Mendel e ev

Leggiamo e sentiamo ovunque di essere nella cosiddetta “era della comunicazione”: probabilmente ciò è dovuto al proliferare di stampa, televisioni, reti informatiche, di telefonia e trasmissione dati.

Ma questa è comunicazione? Vediamo insieme.

La parola deriva dal latino cum = con, e munire = legare, costruire e dal suo derivato communico = mettere in comune, far partecipe, e con esso si intende il processo e le modalità di trasmissione di un’informazione da un individuo a un altro (o da un luogo a un altro), attraverso lo scambio di un messaggio di qualche tipo.

La comunicazione “a una via” (dove il messaggio va da “A” verso “B”) è caratterizzata dal fatto che chi comunica persegue esclusivamente il suo obiettivo, attribuisce scarso peso al feedback, mentre il destinatario del messaggio è solamente un bersaglio da colpire. Questo è il caso, per esempio di televisioni, carta stampata, ma anche di alcuni social network.

Quella “a due vie” è ovviamente quella dove “B” risponde ad “A”.

Io credo che la prima debba essere chiamata “trasmissione” e la seconda più opportunamente “comunicazione”.

Di questi tempi, con i social a farla da padroni, e, aggiungo io, con un sacco di gente che non ha altro da fare, anche se effettui una semplice “trasmissione” puoi finire gabbato.

È il caso del Miur, il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, che quando sul proprio sito ha pubblicato la pubblicità per la “XXVIII Settimana della Cultura Scientifica e Tecnologica”, con

“l’obiettivo di mobilitare tutte le competenze e le energie del Paese per favorire la più capillare diffusione di una solida e critica cultura tecnico-scientifica”,

indirizzando la medesima “Alle Università, Agli Enti Pubblici di Ricerca, Alle Istituzioni Scolastiche, di ogni ordine e grado”, tra i temi focali ha introdotto

“la tavola degli elementi, questa sconosciuta”.

Giustamente, visto che nel testo che seguiva, ne attribuiva la paternità a Gregor Mendel, il biologo ceco i cui studi sono considerati precursori della moderna teoria dell’ereditarietà, e non al chimico russo Dmitrij Ivanovic Mendeleev che con il (quasi) omonimo, benché pressoché contemporaneo, ha ben poco a che vedere.

Neanche il tempo di accorgersi dell’errore che i social avevano ripreso già la notizia. Nel giro di qualche ora, il refuso è stato corretto, e la paternità della tavola degli elementi riattribuita. Ma il testo originale del Miur, per la nota legge del web, continua a circolare nella versione originale su diversi siti internet, e farne sparire del tutto le tracce sarà probabilmente impossibile.

Ma almeno noi, facciamo un po’ di ordine e vediamo chi erano i due.

Dmitrij Ivanovič Mendeleev (1834-1907) è stato un brillante chimico russo, al quale dobbiamo la scoperta della periodicità delle proprietà degli elementi chimici, e l’invenzione della tavola periodica di classificazione che porta il suo nome.

Nato a Tobol’sk, in Siberia, esattamente 182 anni fa, ultimo di 14 (0 13, a seconda della fonte) figli, dopo studi pedagogici e i primi passi nella ricerca in chimica organica, nel 1857 iniziò a insegnare chimica generale all’Università di San Pietroburgo.

Grazie a un finanziamento del governo, tra il 1859 e il 1861 si recò a studiare ad Heidelberg, in Germania, dove anziché lavorare a più stretto contatto con i più eminenti chimici dell’epoca, come Robert Bunsen, Emil Erlenmeyer e August Kekulé, allestì un laboratorio nel suo appartamento privato.

Tornato a San Pietroburgo per continuare con l’insegnamento, nel 1868 iniziò a lavorare al suo trattato, Principi di Chimica, che sarebbe ben presto divenuto un punto di riferimento del settore, tradotto in tutte le lingue. Questo progetto prevedeva la riorganizzazione di tutti i 63 elementi chimici noti alla sua epoca.

