Storia, magistra vitae – Il manuale Cencelli

Negli ultimi anni abbiamo sentito parlare spesso di antipolitica, che non è altro che l’insofferenza e la delegittimazione verso un certo assetto della politica, e soprattutto verso i politici e i partiti.  Essa nasce in genere dallo sdegno morale per gli scandali e per la corruzione che coinvolgono i politici, dalla rabbia e dalla protesta per le promesse non mantenute e per l’ingiustizia con cui la politica calpesta i diritti dei cittadini.

Si è ormai diffuso il pensiero che non vi sia differenza fra i partiti, che siano tutti uguali e che con un po’ d’onestà personale e di buon senso ogni problema verrebbe risolto.

Magari fosse così semplice. Per capire da dove derivi questo sentimento, l’antipolitica, dobbiamo capire prima cos’è la politica.

Il termine viene dal greco πολιτική (τέχνη), politikḗ (tékhnē), che vuol dire “(la scienza e l’arte) di governare”, cioè la teoria e la pratica che hanno per oggetto la costituzione, l’organizzazione, l’amministrazione dello stato e la direzione della vita pubblica.

Dalla stessa radice (πόλις, pόlis, “città, stato”) derivano anche il sostantivo πολίτης, polī́tēs , cioè “cittadino” e l’aggettivo πολιτικός, polītikós, “politico”.

Tutte le comunità, per quanto piccole, hanno bisogno di regole. Ricordo che nel periodo universitario, nell’alloggio che dividevo con alcuni amici, passavamo gran parte del tempo a decidere chi dovesse fare le pulizie e quando, le regole per il cibo in frigo, per gli orari di “riposo”, e così via.

Accadeva soprattutto perché non c’era un leader che dettasse le regole, e la situazione diventava caotica.

Anche nelle famiglie, con le dovute differenze, c’è un altro tipo di gestione politica. In genere i genitori stabiliscono le regole, e poiché siamo tutti figli di qualcuno, cerchiamo di applicare e migliorare le regole che applicavano i nostri genitori.

Ma i tempi cambiano, ahimè, e qualcuna delle “sacre” regole di un tempo sono andate perse. A scuola incontriamo un altro tipo di “politica”, al lavoro un’altra, e così via.

Come e quando è nata la politica? In origine a determinare le fazioni erano dèi, sacerdoti e re, poi i nobili e i ricchi, infine contarono le masse. La storia dell’uomo è anche la storia della politica.

All’inizio, i babilonesi, gli egiziani o gli israeliani avevano una vita sociale regolata dal rapporto con la religione, le tribù avevano un proprio culto e le guerre erano guerre di religione.

In Grecia, tra l’8° e il 7° secolo a.C., nacquero le città e la politica si svincolò dal culto religioso, basandosi sull’analisi razionale della società e dei valori da seguire. Anche qui, però, la politica era l’espressione dei clan tribali. Fu Clistene (565-492 a.C.) a rompere questo sistema quando divise Atene in 10 aree geografiche, mischiando i clan: ogni area eleggeva i magistrati e fra loro erano sorteggiati 50 rappresentanti alla Bulè, il Consiglio dei Cinquecento, che aveva potere legislativo.

Roma seguì uno schema leggermente diverso, suddividendo la società in due classi principali, patrizi e plebei.

Nell’età compresa tra il Quattro-Cinquecento (quando lo Stato moderno pose fine al particolarismo del feudalesimo) e le rivoluzioni americana e francese del tardo Settecento, la politica andò incontro a profondi e tumultuosi mutamenti con la comparsa di forme come l’assolutismo monarchico, il costituzionalismo liberale e la dittatura di partito.

Nei tempi moderni, la politica permea la vita sociale degli uomini in maniera anche troppo invasiva. Le nuove classi politiche, avvezze all’uso dei social, sono lì a commentare qualunque avvenimento pubblico, fosse anche il Festival di Sanremo o un qualunque argomento che di politico non ha nulla.

È forse per questo che c’è una sorta di rigetto, come dicevo all’inizio? Secondo me le cose sono nate prima, una cinquantina di anni fa.

La causa da me individuata risale al 1968, in occasione del congresso della Democrazia Cristiana a Milano e della formazione del futuro governo Leone.

