarese:

“Al còrav l’eva rubà da na fnèstra un còn ad furmaj; pugià ad sóra n’àrbul, l’era pront par magnàrsal, quànd la vòlp al l’ha vist; la gh’eva purasà fam”;

Piacentino

“Al cròv l’äva rubä da ‘na finestra (anche: fnestra) un toch ad furmäi; pugiä insima (anche: insüma) a una pianta (anche: un ärbul), l’era lé (anche: lì) par mangiäl, quand la vulp al l’ha vist; la gh’äva dabon fam a bota (anche: a bota fam)”;

Parmigiano:

“Al cornaciò l’äva robè da ‘na fnéstra un tòch äd formàj; pozè insimma a ‘na pianta, l’éra lì lì par magnärsol/magnärsel, quand la volpa l’al vèdda; la gh’äva fama dabón”;

Modenese:

“Na curnàçia négra l’ìva purtèe via da óna fnèstra un pcòun ed furmàj; pugèda inséma a óna piànta, l’éra pròunta per magnèrsel, quànd la vólpa la-l’ha vésta; la gh’ìva ‘na fàm òrba”.

Ora vediamo alcune parole in emiliano: per fare ciò, mi concentrerò un po’ di più su Bologna, in cui ho vissuto e che conosco abbastanza bene.

Bologna è circondata da viali alberati che fanno il giro intorno al centro storico: ogni via d’accesso è solitamente preceduta da una Porta. Le dieci Porte della città che si incontrano percorrendo la circonvallazione furono incastonate fino a poco più di un secolo fa nella cosiddetta “terza cerchia’, progettata e tracciata nei primi decenni del Duecento e demolita all’inizio del Novecento.

Porta Castiglione, Porta Santo Stefano, Porta Maggiore, Porta San Vitale, Porta San Donato, Porta Mascarella, Porta Galliera, Porta Lame, Porta San Felice e Porta Saragozza (Porta Sant’lsaia e Porta San Mamolo non esistono più fisicamente) sono quindi quanto resta della cinta che per sette secoli avvolse la città conferendole una forma stabile.

La lingua cittadina ha un che di brioso e impertinente, ma negli ultimi anni ha preso molti suoni dall’italiano vero e proprio (si diceva Bulåggna, quasi con la e al posto della prima a, al tempo dei miei trascorsi bolognesi; adesso si sente più Bulagnna).

In emiliano, la negazione non si esprime con il “non”, ma con la parola “brisa”: non c’è pane = an ghè brisa pan.

L’inno degli emiliani è “soccmèl”. E si usa in tanti modi, come si capisce ad esempio in: “Ho vinto un milione di euro” “Soccmèl, che cul!”, o in: “Mi si è rotta la macchina” “Soccmèl che sfiga!”.

Sócc’mel è l’abbreviazione di “sócc’mel mo’ bän”, che è un’incitazione alla fellatio, praticamente. È molto più frequente sentire l’italianizzato “soccia”. C’è da dire che ha perso qualsivoglia implicazione sessuale, e lo dicono tutti, a qualunque ceto sociale appartengano e qualunque sia la situazione.

Altre parole, italianizzate ma derivate dal dialetto, sono: rusco (non ho MAI sentito nessuno dire “immondizia” o “spazzatura”); dare il tiro, frase che manda in crisi tutti i fuorisede e che significa “aprire il portone o il cancello mediante dispositivo elettrico situato su una pulsantiera”; cinno, che letteralmente significa “bambino” ma che può essere utilizzato anche come “moccioso”.

Oppure arzdòra (o arzdoura), che è la tipica massaia emiliana, che prepara la sfoglia, i tortellini e bada la casa. Donna dedicata alla famiglia e alla vita quotidiana, colei che vi lancerà i mattarelli in testa se le direte che i suoi piatti sono scevdi (che vuol dire insipidi).

Vèz, letteralmente “vecchio” è un intercalare dal duplice significato. In senso positivo, vuol dire “vecchio mio”, “caro amico”. Tra sodali non è insolito iniziare le frasi con un “Vèz”. Questo termine viene utilizzato spesso, in maniera negativa, anche per riprendere qualcuno, magari prima che la combini grossa.

Avere la “pilla” indica uno stato di temporanea o permanente opulenza e disponibilità economica, mentre la “pluma” significa essere al verde, o meglio avere solo quella lanuggine che si deposita negli angoli delle tasche vuote dei pantaloni.

