I piccoli angeli

I collegamenti tra gli avvenimenti di cronaca sono sottili, ma a volte è facile coglierne subito il nesso. Ad esempio, leggendo le notizie ho appreso che oggi è morto un ex parlamentare italiano, Giuseppe Zamberletti, “padre” della Protezione civile italiana.

In occasione del terremoto del 1976 in Friuli, Zamberletti fu nominato Commissario Straordinario per assicurare il coordinamento dei soccorsi. Nel 1980, a seguito del terremoto abbattutosi sulla Campania e la Basilicata, la sua esperienza di Commissario Straordinario si ripeté.

L’esperienza maturata lo portò al convincimento che le calamità, sia naturali che legate all’attività dell’uomo, non potevano essere fronteggiate soltanto con una attività di mero soccorso, ma potevano essere previste, prevenute e mitigate nei loro effetti mediante l’operatività stabile di una struttura creata ad hoc.

Così nel 1981 fu incaricato dal presidente della Repubblica, Sandro Pertini, di predisporre, quale alto commissario, gli strumenti organizzativi della nuova Protezione civile, e nel 1982, nominato ministro per il coordinamento della Protezione civile, diventò Capo del Dipartimento appena creato.

Ma ci fu un episodio che più dei succitati fu un volano importante per la creazione della Protezione Civile, ed è collegato ad un fatto accaduto in questi giorni in Spagna. Quell’episodio è rimasto così impresso a quelli della mia generazione che non abbiamo non potuto notare la coincidenza.

Nel giugno del 1981 la famiglia Rampi stava trascorrendo alcuni giorni di vacanza nella zona tra Roma e Frascati.

Il piccolo Alfredo, 6 anni, era a passeggio con il padre ed alcuni amici nelle campagne del circondario, quando ad un certo punto il padre si accorse di averlo perso di vista.

Allertarono immediatamente le forze dell’ordine e iniziarono le ricerche. Tra le aree ispezionate c’era un terreno dove erano in corso dei lavori per la costruzione di una casa. Nei pressi, un pozzo artesiano.

Questo è un pozzo perforato per captare una falda acquifera sotterranea che, scorrendo attraverso uno strato permeabile, inclinato o piegato, compreso tra due strati impermeabili, è in pressione. Per effetto di questa, l’acqua sale nel pozzo a un’altezza variabile in dipendenza della compressione degli strati, delle perdite di carico del flusso, delle condizioni fisiche del mezzo permeabile e così via.

Inizialmente il pozzo fu escluso, perché l’ingresso era coperto da una lamiera. Poco dopo però, un agente di polizia insisté nel voler ispezionare il pozzo e, infilandoci la testa, sentì i lamenti di Alfredino. Si scoprì poi che il proprietario del terreno aveva ricoperto il buco dopo che il bimbo vi era già caduto, senza immaginare che Alfredino fosse all’interno. La sera del 10 giugno iniziarono quindi le operazioni per salvarlo.

I soccorsi si rivelarono immediatamente molto complessi: l’imboccatura del pozzo era larga solamente 28 cm e la galleria era profonda 80 metri, con pareti molto irregolari. La lampada che venne calata all’interno rivelò che il bimbo era fermo a una profondità di circa 36 metri, bloccato da una rientranza.

Il primo tentativo fu disastroso: si calò una tavoletta di legno, ma si incastrò a un terzo della distanza da Alfredino e la corda a cui era legata si spezzò. Quindi, c’era anche un’ostruzione in più nella galleria.

La Rai arrivò durante la notte e proprio grazie alla strumentazione dell’azienda televisiva si riuscì a comunicare col piccolo.

Un gruppo di speleologi del Soccorso Alpino provò due volte a rimuovere la tavoletta, ma entrambi i tentativi fallirono. Si decise dunque di scavare un tunnel a L per arrivare al bambino dal fianco, ma il terreno era molto difficile da perforare.

Alfredino aveva sonno e sete, inoltre aveva una cardiopatia, per la quale avrebbe dovuto essere operato da lì a poco.

La Rai iniziò una diretta televisiva, che tenne davanti alla televisione milioni di italiani, in apprensione per le sorti del piccolo.

Mentre si provava a salvarlo, le condizioni del bambino iniziarono a peggiorare. Dalla mattina del 12 giugno Alfredino smise di dare segni di vita. Era passato un giorno e mezzo.

La sera si completò la perforazione del tunnel, con una beffa imprevista: forse a causa delle vibrazioni del terreno, il piccolo era scivolato ancora più giù, a circa 60 metri.

A quel punto si fece avanti un volontario: il sardo 37enne Alfredo Licheri, di professione fattorino, che si offrì volontario per farsi calare nel pozzo.

“Mi sono presentato e ho detto: io vengo da Roma, se possibile vorrei rendermi utile. Pastorelli (allora capo dei vigili del fuoco di Roma, ndr) mi chiese: lei soffre di qualcosa? Ha mai avuto… Senta (lo interruppi), non mi dica nulla, mi lasci solo scendere”.

Alle 23 e 50 di venerdì 12 giugno Angelo Licheri viene calato nel cunicolo. 

“Appena sceso ho toccato le mani del bambino, con un dito gli ho pulito la bocca e poi gli occhi per farglieli aprire, però lui è rimasto così (immobile), rantolava”.

Per il piccolo era il secondo giorno di prigionia nelle profondità di quel pozzo a 60 metri dalla superficie.

“Parlavo e lavoravo per liberare la mano per poter infilare l’imbracatura: “Quando usciamo di qui ti compro una bicicletta – gli promettevo – i miei bambini ce l’hanno, giocherete insieme”.

“Quando era pronto ho intimato: ‘tiratemi su!’. Loro hanno dato uno strattone e il moschettone si è sganciato, allora ho provato a prenderlo sotto le ascelle ma anche allora davano degli strattoni impossibili. Alla fine ho provato a tirarlo dai polsi. Ho sentito “track”, lui neanche si è lamentato. Gli ho spezzato il polso sinistro. Mi sono quasi sentito in colpa. Ho fatto l’ultimo tentativo, l’ho preso per l’indumento, ma è caduto. Alla fine ho mandato un bacio e sono salito su”.

Ricordo benissimo tutti e 45 i minuti dell’immersione di Licheri in quel maledetto pozzo, con l’allora Presidente Pertini tra le persone che pregavano per la salvezza di Alfredino.

Altri volontari vennero calati nel pozzo ma nessuno riuscì nell’impresa. L’ultimo, uno speleologo, raggiunse il bambino all’alba del 13 giugno e ne constatò la morte. Il suo corpo verrà poi recuperato l’11 luglio, un mese dopo la caduta.

Dopo l’incidente di Vermicino la Rai finì alla gogna per quella diretta di 72 ore culminata con la morte di un bambino, mentre la magistratura avviò un’inchiesta volta ad accertare la dinamica dello strano incidente che aveva portato un bambino di sei anni 60 metri sottoterra.

Anziché il frutto di responsabilità colpose dei proprietari del pozzo (imprudenza) o dei soccorritori (imperizia), o addirittura di responsabilità dolose di ignoti, la morte di Alfredino è stata probabilmente (e tale è comunque oggi la “verità giudiziaria”) una tragica fatalità.

Come si sperava non ne accadessero più, fino alla tragica storia del piccolo Julen a Totalán, una località vicino a Malaga, nel sud della Spagna.

Purtroppo le fatalità, gli incidenti, le disgrazie, accadono. Ma è un nostro preciso dovere fare il possibile perché non accadano mai.

8 pensieri riguardo “I piccoli angeli

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