Mendeleev aveva preparato una scheda con le caratteristiche di ciascuno: ordinandole in base ai loro pesi atomici – stabiliti dal chimico italiano Stanislao Cannizzaro – Mendeleev si accorse che le loro proprietà si ripetevano periodicamente, secondo pattern ricorrenti. Queste caratteristiche variavano gradualmente con il crescendo del numero atomico. Aveva scoperto la legge della periodicità, il preciso criterio di classificazione che avrebbe aperto la strada alla tavola periodica degli elementi.

Ciascuno degli elementi disposti nel sistema periodico guadagnava una precisa collocazione, data dall’intersezione tra periodi (in orizzontale) e gruppi (in verticale). A differenza dei colleghi che prima di lui si erano cimentati in tentativi di classificazione, Mendeleev capì che le caselle rimaste vuote non erano errori, ma erano coerenti con il resto del sistema e rappresentavano elementi che non erano ancora stati scoperti. La sua tavola periodica ebbe quindi il merito di fare previsioni sulle caratteristiche degli elementi ancora da scoprire.

Nel tempo la tavola di Mendeleev è stata più volte modificata – per esempio sostituendo al peso atomico degli elementi il loro numero atomico – ma ancora oggi rimane un punto di riferimento fondamentale per la storia della chimica.

Nonostante l’importanza della sua scoperta, Mendeleev non fu mai ammesso all’Accademia russa delle Scienze (forse per uno scandalo generato dal suo secondo matrimonio, avvenuto subito dopo il primo divorzio).

Si dice che l’intuizione della tavola periodica gli si fosse presentata in sogno, ma questo episodio più volte citato sarebbe frutto di una testimonianza di seconda mano non del tutto attendibile. Mendeleev aveva già iniziato a lavorare alla sua tabella da tempo quando la sognò; il sogno ebbe forse il merito di fornirgli una rappresentazione più efficiente della tavola.

Gregor Mendel fu invece il primo a intuire la complessa struttura della nostra “carta d’identità” biologica, per i suoi studi è considerato il padre della genetica.

Nato ad Hynčice, nella Repubblica Ceca, e morto a Brno nel gennaio del 1884, dopo aver scelto la vita monastica si dedicò alla ricerca. Dotato di una spiccata meticolosità negli studi, ebbe il merito, tra i primi, di applicare la matematica alla biologia.

Dal 1856 iniziò a fare esperimenti sulle piante di pisello, da cui derivò la rivoluzionaria teoria dell’ereditarietà dei caratteri, esposta per la prima volta nel febbraio del 1865, alla Società di Scienze naturali in Moravia.

Secondo Mendel, nel passaggio da una generazione all’altra di ogni specie di esseri viventi si trasmettono dei caratteri che influiscono sull’aspetto estetico e sulla struttura interna degli ultimi nati. Una teoria che, quasi un secolo più tardi, nel 1953, aprì la strada alla scoperta del DNA.

Tutto chiaro ora?

4 pensieri riguardo “Mendel e ev

  1. Ricordo ancora una lezione del prof di Sistemi a proposito della comunicazione e del fatto che quando si parla di essa e quando si desidera ottenere una comunicazione ideale (vale per i sistemi informatici ma trova riscontri anche nei sistemi sociali!) bisogna ridurre l’errore e “depurare” i flussi dalla ridondanza. Ecco, il problema di oggi è che vi è tanta ridondanza e scarsità di capacità di filtraggio per cui, sia in trasmissione che in ricezione parte tanto, arriva tanto ma tanti restano gli errori che se non corretti poi rischiano di non essere considerati tali!

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      1. C’entra solo in parte ma ieri leggevo una stupenda risposta data ad una suora da parte del direttore della Nasa del progetto Apollo. Questa aveva scritto che tutto il programma spaziale era una enorme perdita di tempo e danaro e che quei soldi sarebbero stati meglio impiegati altrove. Beh, quella risposta vale ancora oggi e dimostra come, spesso, l’ignoranza (ma non solo) accechi le menti e non faccia riflettere a 360° sulle cose. E comunque, se posso permettermi…tornando al Miur, ho appena saputo che promuovono corsi di esorcismo….a me viene solo da ridere e piangere contemporaneamente!

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