Intortare vuol dire circuire, ammansire, conquistare la fiducia di una persona per secondi fini. Di solito riferito anche al corteggiamento, ma in senso assolutamente fallimentare. Il termine deriva dalle operazioni di guarnitura finale dei grandi dolci: un abbellimento esteriore, che però non si mangia e nasconde la sostanza. Esempio: “Eh, quello ha cercato di intortarla, ma lei non ne ha voluto sapere”.

Il ciappino è il termine che indica un qualsiasi artefatto costruito utilizzando improvvisazione e strumenti di fortuna. Una costruzione di risulta, frutto dell’ingegno emiliano e adatta all’unico scopo di risolvere una situazione contingente. Spesso “ciappino” è utilizzato come sinonimo di espediente, di escamotage, una soluzione non ortodossa, ma che risolve il problema.

E infine “bazza”. Indica un affare poco trasparente, ma di sicura convenienza. Può riguardare occasioni sulla rete come l’acquisto sottobanco di “pezzi” per il proprio ciclomotore, così come l’ingresso in un locale perché in combutta con il titolare. Esempio: “Ma sei riuscito a entrare?” “Sì, c’ho la bazza con il buttafuori!”.

Ma non pensate che la conoscenza di pochi vocaboli possa aiutarvi qualora vi doveste trovare in un bar in via Mazzini alle dieci di sera, chiedendo un’indicazione ad un paio di vecchietti bolognesi. Lì, neanche il traduttore simultaneo di Star Trek vi aiuterebbe!

Torna al menu

Lingue d’Italia – l’emiliano-romagnolo – parte seconda

Mi sono sempre piaciuti gli spettacoli teatrali, soprattutto quelli “leggeri”. Ai tempi in cui abitavo a Napoli andavo spesso al teatro Sancarluccio, nel quartiere Chiaia, dove avevano debuttato, tra gli altri, Massimo Troisi e Vincenzo Salemme.

Arrivato a Forlì, nel ‘98, mi accorsi che esisteva una tradizione teatrale non indifferente, basti pensare che uno degli attori più famosi in città era anche Direttore di una filiale di banca!

Negli anni romagnoli ho assistito a parecchi spettacoli teatrali, con Giuseppe Giacobazzi e Paolo Cevoli (resi celebri da Zelig), con Fabio De Luigi, che per un periodo è stato anche mio cliente (questa la racconterò poi), ma soprattutto con Ivano Marescotti.

Questo attore romagnolo (del ravennate) aveva una caratteristica particolare, che a me piaceva molto. Recitava in dialetto, anzi, aveva avviato, a Conselice, in provincia di Ravenna, proprio un programma di recupero del dialetto. Spettacoli spassosissimi, che mi hanno fatto imparare un sacco di parole.

Certo, sapere una parola in romagnolo è una cosa, pronunciarla è ben altra!

Il dialetto romagnolo è un dialetto della lingua emiliano-romagnola parlato in Romagna e nella Repubblica di San Marino; è caratterizzato da un forte rilievo delle consonanti nelle parole e da una notevole moltiplicazione dei suoni vocalici, rispetto all’italiano, che ne ha solo 7.

Linguisticamente, il centro è rappresentato dalla zona di Forlì e Faenza.

Sono dialetti romagnoli anche quelli di parte delle Marche e della Repubblica di San Marino, ad esempio il Montefeltrino e il Sammarinese che possono essere considerati a tutti gli effetti varianti del dialetto romagnolo, comprese le parlate di buona parte delle località della provincia di Pesaro e Urbino settentrionale. Altre località a lingua romagnola sono la città di Imola che si trova al confine della provincia di Bologna e alcuni paesi della provincia di Ferrara confinanti con la provincia di Ravenna.

Il dialetto romagnolo parlato in Romagna ha antiche origini neolatine; vi si rivelavano evidenti influenze della lingua celtica ed influssi delle parlate germaniche e dei Franchi.

Il fatto storico che gli conferì i caratteri distintivi fu il lungo isolamento politico della Romagna, durante il periodo dell’Esarcato a Ravenna. Esso assunse così la sua specificità rispetto ai dialetti del resto della zona padana sotto il dominio longobardo.

Parlata ricca di consonanti, dove le vocali a volte compaiono nel minimo indispensabile per rendere pronunciabili le parole (scièn per cristiano, sgnòr per signore), il romagnolo deve questa caratteristica alla colonizzazione gallica, che già dalla fine del V secolo a.C., contribuì a creare in Romagna una base linguistica sostanzialmente omogenea.

