Storia, magistra vitae – Norma Cossetto

L’incontro vede immediatamente i due pugili scambiarsi colpi al centro del ring il primo round. Benvenuti sfrutta l’allungo, Griffith preferisce la corta distanza. Il primo round è di studio. Nel secondo round, a sorpresa, Benvenuti atterra Griffith che si rialza prontamente. Benvenuti si aggiudica anche la terza ripresa. La quarta ripresa è invece equilibrata. Nella tornata successiva è Benvenuti ad andare al tappeto; si rialza già al “cinque” dell’arbitro. Le riprese centrali si alternano con grande equilibrio, e i pugili se le dividono equamente. Nella dodicesima, tredicesima e quattordicesima ripresa Griffith accusa della stanchezza e lo sfidante si aggiudica le riprese. Nell’ultimo round Griffith cerca di ribaltare le sorti del match, ma Benvenuti imbriglia la sua azione, conscio di essere vicino al successo. Al termine dell’incontro vengono letti i cartellini: trionfa Nino Benvenuti con 10 riprese vinte su 15 secondo due dei tre giudici, e 9 secondo il terzo.

Giovanni Benvenuti, detto Nino, campione olimpico nel 1960, campione mondiale dei Pesi superwelter tra il 1965 e il 1966, campione mondiale dei Pesi medi tra il 1967 e il 1970, è stato uno dei migliori pugili italiani di tutti i tempi.

Nacque a Isola d’Istria il 26 aprile 1938, e come tanti suoi compaesani, nel 1943 non se la passò bene. Come Norma Cossetto.

Norma nacque il 17 maggio del 1920 nella frazione istriana di Santa Domenica di Visinada, nei pressi di Pola, e scomparve dopo essere stata prelevata dagli insorti istriani nel caotico settembre del 1943. Due mesi dopo, in dicembre, il suo corpo fu estratto dalla foiba di Surani, vicino ad Antignana/Tinjan nell’Istria centrale, assieme ad altri 25 corpi.

Norma era una studentessa universitaria in procinto di laurearsi, ma aveva già svolto incarichi di supplenza nei licei, per questo alla sua riesumazione fu qualificata come professoressa. La data della morte viene stimata nella notte tra il 4 ed il 5 ottobre del 1943.

Cerchiamo di capire cosa accadde in quei giorni.

Il 1943 è l’anno della svolta della seconda guerra mondiale. Sul fronte orientale inizia la controffensiva dell’Armata Rossa, che vince la lunga e difficile battaglia di Stalingrado. Nello scacchiere meridionale si ha, nel maggio di quell’anno, la capitolazione definitiva delle truppe italo-tedesche in Africa.

Immediatamente dopo, gli Alleati sbarcano in Sicilia.

In Italia, gli scioperi del marzo 1943, il bombardamento di Roma del luglio e la caduta, nello stesso mese, del fascismo, fanno precipitare la situazione. Il paese è al tracollo, la guerra è persa su ogni fronte e l’Italia si arrende: il 3 settembre viene stipulato l’armistizio con gli Alleati. Verrà divulgato il successivo 8 settembre.

25 luglio e 8 settembre 1943 sono due date cruciali nella storia d’Italia. Nella notte tra il 24 e il 25 luglio il Gran Consiglio del Fascismo approva con 19 voti favorevoli, 7 contrari e 1 astenuto, l’ordine del giorno presentato da Dino Grandi che esautora Mussolini dalle funzioni di capo del governo.

Poche ore dopo l’ormai ex duce è fatto arrestare e imprigionare dal re Vittorio Emanuele III. Il 25 luglio segna dunque la data della fine del fascismo come forma istituzionale e regime legittimo.

Il maresciallo Pietro Badoglio, nominato dal re capo del governo lo stesso 25 luglio, si affretta a reprimere gli entusiasmi popolari e annuncia alla nazione che “la guerra continua”:

“Italiani! Per ordine di Sua Maestà il Re e Imperatore assumo il Governo militare del Paese, con pieni poteri. La guerra continua. L’Italia, duramente colpita nelle sue provincie invase, nelle sue città distrutte, mantiene fede alla parola data, gelosa custode delle sue millenarie tradizioni. Si serrino le file attorno a Sua Maestà il Re e Imperatore, immagine vivente della Patria, esempio per tutti. La consegna ricevuta è chiara e precisa: sarà scrupolosamente eseguita, e chiunque si illuda di poterne intralciare il normale svolgimento, o tenti turbare l’ordine pubblico, sarà inesorabilmente colpito. Viva l’Italia. Viva il Re”.

