Applarӧ

Una delle cose più divertenti quando si va all’IKEA, oltre al furto della matita e del metro (alzi la mano chi non li ha sottratti, con senso di colpa più o meno grande), per me è leggere i nomi degli oggetti.

Ce ne sono di veramente assurdi, anche se il criterio è stato svelato: le librerie hanno nomi di persona, nomi comuni (“Expedit”, che era uno scaffale, significa negoziante, o il macinaspezie si chiama Kryddig, che in svedese significa “speziato”) o nomi propri. Mobili e attrezzi da giardino hanno di solito nomi geografici scandinavi; i tappeti hanno nomi di città; lenzuola e cuscini hanno denominazioni che derivano dal mondo botanico.

Credo che tutti sappiano che cos’è l’IKEA, ma per quei tre o quattro che lo ignorassero, vi racconto la sua storia.

Ingvar Kamprad (1926-2018), appena diplomatosi, ebbe dal padre una piccola somma di denaro come premio per gli studi portati brillantemente a termine, così aprì una piccola attività di vendita per corrispondenza di articoli di uso quotidiano: penne, fiammiferi, orologi, bustine di semi e decorazioni.

La chiamò IKEA, dalle iniziali del suo fondatore e di Elmtaryd e Agunnaryd, la fattoria e il villaggio svedese di nascita di Ingvar.

Nel 1950 i mobili entrarono a fare parte dell’assortimento e nel 1951 venne realizzato il primo catalogo: una pubblicazione di 16 pagine con illustrazioni dei vari prodotti disponibili; un segno distintivo da questo momento per l’azienda.

Dalla fine degli anni ’50 IKEA iniziò a specializzarsi gradualmente in mobili e complementi d’arredo sviluppando un proprio assortimento esclusivo, fornendo articoli di design a prezzi vantaggiosi e accessibili alla maggior parte della popolazione.

Nel decennio successivo iniziò l’espansione all’estero, dapprima nei paesi scandinavi, poi, negli anni ’70 in tutto il mondo.

E i nomi? Poiché Ingvar era dislessico e aveva difficoltà a ricordare i codici dei prodotti ebbe l’idea di associare a ogni mobile oggetti familiari a cui fosse in grado di risalire.

L’azienda è comunque molto nota perché ti fornisce i mobili smontati e quindi quando arrivi a casa, imprecando, te li devi montare da solo. Proprio perché il cliente finale, con questa storia del montaggio, entra nel processo produttivo, io credo che la matita e il metro siano quanto meno meritati.

A parte le battute, leggevo che pochi giorni fa l’Ikea ha lanciato la possibilità di affittare, anziché vendere, i complementi d’arredo che realizza.

Trampolino di lancio sarà la Svizzera che testerà nei prossimi mesi questa nuova formula. Il meccanismo, del resto, è semplice: scegli i mobili da noleggiare e una volta terminato il periodo concordato puoi restituire il prodotto procedendo a un nuovo prestito. Nell’intervista rilasciata al giornale americano, Torbjorn Loof, amministratore delegato di Inter Ikea, ha sottolineato che la misura vuole anche combattere gli sprechi e contribuire a un futuro più sostenibile:

“Invece di buttare via i prodotti usati possiamo rimetterli a nuovo per riproporli quindi sul mercato. Allunghiamo, cioè, la loro vita”.

Io invece la penso diversamente.

Io credo che la nostra società, così com’è strutturata, stia marcendo. Come può funzionare se la gente è messa talmente male da dover noleggiare i mobili?

Questa crisi ha origine nel passato: pur di vendere oggetti che una volta erano inutili, le società commerciali si inventano sempre nuove forme: sconti, credito, noleggio; quale la prossima?

Siamo considerati solo per ciò che possediamo.

La vita media si è allungata (nella società occidentale), l’accessibilità alle cure mediche è superiore che in passato, c’è più benessere, certo, ma il circolo vizioso che si è innescato, guadagnare per possedere e possedere per guadagnare, non è quello che immaginavamo da piccoli.

Papa Francesco, pochi giorni fa, era ad Abu Dhabi, ed insieme all’ imam di Al-Azhar, Ahmad Muhammad Al-Tayyib, ha firmato un documento, il “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”.

“[…] tra le più importanti cause della crisi del mondo moderno vi siano una coscienza umana anestetizzata e l’allontanamento dai valori religiosi, nonché il predominio dell’individualismo e delle filosofie materialistiche che divinizzano l’uomo e mettono i valori mondani e materiali al posto dei principi supremi e trascendenti […] Tutto ciò contribuisce a diffondere una sensazione generale di frustrazione, di solitudine e di disperazione, conducendo molti a cadere o nel vortice dell’estremismo ateo e agnostico, oppure nell’integralismo religioso, nell’estremismo e nel fondamentalismo cieco, portando così altre persone ad arrendersi a forme di dipendenza e di autodistruzione individuale e collettiva”.

Ci stiamo autodistruggendo?

2 pensieri riguardo “Applarӧ

  1. Ci stiamo autodistruggendo, ma non da ieri.
    “Fin da quando Adamo e Eva mangiarono la mela, l’uomo non si è mai astenuto dal compiere qualunque follia di cui fosse capace” dice la Storia del mondo in epitome (a uso delle scuole elementari di Marte) di Bertrand Russell.

    Piace a 2 people

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...