Un altro degli elementi di spicco del romagnolo, anche questo di chiara matrice gallica, è la forte accentuazione che tronca le vocali finali (parsòt per prosciutto, candlòt per candelotto, piat per piatto). Gallicismi sono anche certi suoni nasali come vén per vino, pèn per pane.

Esistono delle parole in romagnolo che esistono solo in romagnolo. Vediamone qualcuna.

Patacca. Questa è forse la più famosa delle parole romagnole. Significa “minchione”, “sciocco”. Ma bastano questi due significati per tradurre il termine “patacca”?

“Sburon” (“sborone”). Se dovessi tradurre la parola significherebbe qualcosa come “esibizionista, sbruffone”. Ma se invece dovessi trovare l’etimologia, ecco, ehm, lasciamo perdere.

“Valà”. Tecnicamente sono due parole “va” e “là”. Questa parola riesce a distruggere qualunque ragionamento, offesa o teoria. Mandando l’interlocutore in un non meglio definito “là”.

La pie” o pida” (“piadina” o “piada”). Questa parola la capiscono tutti. Buona come in Romagna non si trova da nessuna parte.

“Cutvegna”. Anche questa tecnicamente è più di una parola, e si tradurrebbe come “che ti venisse” (un colpo).

“Inciciuì” o inzurlì” (“inciciuito” o “inzurlito”). Letteralmente significherebbe “diventato come un chiurlo”, qualcosa che in italiano trova corrispondenza nella parola “allocchito”.

“Burdél”. Termine che chiunque sia stato in Romagna conosce. Viene usato come sinonimo di “ragazzo”. Ma forse non tutti sanno che in realtà deriva da un tardo latino “burdus” che significa mulo. Il mulo è un incrocio fra un asino e una cavalla, un ibrido. Un bastardo. Infatti, il vero significato di burdél è proprio ”bastardo”. E infatti la prossima parola è…

“Bastérd”. Il termine “bastardo” esiste in tutte le lingue. Ma l’uso che se ne fa in romagnolo è del tutto singolare. In alcune zone vengono chiamati “bastérd” bambini e ragazzini.

“Svarnaza”. Termine di uso comune che significa disordinato, sfaticato.

“Amarcord”. Grazie a Federico Fellini tutto il mondo ha conosciuto la parola “Amarcord” che tecnicamente poi non è una sola parola (“a m’arcord”, “io mi ricordo”).

Ciò (con la “o” chiusa) vuol dire tutto e non vuol dire niente. All’inizio di una frase mette l’interlocutore sul chi vive. Se però viene messo dopo “oi” (“Oi, ciò”) non saprei proprio come tradurlo.

Se qualcuno ti dà del “cosp” letteralmente ti sta dicendo che sei uno zoccolo. Un cospo è un affare brutto e duro. Proprio come la persona a cui si vuole dare questo nome.

“Invurnì”. Un invornito è uno stordito, un intontito, un addormentato.

“Òscia”. Letteralmente “ostia”, a volte declinato al plurale “osci”. Non è un augurio di andare nella nota località del litorale romano, ma una esclamazione che ricorda sempre l’ambivalente rapporto del romagnolo con la sfera del sacro.

“Ciabòt”. Gran confusione. Risuona un desueto termine francese “jabotage”, che significa cicaleccio. Perché il francese non è altro che il romagnolo con qualche “avec”.

La parola più bella del romagnolo secondo me è “invell”. Viene dal latino “ubi velles” e vuol dire “da nessuna parte”. Per me ha una forza unica. “Dut ci andéd?” “Invell” (Dove sei andato? Da nessuna parte). Meraviglioso.

Vediamo ora qualche modo di dire romagnolo.

Ad zcador= Che prurito!

T’é una testa com una mazzola = Hai una testa come una mazzola cioè la gallinella di mare: il pesce con la fronte spiovente. Si dice a una persona che non capisce niente

Tci un bdôch arfàt!!! = Sei un pidocchio rifatto, cioè in basso stavi ma ora che ti sei elevato sappiamo comunque da dove vieni

Smanè la vèggia = Andiamo a casa

Bartavela = Cerniera dei pantaloni

Sportina = Sacchetto della spesa

Ma sa fet a posta? = Ma fate apposta?