“Nel 1967 Sarti (Adolfo Sarti, deputato della DC, ndr.), con Cossiga e Taviani, fondò al congresso di Milano la corrente dei ‘pontieri’, cosiddetta perché doveva fare da ponte fra maggioranza e sinistra. Ottenemmo il 12% e c’era da decidere gli incarichi in direzione. Allora io proposi: se abbiamo il 12%, come nel consiglio di amministrazione di una società gli incarichi vengono divisi in base alle azioni possedute, lo stesso deve avvenire per gli incarichi di partito e di governo in base alle tessere. Sarti mi disse di lavorarci su. In quel modo Taviani mantenne l’Interno, Gaspari fu Sottosegretario alle Poste, Cossiga alla Difesa, Sarti al Turismo e spettacolo. La cosa divenne di pubblico dominio perché durante le crisi di governo, Sarti, che amava scherzare, rispondeva sempre ai giornalisti che volevano anticipazioni: chiedetelo a Cencelli”

Così, in Italia, ogni qualvolta si parla di spartizione del potere, viene citato Massimiliano Cencelli, ex portaborse e politico democristiano, che rilasciò la dichiarazione appena citata in un’intervista del 2003.

Oggi con “manuale Cencelli” si fa riferimento alla spartizione di incarichi basata su interessi politici limitati e di corrente anziché sul merito, alla lotta politica tra le correnti, alla lottizzazione e all’esasperata proporzionalità nell’assegnazione del potere.

Non è chiaro se il “manuale” esista concretamente, ma stando a quel che si dice, ogni posto di governo aveva un valore, un peso, calcolato dal punto di vista qualitativo e a cui veniva assegnato un certo punteggio: il ministero dell’Interno non aveva insomma lo stesso valore del ministero della Cultura.

I posti di sottosegretario erano ripartiti secondo il principio generale che un ministro “vale” due sottosegretari e mezzo. Era anche previsto un equilibrio nella rappresentanza geografica. Gli incarichi erano assegnati a seconda della percentuale dei voti ottenuti dai partiti, e le correnti interne si spartivano gli incarichi che spettavano al partito in proporzione al numero di iscritti al partito portati dai rispettivi capi corrente e dai risultati congressuali.

Come spiega un articolo della Stampa del 1974:

“Cencelli aveva realizzato un lavoro perfetto: aveva calcolato la forza di ogni corrente tenendo conto delle percentuali ottenute ai congressi (queste cifre le aggiorna periodicamente) e aveva poi diviso in categorie di importanza decrescente i posti appetibili: i ministeri sono ripartiti in “grossissimi”, in “grossi”, “piccoli”, e “senza portafogli”. Tra i primi ci sono l’Interno, gli Esteri, la Difesa e il Tesoro da sempre in mani democristiane o eccezionalmente socialdemocratiche e repubblicane, ma mai affidati a un socialista. La distribuzione dei posti diventava un problema matematico. Tra due correnti di uguale forza, se una otteneva un ministero “grossissimo”, poteva avere, per esempio solo due sottosegretari. L’altra corrente, se otteneva un ministero di seconda categoria era compensato con un numero maggiore di sottosegretari, alcuni dei quali nei ministeri di prima categoria”.

Questo nel 1968. E ora? Siamo davvero certi che non sia ancora così? Che non siano proprio questi comportamenti a creare il sentimento di antipolitica?

5 pensieri su “Storia, magistra vitae – Il manuale Cencelli

  1. Infatti è proprio così: le cariche (di qualsiasi tipo: Enti pubblici, Società a partecipazione statale, Rai, Inps, Istat, Azienda spaziale e qualsiasi altra cosa ti venga in mente) vengono spartite sulla base dei pesi politici di partiti e correnti all’interno dei partiti. Uno schifo che dura da decenni e che concorre alla mia disaffezione dalla politica in generale.

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  2. Demonio

    Sinceramente quel tipo di spartizione poteva non piacere ma chi l’ha formulò ed applicò indubbiamente era qualcuno che aveva testa e competenza. Oggi abbiamo gente che proviene dai quiz televisivi di basso livello per giunta come ruota fortuna(Renzi), il pranzo è servito(Salvini) o che vendevano bibite allo stadio quindi…il risultato è che poi partoriscono idee per limitare la musica straniera in radio o vaneggino di democrazie millenarie. Rimpiango quasi quelli di prima…le spartizioni e sparizioni le fanno anche questi ma…questi so proprio scemi…

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      1. Demonio

        Si certo, sono d’accordo. Un non quarantennio sprecato che, a parità di condizioni economiche e sociali( guerra fredda) ci avverrebbero potuto far essere come la Germania e il Giappone e che invece ci fa avere fra le peggiori infrastrutture del mondo occidentale. Questo fa male…

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