Il 3 settembre, a Cassibile, in Sicilia, Italia e Alleati anglo-americani firmano un armistizio, noto come “armistizio breve”. A nome di Badoglio, ancora a Roma, firma il generale Giuseppe Castellano; per gli Alleati è invece presente il generale Walter Bedell Smith. Le clausole dell’armistizio breve, che sarà seguito, il 29 settembre 1943, dall’“armistizio lungo”, prevedono in realtà la resa incondizionata dell’Italia.

La sera dell’8 settembre 1943, tocca nuovamente al maresciallo Badoglio, leggere alla radio un proclama che annuncia al paese l’armistizio tra Italia e Alleati. L’accordo viene reso noto solo dopo pesanti pressioni da parte anglo-americana: gli Alleati, infatti, pretendono che il governo italiano smetta di tergiversare e annunci la resa dell’Italia, e di conseguenza circa un’ora prima del proclama badogliano la notizia dell’armistizio è diffusa dalla radio alleata di Algeri.

Il proclama di Badoglio, volutamente ambiguo sull’atteggiamento da tenere nei confronti degli ex alleati tedeschi, è probabilmente uno dei testi più noti ed emblematici della storia nazionale.

“Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane.

La richiesta è stata accolta.

Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo.

Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza.”

Badoglio giocò la sua partita doppia pensando che fossero i tedeschi così ingenui da lasciarsi prendere in giro. Questi con quella “infausta comunicazione” (la definizione è di Umberto I di Savoia) “la guerra continua” non avrebbero dato molta credibilità alla “volontà” italiana di proseguire la guerra e avrebbero senz’altro preparato le rappresaglie. Cosa che fecero.

Rendeva inoltre diffidenti quelli che dovevano diventare i nuovi “alleati”; questi con quella frase potevano ritenere che non era né Mussolini né il “fascismo” ad aver voluto la guerra ma bensì l’intero popolo italiano che ora voleva continuarla. Tutti davano la colpa agli italiani plagiati da Mussolini di aver voluto e aver iniziato la guerra, ed ora? Anche senza Mussolini, la guerra proseguiva?

Il popolo nel frattempo non aveva ancora capito proprio nulla. Qualcuno si mise a festeggiare che era caduto Mussolini quindi il fascismo. Del resto, quando cade l’uomo di un regime, cade anche il suo sistema. Ma poi riflettendoci, videro nuovamente ai vertici gli uomini che dal fascismo avevano avuto tutto, titoli, onori e averi (e Badoglio era uno di questi).

Che c’entra in tutto questo l’Istria? Torniamo indietro di qualche secolo.

Giulio Cesare fondò, dopo Trieste (Tergeste), le colonie di Pola (Pietas Julia) e Parenzo (Julia Parentium); Augusto portò i confini dell’Istria fino al Quarnaro e creò le Decima Regio Venetia et Histria, che si espandeva dall’Oglio all’Arsa e dalle Alpi al Po.

Nel VI secolo d.C. le orde barbariche arrivarono anche nella X Regio romana. Gli istriani si rifugiarono sulle isole della costa. Sorsero Isola, Capodistria, Pirano, Rovigno che furono collegate alla costa con ponti e istmi.

Dall’800 iniziò l’espansione veneziana, prima contrastata anche dai feudi germanici e dal patriarcato di Aquileia; poi Venezia si affermò in tutta la costa adriatica: nel 1150 il Doge assumeva il titolo di Totius Istriae inclitus dominator.

Le vicende istriane sono numerose e complesse ma, sostanzialmente da allora e fino alla fine del XVIII secolo la storia dell’Istria si identificò con quella di Venezia. Il dominio veneto ebbe fine nel 1797 con il trattato di Campoformido. La regione passò nelle mani dell’Austria che regnò, salvo la parentesi francese del Regno Napoleonico d’Italia, fino al 1918.

La vittoria della Grande Guerra, cui parteciparono da volontari migliaia di istriani e dalmati portò a far parte del Regno d’Italia non solo Trento e Trieste, ma tutta la Venezia Giulia e dunque l’Istria con Pola, la città di Zara in Dalmazia, le isole di Cherso e Lussino, Lagosta e Pelagosa. Fiume fu annessa nel 1924.

Dopo l’8 settembre del 1943, quando fu chiaro che il fascismo aveva perso, l’Istria contadina insorse spontaneamente contro l’italianità fascista, dando vita a una un’insurrezione popolare contadina che non andava troppo per il sottile.