Te sta zet, che tci ancoura un murgantoun = Stai zitto che sei ancora un bambino piccolo con il  al naso

Sghéttli = Solletico

Zudrinel = Cetriolo

Fata roba! = Che roba!

Tan vid un prìt tlá nìva! = Non vedi un prete (vestito di nero) in mezzo alla neve (bianca)…per dire che ci vede poco

Tam fe muri = Mi fai morire (dal ridere)

Se l’ignurenza la avesse agli eli ma te it d’area da magne’ sla sfrombla = se l’ignoranza avesse le ali e te ti darebbero da mangiare con la fionda

Oz a sò strach s-cent = Stanco morto

I furb i scriv, e i pataca i lez = I furbi scrivono e i patacca leggono.

An so miga e fiol de pori sugameni: Non sono mica figlio dei poveri …

Un s’fa un fòss senza do rivi: Non si fa un fosso senza due rive (La colpa non è mai da una parte sola).

Piotòst che nient l’è mei piotòst: Piuttosto che niente è meglio piuttosto

T’vu insgnì e gat a rapè so?: Vuoi insegnare al gatto ad arrampicarsi? (Si usa quando si vuole fare capire una cosa che si da per scontato di saper fare).

Un’s’coi un stèch: Non si raccoglie un bastone (Detto quando non si combina niente)

Se ci bon tal vì da par tè: Se sei capace lo vedi da solo.

Poch’osi in tla malètta: Poche ossa nello scroto (Esortazione alla chiarezza, un invito a non sofisticare il contesto con elementi estranei).

U j è da spatachès la fàza!: C’è da divertirsi come i matti!

E fa set pas soura una preda: Fa sette passi sopra ad una pietra; riferito ad una persona opulenta o che dimostra lentezza nel fare le cose

E vo fè set quadret con una pida: Vuole ottenere sette quadretti da una piadina; riferito ad persona che vuole eccedere nel fare

Prèima u’t cheva gli occ, e pò u’t ven ad onz al pustoini: Prima ti toglie gli occhi, e poi ritorna per ungerti le cavità degli occhi; dicasi di persona che, dopo un litigio, cerca di rimediare all’accaduto

L’è mei avèi e coul sèn sotta i calzoun rot che i calzoun sèn soura e coul rot: È meglio avere il culo sano sotto i calzoni rotti che i calzoni sani sopra il culo rotto.

I bajoc i fa andè ènca l’acqua d’in sô: I soldi fanno persino andare l’acqua verso l’alto.

Un basta avèi rasòn, e bsogna ch’i t’la dèga: Non basta avere ragione, bisogna che te la riconoscano.

S’am met a fè e’ caplèr la zenta la nèss senza la testa: Se mi metto a fare il cappellaio la gente nasce senza testa.

La pida s’e parsot la pis un po’ m’a tot: La piadina col prosciutto piace un po’ a tutti.

L’aqua la fa la rozna: L’acqua fa la ruggine (Si dice per invitare a bere il vino).

Strinzìv e cul e tnì bòta!: Stringete il culo e tenete duro!

T’vu che un nespol e fèza i fig?: Vuoi che un nespolo faccia i fichi? (Si dice per le cose impossibili).

T’vu fè la scurezza pio grosa de coul: Vuoi fare la scoreggia più grossa del culo (equivale a “vuoi fare il passo più lungo della gamba”).

T’ci in tla scheina de buratèl: Sei sulla schiena dell’anguilla (sei in bilico).

Consiglio, per farsi una cultura, il gruppo facebook “Spataccati la faccia“.

Dalla prossima volta vedremo un altro dialetto… indovinate quale?

Torna al menu

Lingue d’Italia – il lombardo – parte prima

Piazza del Duomo. Totò e Peppino sono alla ricerca di Marisa, la ballerina fidanzata del nipote. Hanno appena discusso sulla bellezza del grandioso monumento davanti ai loro occhi (per Totò si tratta della Scala di Milano…).

Totò: “Ma tu ci credi? ‘Sto paese è così grande che io non mi raccapezzo.”

Peppino: “Ma come si fa?”

Totò: “Bisognerebbe trovare qualcuno, che so? per sapere l’indirizzo di questa Marisa Florian…”

Peppino: “Domandiamo a quel militare là.” (indicando un vigile urbano)

Totò: “A quello? Ma che, sei pazzo? Quello dev’essere un generale austriaco, non lo vedi?”

Peppino: “E va bene… Siamo alleati!”

