Storia, magistra vitae – Sovversione – parte seconda

Qualche anno fa, un buontempone ha partecipato, insieme ad alcuni ristoratori, alla creazione su TripAdvisor del profilo di un locale inesistente, il “Ristorante Scaletta”. Il fantomatico locale, nel giro di un mese, ha rapidamente “scalato” la classifica dei migliori ristoranti del posto.

L’intento era scrivere una serie di recensioni, tutte estremamente positive, appositamente per vedere se sarebbero state pubblicate e se da parte del portale ci sarebbero stati almeno dei minimi controlli, sia sulla reale esistenza del ristorante sia sulla attendibilità delle recensioni, tutte stranamente positive.

Ma evidentemente non c’è stato nessun tipo di controllo. Sarebbe bastato davvero poco per accorgersi che l’indirizzo del “Ristorante Scaletta” era inesistente, mentre il numero di telefono corrispondeva a un vecchio numero della Polizia municipale.

Pochi mesi fa anche a Londra hanno fatto lo stesso esperimento per provare la stessa cosa, e ci sono riusciti!

Qual è il motivo per cui non si controllano certe cose? Forse i cosiddetti “Big Data” sono troppo “big”? O forse non notiamo più se una notizia è vera o falsa?

Negli ultimi tempi con l’espressione “fake news” sono stati indicati fenomeni molto diversi tra loro: errori di stampa, bufale, teorie complottiste, concetti satirici utilizzati impropriamente come fonti giornalistiche, la diffusione di notizie non verificate, la propaganda politica, le informazioni false lanciate da siti messi on-line per generare profitti da click-baiting.

Recentemente il termine è stato oggetto di dibattito, ed è stato proposto l’abbandono del suo uso, soprattutto alla luce di dichiarazioni di importanti figure politiche che hanno impiegato il termine al fine di attaccare la stampa associata, giudicata come avversa e parziale nei confronti degli stessi.

Ma le “fake news” non sono una cosa recente. Certo, con l’avvento di Internet, soprattutto con la condivisione dei social media, è aumentata esponenzialmente anche la diffusione di notizie false. Ma queste esistevano da quando esistono le notizie, quelle vere.

Uno degli esempi più famosi di fake news risale al 1814, in pieno periodo napoleonico, quando un uomo vestito da ufficiale si presentò in una locanda a Dover e dichiarò la sconfitta e la conseguente morte del personaggio più importante di quegli anni: Napoleone. La notizia arrivò velocemente a Londra, sebbene essa fosse priva di certezze.

All’apertura della Borsa molti azionisti si precipitarono a investire convinti del fatto che Napoleone fosse ormai defunto, lasciando così il trono ai Borbone. Molto presto, però, si scoprì che era stato tutto frutto di una menzogna, elaborata, presumibilmente per ragioni politiche. Nel frattempo, sei persone avevano già venduto i propri titoli governativi per più di un milione di sterline, e i ritenuti colpevoli furono condannati.

Sebbene si tratti di una fonte storica di molti anni fa, è possibile capire come una semplice notizia falsa, diffusa tramite una lettera, abbia causato una confusione tale da mandare in arresto la borsa valori inglese più importante.

Un altro esempio storico di fake news è stato il caso della trasmissione radiofonica “La guerra dei mondi” di Orson Welles del 1938.

Chiaramente, quando devi indirizzare una guerra, l’utilizzo delle informazioni risulta fondamentale.

L’inganno militare risale alla storia antica. “L’arte della guerra”, come raccontavo in “Storia, magistra vitae – Sovversione – parte prima”, metteva grande enfasi su tale tattica.

La disinformazione e gli inganni visivi furono usati durante la Prima guerra mondiale ed ebbero grande importanza anche nella Seconda. Nella programmazione dello sbarco in Normandia, nel 1944, gli Alleati misero in atto uno dei più grandi inganni della storia militare, l’operazione Bodyguard, che li aiutò a cogliere perfettamente di sorpresa i nemici.

Esempi se ne potrebbero fare tantissimi. E chiaramente, più progredisce la tecnica, più progrediscono le tattiche contrarie. “Fatta la legge, trovato l’inganno”, si dice.

