Storia, magistra vitae – Sovversione – parte prima

Ci sono due tipi di film che preferisco guardare: quelli di fantascienza e le commedie. Ma non disdegno gli altri generi, come quelli di azione o i thriller.

Lo scorso anno mi è capitato di vedere un film con Jennifer Lawrence, premio Oscar come migliore attrice nel film del 2012 “Il lato positivo”, anche nota per aver interpretato il personaggio di Mystica nella saga degli “X-Men” (2011-2019) e di Katniss Everdeen nella saga di “Hunger Games” (2012-2015).

Il film si chiama “Red Sparrow” ed è la trasposizione cinematografica del romanzo “Nome in codice: Diva” scritto dall’ex agente della CIA Jason Matthews.

Dominika Egorova, ex-prima ballerina del Bol’šoj la cui carriera è stata tragicamente interrotta, viene arruolata con un ricatto in una delle scuole statali per Sparrow, una branca del SVR che trasforma giovani uomini e donne in letali e seducenti assassini.

Dopo aver affrontato un duro e umiliante addestramento, a Dominika viene assegnato il suo primo incarico da Sparrow. Il suo obiettivo è Nathaniel Nash, un ufficiale della CIA che gestisce una talpa ad alto livello nelle gerarchie russe. I due cadono in una spirale di attrazione e inganno che minaccia le loro carriere, la loro fedeltà e la sicurezza di entrambe le nazioni.

Con il Russiagate allo scoperto e la controversa politica, interna e internazionale, di Putin, un film come “Red Sparrow” non può che essere visto come un’operazione volta a sancire ufficialmente il ritorno della Guerra Fredda, combattuta apertamente anche attraverso strumenti di largo consumo come il cinema.

Con una differenza sostanziale. Neanche le pellicole americane più esplicitamente di propaganda, prodotte durante la fase più acuta della guerra psicologica e spionistica tra Stati Uniti e Unione Sovietica, sono mai state così spudorate come questo film. Un’immagine così diffamatoria e stereotipata della Russia non ha eguali neanche nelle descrizioni tipizzate di certo cinema commerciale hollywoodiano di stampo reaganiano.

Ma quanto è importante la propaganda? E quanto lo era nel periodo denominato “guerra fredda”?

Giovane lettore, ti darò una notizia che ti sconvolgerà. Sui libri di scuola ti hanno insegnato che la guerra fredda era la contrapposizione tra le due superpotenze vincitrici dalla seconda guerra mondiale: gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica.

Ebbene, non è così. O, meglio, non è tutto vero quello che hai letto. Facciamo perciò un passo indietro e capiamo cosa accadde alla fine della seconda guerra mondiale.

Nel giugno del 1944, quasi un anno dopo la resa italiana, le forze alleate attuarono l’operazione Overlord, ovvero lo sbarco in Normandia. La Francia venne liberata in poche settimane; mentre le forze sovietiche, occupata la Polonia, avanzavano fino a Berlino.

Per questioni legate alla spartizione del potere (e dei territori delle nazioni sconfitte), il clima internazionale si deteriorò rapidamente e gli americani si persuasero dell’impossibilità di un accordo durevole. Al posto del multilateralismo si affermò il bilateralismo Est-Ovest.

I sovietici divennero sempre più reticenti e sempre più ostili rispetto ad ogni ipotesi americana di collaborazione. Il distacco tra Urss ed USA era, inoltre, approfondito dal modo in cui si era conclusa la guerra contro il Giappone, cioè il lancio della bomba atomica da parte degli americani.

L’altra novità di fondo rispetto ai rapporti sovietico-americani fu l’affiorare della questione nucleare. Da anni alcune delle maggiori potenze (Germania, GB, USA, URSS) avevano ingaggiato una gara serrata per la conquista del primato nucleare e gli americani giunsero per primi sul traguardo.

In pochi mesi dalla fine del conflitto, dunque, si era creato un profondo senso di diffidenza reciproca tra i vincitori.

La nascita di due “campi” contrapposti provocò il cambiamento delle regole delle relazioni internazionali. Esisteva un sistema tendenzialmente bipolare. Le due grandi potenze soltanto avevano la forza necessaria per condurre sino in fondo uno scontro militare; avevano il potere politico per interferire praticamente nell’ambito dei rispettivi sistemi; guidavano blocchi economici sostanzialmente omogenei. Guidavano due imperi di genere nuovo legati da una potente affinità ideologica.

Si attribuì alla contesa la definizione di “Guerra Fredda”, per definire lo stato delle relazioni tra USA e URSS, che viveva una lotta combattuta con mezzi pacifici ma con una virulenza, anche propagandistica, tale da suscitare l’impressione che il conflitto potesse definirsi come una “guerra”.

Ma definire così il periodo storico che va dal secondo dopoguerra alla caduta del muro di Berlino (1989) è semplicistico e ingannevole. Le relazioni tra le due superpotenze non furono un continuum conflittuale ma rapporti complessi caratterizzati da fasi diverse.

Mentre gli americani portavano avanti la loro propaganda politica, ideologica e militare, non potevano sospettare di avere di fronte un’organizzazione talmente lucida da pianificare la vittoria su un periodo di tempo praticamente infinito.

CIA e KGB, espressioni di intelligence delle due superpotenze, ad esempio, avevano degli “infiltrati” in giro per il mondo, sia per condizionare la politica locale sia per raccogliere informazioni. Non c’erano solo spie russe sparse per il mondo, ma anche americane che con le loro azioni hanno causato, specialmente in Africa o in Sudamerica, colpi di stato al fine di portare alcuni Stati nella propria sfera di influenza.

Ma l’intelligence sovietica dedicava solo una piccola parte dei propri sforzi a quelle operazioni. Il grosso dello sforzo era legato alla raccolta e all’utilizzo a proprio favore delle informazioni.

Quando l’Unione Sovietica voleva distruggere un paese, lo attaccava militarmente solo come ultima ratio. La sua arma preferita era la propaganda sovversiva.

Non a caso un testo che la scuola del KGB e le accademie militari sovietiche ritenevano assolutamente fondamentale, era il libro “L’arte della guerra” di Sun Tzu, che non è un’opera letteraria, bensì un manuale militare contenente regole su come condurre una guerra vittoriosa nell’antica Cina. In pratica:

“in caso di guerra l’importante è vincere e vince solo chi sa pianificare in modo che quando si scende in campo si ottenga il massimo profitto nel minor tempo possibile, meglio se senza combattere o con perdite minime.”

La prossima volta vedremo come si è combattuta la Guerra Fredda da quel lato della “cortina” e chi è stato il personaggio che ce lo ha spiegato.

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