Totò: “Siamo alleati?”

Peppino: “Eh!”

Totò: “Già, è vero: siamo alleati.”

Peppino: “Siamo alleati.”

Totò: “Andiamo.” (Totò prende per mano Peppino e vanno insieme dal vigile, quindi si rivolge  a quest’ultimo) “Excuse me!”

Peppino: “Ahi!” (Totò gli ha pestato un piede)

(Totò a Peppino):  “E scansati!”;  (sempre Totò al vigile) “Scusi, lei è di qua?”

Vigile: “Dica.”

Totò: “È di qua?”

Vigile: “Si, sono di qua. Perchè, m’ha ciapa’ per un tedesco?”

Totò: “Ah! E’ tedesco?” (Totò rivolto verso Peppino) “Te l’avevo detto io che era tedesco…”

Peppino:  “Ah… E allora come si fa?”

Totò: “Eh, ci parlo io.”

Peppino:  (Con aria scettica) “Perchè, tu parli…”

Totò: “Ho avuto un amico prigioniero in Germania. Non m’interrompere, se no perdo il filo.” (Al vigile) “Dunque, excuse me, bitte schòn… Noio” (Totò indica sè e Peppino)

Vigile: “Se ghe?”

(Totò a Peppino): “Ha capito!”

Peppino: “Che ha detto?”

(Totò a Peppino):  “Dopo ti spiego.” (Al vigile):  “Noio… volevam… volevàn savoir… l’indiriss…ja..”

Vigile: “Eh, ma bisogna che parliate l’italiano, perchè io non vi capisco.”

Totò: “Parla italiano?” (Totò a Peppino): “Parla italiano!”

Peppino: (Al vigile) “Complimenti!”

Totò: “Complimenti! Parla italiano: bravo!”

Vigile: “Ma scusate, dove vi credevate di essere? Siamo a Milano qua!”

Totò: “Appunto, lo so. Dunque: noi vogliamo sapere, per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare?  Sa, è una semplice informazione…”

Vigile: “Sentite…”

Totò e Peppino insieme: “Signorsì, signore.”

Vigile: “… se volete andare al manicomio…”

Totò e Peppino sempre insieme: “Sissignore.”

Vigile: “… vi accompagno io.”

Totò e Peppino sempre insieme: “Sissignore!”

Il vigile li saluta, ma prima di allontanarsi: “Ma guarda un po’ che roba! Ma da dove venite voi, dalla Val Brembana?”

Chiosa di Totò:  “Non ha capito una parola!”

“Noio volevàn savuàr” è una delle frasi più citate della storia del cinema italiano e rappresenta bene l’imbarazzo che avevano nel comunicare i contadini meridionali quando andavano al Nord Italia.

Milano oggi è una città enorme, cosmopolita e che accoglie tante culture e lingue diverse: ormai è così normale sentire parlare inglese agli angoli delle strade che quasi ci si stupisce quando qualcuno ci si rivolge in milanese.

Io sono a Milano ormai da tre anni e qualche parola la capisco, ma di parlare non se ne parla (scusate il gioco di parole) perché per me, di matrice greca, è troppo difficile pronunciare il lombardo.

Il milanese, o meglio il meneghino, deve il suo nome dal diminutivo di Domenico (Menego) e tradizionalmente andava ad indicare la lingua parlata dai domestici (che erano chiamati appunto “dominici”) ed era quindi associato alla lingua di chi serviva, del popolo, e di chi in generale non era istruito abbastanza da saper usare il latino o l’italiano.

È però un po’ ingiusto relegare il milanese a “lingua di serie b” perché, vi sembrerà strano pensarlo, in realtà il dialetto di Milano, esattamente come le migliaia di altri dialetti che si parlano in Italia, è una lingua a tutti gli effetti che non c’entra quasi nulla con l’italiano.

Immaginate infatti il milanese come un insieme di parole che testimoniano la storia della città: pur avendo radici nel latino, il meneghino risente dell’influenza delle lingue parlate da tutti quelli che, nel corso dei secoli, hanno governato la città. È per questo che sono presenti anche parole che derivano dal gallico, gotico, longobardo, francese, spagnolo e austriaco.

Vediamo qualche esempio.

Te du nagott

L’espressione “te du nagott” (non ti do nulla) forse riuscirebbe a capirla (con qualche difficoltà) addirittura Cicerone! Deriva infatti dal latino “tibi do nec guttam” che letteralmente può essere tradotto come  “non ti do neppure una goccia” e veniva usato per dire proprio “non ti do nulla”!