Mancando un controllo militare (l’esercito italiano si trovò allo sbando a causa della mancanza di ordini e di direzione), si registrarono i primi casi di rappresaglia da parte dell’elemento slavo nei confronti degli italiani che rappresentavano il potere politico e militare (gerarchi, podestà, membri della polizia, ma anche impiegati civili della Questura) nonché alcuni esponenti della borghesia mercantile e gli operatori commerciali.

Come spesso avviene dopo le guerre, non si trattava di semplici omicidi, ma di quanto di peggio l’uomo può fare in quei momenti.

Una digressione geologica è d’obbligo, a questo punto.

Una foiba è uno dei grandi inghiottitoi (o caverne verticali) tipici della regione carsica e dell’Istria. In pratica, un inghiottitoio è il punto su una superficie carsica dove l’acqua penetra o sprofonda nel sottosuolo.

I fascisti e tutti gli italiani non comunisti vennero considerati nemici del popolo, arrestati, torturati e poi gettati nelle foibe. Morirono, si stima, qualche migliaio di persone. 994 salme esumate da foibe, pozzi minerari (la Foiba di Basovizza, che non era una cavità naturale), o in fosse comuni; 326 vittime accertate ma non recuperate; circa cinquemila di vittime presunte sulla base delle segnalazioni locali.

Torniamo a Norma Cossetto.

Norma, come raccontavo, era di un paese vicino Pola.

Il padre, Giuseppe Cossetto, era un dirigente locale del Partito Nazionale Fascista: ricoprì a lungo l’incarico di segretario politico del Fascio locale. Nel 1943 era ufficiale della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e in seguito ai fatti dell’8 settembre fu trasferito presso il Comando della Milizia di Trieste.

Licia Cossetto, sorella di Norma, testimoniò che dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, la famiglia iniziò a ricevere minacce di vario genere.

Il 26 settembre 1943, mentre girava in bicicletta per consultare archivi, in cerca di materiali per la sua ricerca (stava preparando la tesi di laurea intitolata Istria Rossa; il rosso del titolo è relativo alla terra ricca di bauxite dell’Istria), fu condotta via in motocicletta da un conoscente che le chiese se poteva andare con lui perché al comando la volevano per informazioni.

Dapprima la arrestarono e la invitarono a diventare partigiana, ma invano; allora decisero di liberarla perché tra quei guardiani improvvisati c’era qualcuno che conosceva. Ma dopo qualche giorno venne arrestata nuovamente.

Rinchiusa nelle carceri di Parenzo, fu legata ad un tavolo e violentata ripetutamente da sedici aguzzini. Una donna che abitava lì vicino la sentiva implorare pietà, chiedere acqua, invocare la mamma.

Condannata a morte dal locale “tribunale del popolo”, fu condotta con altri ventisei su un camion fino all’orlo della foiba di Surani, dove fu nuovamente violentata, le furono recisi i seni (su questo le testimonianze sono discordanti), spezzate braccia e gambe e fu sottoposta ad ulteriori orrori prima di essere infoibata.

Quando i Vigili del Fuoco di Pola la riesumarono pochi giorni dopo (la zona era stata nel frattempo occupata dai Tedeschi) il maresciallo Harzarich, che comandava il gruppo ed era un valido speleologo, scrisse:

“Sceso nella voragine, fui scosso, alla luce violenta della mia lampada, da una visione irreale: stesa per terra con la testa appoggiata su un masso, con le braccia lungo i fianchi, quasi in riposo, nuda, giaceva una giovane donna. Era Norma Cossetto…”.

Di più, forse, non ne sapremo mai.

“La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.

Nella giornata di cui al comma 1 sono previste iniziative per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso i giovani delle scuole di ogni ordine e grado. È altresì’ favorita, da parte di istituzioni ed enti, la realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti in modo da conservare la memoria di quelle vicende. Tali iniziative sono, inoltre, volte a valorizzare il patrimonio culturale, storico, letterario e artistico degli italiani dell’Istria, di Fiume e delle coste dalmate, in particolare ponendo in rilievo il contributo degli stessi, negli anni trascorsi e negli anni presenti, allo sviluppo sociale e culturale del territorio della costa nord-orientale adriatica ed altresì a preservare le tradizioni delle comunità istriano-dalmate residenti nel territorio nazionale e all’estero” (Articolo 1, Legge 92 del 30 marzo 2004).

Ancora oggi il nome di Norma Cossetto è vittima di rivendicazioni politiche o di dimenticanze storiche che in nessun caso onorano la sua memoria. La sua storia merita di essere raccontata, così come quella di tante altre persone rimaste invischiate tra le maglie della guerra. La storia di una ragazza che avrà per sempre 23 anni.

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