Ma per capire se un piano funziona, bisogna metterlo alla prova. E alcune volte non c’è il tempo per fare degli “esperimenti”.

Chi aveva ben chiaro cosa fare, negli anni della cosiddetta “Guerra fredda”, era il KGB. Come faccio ad affermarlo? Seguitemi.

Se voi trovaste un filmato del passato, dove una persona racconta di un’operazione in corso da decenni, instaurata per rovesciare non un regime, ma un’intera società, e ascoltandolo oggi, vi rendeste conto che molte cose contenute in quel filmato si sono effettivamente verificate, ci credereste?

È quello che è accaduto a me, grazie al suggerimento del mio amico Manuel, andandomi a vedere un video del 1983.

Ma prima vi devo raccontare una storia.

Yuri Alexandrovich Bezmenov nacque in un paese a 19 km dal centro di Mosca nel 1939. Figlio di un alto ufficiale dell’esercito sovietico, all’età di diciassette anni entrò nell’Istituto di lingue orientali, una parte dell’Università statale di Mosca che era sotto il controllo diretto del KGB e del Comitato Centrale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica.

Oltre alle lingue, studiò storia, letteratura e musica, diventando un esperto di cultura indiana. Durante il secondo anno, Bezmenov si era così immedesimato nella sua “parte”, che gli insegnanti lo incoraggiarono a continuare, poiché i diplomati di quella scuola venivano poi impiegati come diplomatici, giornalisti stranieri o spie.

Come tutti gli studenti sovietici, seguì un addestramento militare obbligatorio nel quale gli fu insegnato come usare la strategia in guerra e come interrogare i prigionieri.

Dopo essersi laureato, nel 1963, Bezmenov trascorse due anni in India come traduttore e come addetto alle pubbliche relazioni presso la “Soviet Refineries Constructions”, che costruiva raffinerie in India.

Due anni dopo, tornò a Mosca per lavorare come giornalista presso la “Novosti”, agenzia di informazione, al dipartimento “Pubblicazioni politiche”; lì scoprì che circa i tre quarti degli impiegati di Novosti erano in realtà ufficiali del KGB.

Dopo il praticantato, tornò in India e, pur mantenendo l’incarico di giornalista, iniziò la sua attività di spionaggio, passando informazioni all’URSS.

Seguì una rapida promozione e gli fu assegnato l’incarico di addetto stampa sovietico e agente per le pubbliche relazioni per il KGB. Nello stesso anno, una direttiva segreta del Comitato Centrale del PCUS aprì un nuovo dipartimento segreto in tutte le ambasciate dell’Unione Sovietica di tutto il mondo, chiamato “Gruppo di ricerca e contro-propaganda”. Bezmenov ne divenne vicedirettore, e raccolse informazioni riguardo quasi tutti i cittadini influenti o politicamente significativi dell’India.

Bezmenov dichiarò di essere stato anche istruito a non perdere tempo con la sinistra idealista, poiché questi si sarebbero disillusi e amareggiati quando avrebbero realizzato la vera natura del comunismo sovietico.

Fu incoraggiato a reclutare agenti occulti, cercando tra i conservatori affermati, tra i ricchi registi, tra gli intellettuali dei circoli accademici. In quel periodo, notando che il sistema sovietico era spietato, Bezmenov iniziò a pianificare la diserzione.

Nel febbraio 1970, Bezmenov si mise un abito hippie, con tanto di barba e parrucca, e, unitosi a un gruppo di turisti, fuggì ad Atene. Dopo aver contattato l’ambasciata americana ed essere stato sottoposto a lunghi interrogatori dall’intelligence USA, a Bezmenov fu concesso l’asilo in Canada.

Dopo aver studiato scienze politiche presso l’Università di Toronto per due anni, Bezmenov fu assunto dalla Canadian Broadcasting Corporation nel 1972, curando programmi televisivi sull’Unione Sovietica. Nel 1976, Bezmenov lasciò la CBC e iniziò il giornalismo free-lance.

Morì a Windsor, in Ontario, nel 1993. La prossima volta vedremo cosa spiegò Bezmenov in un’intervista rilasciata a G. Edward Griffin e soprattutto durante una lezione che tenne in un’università di Los Angeles.

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