Arimo!

Un altro aneddoto divertente lo si può trovare addirittura nei modi di dire dei bambini: capitava, infatti, tra bambini, di chiedere una pausa dal gioco urlando “arimo”. Anche questo modo di dire deriva dal latino e stranamente ha un’origine abbastanza tetra: affonda infatti le sue radici nell’espressione “arae mortis”, che andava ad indicare gli altari che si erigevano nell’antica Roma per onorare i caduti una volta finita la guerra.

L’è sord come ona tapa

vuol dire “è sordo come una campana”. L’espressione deriva dallo spagnolo “estar sordo come una tapia”, dove tapia indica una specie di capanna a cono fatta di paglia e fango, la cui forma ricorda molto quella di una campana, usata secoli fa dai carbonari per le loro riunioni. Queste tapie erano inaccessibili ai rumori e quindi “sorde”.

Mangià el pan di san Galdin

San Galdino, vescovo di Milano dal 1166 al 1176, era particolarmente amato dal popolo milanese perché dedicava moltissimo tempo all’assistenza dei bisognosi e dei carcerati, ai quali portava il pane avanzato. Da qui l’espressione è diventata un modo per indicare qualcuno che è in prigione.

Sarebbe sicuramente bello se anche i più giovani avessero un’idea di quella lingua un po’ strana, con quei suoni così diversi dall’italiano, che i signori anziani ogni tanto parlano. Al giorno d’oggi, tuttavia, il meneghino è parlato solo dal 2% della popolazione di Milano e il rischio che scompaia è molto alto: ciononostante, i milanesi ultimamente stanno cercando di “armarsi” contro questa lenta sparizione.

Vediamo altre parole meneghine:

Bauscia

“Ti te capisset na gòt perché te see on bauscia” cioè “Tu non capisci niente perché sei uno sbruffone.”

Trumbùn

“Ti te see no on omm ch’el var na gòt perchè te se no on politich ma on trombon”, cioè “Tu sei un uomo che non vale niente perché non sei un politico ma un trombone (politicante di bassa levatura).”

Casciabàl

“Vun ch’el dis on sacch de parol inutil a l’é on casciaball”, “Colui che dice un sacco di parole inutili è un cacciaballe.”

Epiteto riservato ai giornalisti, che letteralmente significa “racconta palle”, ma è inteso in modo molto amichevole.

Tajapan

“Hoo cognossuu on tajapan che el diseva on sacch de stupidad su la gent che eren minga vera” , cioè “Ho conosciuto un tale che diceva un sacco di stupidate sulla gente che non erano mica vere.”

Menarròst

“Una persona che la continua a seguì on argument in manera petulanta l’è on menarost”, cioè “Una persona che insiste petulante su un argomento è un gran noioso.”

Peipiatt

“El poliziott a l’è on amis ch’ el faa el sò lavorà contra i cattiv e l’è, con affett, on peepiat”, cioè “Il poliziotto, quell’amico che fa il suo mestiere di lavorare contro i cattivi, è detto con affetto “piedipiatti”.”

Slandra

“Ona pòvera dòna che per necessità la dev batt el marciapè l’è ona slandra.”

Certo di non aver esaurito l’argomento, vi do un consiglio: se per caso vi trovate in Piazza Duomo e vedete un “ghisa” (dal cappello a cilindro alto e grigio che i vigili portavano nel 1860 e che ricordava i tubi di ghisa di certe stufe), non provate a dire “Noio vulevon savuàr”, perché loro, ormai difficilmente ci cascano, e vi potrebbero rispondere “se volete andare al manicomio, vi accompagno io!”

Torna al menu

Lingue d’Italia – il lombardo – parte seconda

Due anni fa circa, mentre ero in giro per cercare casa, capitai a Cesano Maderno, comune di circa 39.000 abitanti della provincia di Monza e Brianza, in Lombardia.

Mentre aspettavo un amico davanti a un bar, c’erano quattro cesanesi, di età assai varia, dal più vecchio che avrà avuto una settantina di anni al più giovane che ne aveva una trentina, che parlavano in dialetto.

Visto che sono curioso, mi avvicinai e con orrore scoprii che non capivo neanche una parola!

In quel momento mi resi conto di come il dialetto non è solo la cadenza, ma soprattutto il vocabolario e i modi di dire, ma anche la grammatica e la fonetica.

Possiamo dividere i dialetti lombardi in due grandi sottogruppi:

  • Il lombardo occidentale, parlato in Lombardia a ovest dell’Adda, in alcune zone del Piemonte, in Svizzera in tutto il Canton Ticino e in alcune valli del Canton Grigioni e nella provincia di Milano, di Monza e della Brianza, di Lodi, di Como, di Varese, di Sondrio, di Lecco (non in Valle San Martino dove è parlato il bergamasco), oltre che in alcune zone della provincia di Cremona (non il distretto cremasco dove si parla un dialetto di tipo lombardo orientale) e nella parte settentrionale della provincia di Pavia;
  • Il lombardo orientale, parlato in Lombardia a est dell’Adda e in alcune zone del Trentino-Alto Adige e nelle province di Brescia e Bergamo, nelle zone settentrionali delle province di Mantova e Cremona, e nei comuni lecchesi della Valle San Martino. Viene parlato anche nelle zone occidentali della provincia di Trento.

Una differenza sostanziale tra la Lombardia occidentale e la Lombardia orientale è data anche dal fatto che mentre a oriente non è riuscito ad agire linguisticamente un polo accentratore, a occidente lo sviluppo e la fortuna letteraria di Milano hanno contaminato moltissimo, condizionando dall’esterno sia le parlate appartenenti alla varietà lombardo – prealpina, sia quelle appartenenti alla varietà basso-lombarda, specie all’interno dell’entità idrogeografica posta tra il fiume Ticino e il fiume Adda, chiamata tradizionalmente Insubria, e soprattutto tra i poli urbani di Varese, Como e la bassa milanese.

Un’influenza, seppur blanda, del milanese si è fatta sentire, a est dell’Adda, solo nella zona di Treviglio e dell’Isola (Bassa Bergamasca), nonché nel cremasco e nel cremonese più occidentali.

La diffusione geografica del lombardo, considerando tutte le sue varianti territoriali essenzialmente omogenee tra di loro, rispecchia quindi solo parzialmente i confini amministrativi della moderna regione Lombardia.

L’area linguistica attuale è infatti sovrapponibile agli antichi confini medievali del Ducato di Milano, che fino al 1426 aveva un’estensione grossomodo compresa tra i corsi dei fiumi Sesia e Adige e che anche dopo la cessione dei territori orientali (province di Bergamo e Brescia) alla Repubblica di Venezia, di quelli più occidentali (provincia di Novara e del Verbano – Cusio – Ossola) al Regno di Sardegna nonché di quelli settentrionali (Canton Ticino) alla Svizzera ha continuato comunque ad esercitare una forte influenza culturale su di essi, lingua parlata compresa.

La lingua lombarda a partire dal XIX secolo ha iniziato a subire un processo di italianizzazione, ovvero un mutamento che ha portato gradualmente il suo lessico, la sua fonologia, la sua morfologia e la sua sintassi ad avvicinarsi a quelle della lingua italiana.

Esempi di italianizzazione della lingua lombarda sono il passaggio da “becchée” a “macelâr” per esprimere il concetto di “macellaio”, da “bonaman” a “mancia” per “mancia”, da “tegnöra” a “pipistrèl” per “pipistrello” e da “erbiùn” a “pisèi” per “piselli”.

Ma sono comunque mantenute parole di origine celtica, latina o greca.

Secondo alcune fonti, lemmi derivanti dal celtico sarebbero “rüsca” (da rusk, in italiano “buccia”, “corteccia”, “scorza”), “ciapà” (da hapà, cioè “prendere”), “cavagna” (da kavagna, “cesta”), “forèst” (da fforest, cioè “selvatico”, “selvaggio”, “che viene da fuori”), “bugnón” (da bunia, in italiano “rigonfiamento”, “foruncolo”, “bubbone”).

Forse anche il nome del capoluogo lombardo deriva dal celtico, infatti “Medhelan”, che significa “terra fertile” e che sarebbe poi diventato Mediolanum in epoca romana; ma anche “leukos”, che significa “bosco” e che sarebbe poi diventato Lecco, e la Brianza, che deriverebbe il suo nome dal celtico “brig”, che significa “area elevata”, nonché il nome del fiume Olona, che sarebbe collegato alla radice celtica ol-, che significa “grande”, “valido” in riferimento all’utilizzo delle sue acque. Sono probabilmente di origine celtica i toponimi lombardi che terminano in –one, -ano, -ago, -ate come Gallarate, Vimodrone, Melegnano, Crescenzago, Segrate, e così via.

Dato che il latino volgare era ricco di lemmi derivanti dal greco antico, la lingua lombarda possiede molte parole che derivano da quest’ultimo idioma come, ad esempio, cadrega (dal greco κάθεδρα, “càthedra”, cioè “seggio”, “scranno”, “sedia”).

Sono invece un numero nettamente superiore i lemmi che derivano dalla lingua latina. Alcuni vocaboli lombardi di derivazione latina che non hanno il corrispettivo nella lingua italiana, dove infatti hanno un’altra etimologia, sono tósa (da tonsam, “ragazza”), michètta (da micam, è il tipico pane milanese), quadrèll (da quadrellum, “mattone”), slèppa (da alapa, “sberla”, “grande fetta”), stralùsc (da extra lux, “lampo”, “bagliore”), resgió (da rectorem, “capofamiglia”, “anziano saggio”), arimòrtis o àrimo (da arae mortis oppure da alea morta est; come raccontavo in “Lingue d’Italia – il lombardo – parte prima”, modo dire utilizzato dai bambini lombardi per sospendere un gioco prendendosi una pausa.

L’espressione usata per far riprendere il gioco è invece arivivis, che deriva dal latino alea viva est), incœu (da hinc hodie, “oggi”), pèrsich o pèrsegh (da persicum, “pesca”), erborín (da herbulam, “prezzemolo”), erbión (da herbilium, “pisello”), pàlta (da paltam, “fango”), morigioeù (da muriculum, “topolino”), loeùva (da lobam, “pannocchia di granoturco”), sgagnà (da ganeare, “pannocchia di granoturco”), sidèll (da sitellum, “secchio”), gibóll (da gibbum, “ammaccatura”), prestinee (da pristinum, “panettiere”).

Un modo di dire in lingua lombarda derivante dal latino, come dicevo nel già citato articolo è “te doo nagòtt” (da tibi do nec guttam, letteralmente “non ti do neanche una goccia”, che significa “non ti do niente”).

Ovviamente la Lombardia ha visto anche altri popoli, come il resto d’Italia, varcare i propri confini, quindi ha vocaboli che derivano dal francese, come, ad esempio, rebellott (da rebellion, “confusione”), clèr (da éclair, “saracinesca”), articiòch (da artichaut, “carciofo”), paltò (da paletot, “cappotto”), fránch (da francs, “soldi”) dal tedesco, come sgurà (“lavare con energia”, “tirare a lucido”), baùscia (da bauschen, “gonfiarsi”, “sbruffone”), sgnàppa (da schnaps, “grappa”), dall’inglese, come fòlber o fòlbal (da footbal, “gioco del calcio”), sguángia (da sgweng, “donna di facili costumi”), brùmm e brumìsta (da brougham, e significano, rispettivamente, “carrozza” e “vetturino”) e dallo spagnolo, come scarligà (da escarligar, “inciampare”), locch (da loco, “teppista”, “stupido”), tarlùcch (da tarugo, “pezzo di legno”, “duro di comprendonio”).

Chiudo questa seconda parte sul lombardo con un paio di modi di dire:

“Pöta da ostér, caala da malghéss, aca da urtulana, porca da mulenér, lassàghele a chi gh’j-à.” che significa “Ragazza da osteria, cavalla da malghese (proprietari di greggi di pecore da latte), mucca da ortolana, porca del mugnaio, meglio lasciarle ai loro padroni.”, praticamente un invito a stare al proprio posto;

“I dòne balòse i pèla i póe sènsa fàle usà.”, cioè “Le donne furbe spennano le galline senza farle urlare” che ha il chiaro significato di “circuiscono senza farsene accorgere”.

Potrei andare avanti per pagine e pagine, ma come dico sempre, io vi ispiro, tocca a voi andare a cercare!

Chiuso con il lumbard, e avendo parlato di tutti i dialetti da me conosciuti per aver vissuto nei luoghi dove quei dialetti si parlano, nelle prossime puntate di “Lingue d’Italia” andrò a sfiorare quei dialetti da me solo appena conosciuti, come il piemontese, il siciliano, il veneto e il toscano. A prèst!

Torna al menu

 

Annunci

2 pensieri riguardo “Lingue d’Italia – Raccolta completa

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...