Plagi fantastici e dove trovarli

Come ogni anno di questi tempi, Sanremo (il Festival, non il santo, che poi si scrive San Remo…) è passato e si inizia a parlare di plagi. Anzi, grazie ai social, già da qualche anno si inizia a parlare di plagi già durante la kermesse.

Ah, l’espressione “kermesse” deriva dall’olandese “kerkmisse”, cioè “festa del patrono”, e per estensione viene usata per indicare un raduno, un’esibizione o una manifestazione pubblica di notevole importanza.

Torniamo ai plagi.

Pablo Picasso diceva: “I buoni artisti copiano, i grandi rubano”; ma in ambito musicale non tutti sono così sportivi e spesso si finisce davanti a un giudice.

Stando alla legge sul diritto d’autore, il plagio è

“l’appropriazione, totale o parziale, della paternità di un’opera creata dall’ingegno altrui”.

Nessun dubbio, quindi? Manco per niente.

Si dice spesso che le note sono 7, quindi le combinazioni tra loro sono limitate: ma è davvero così?

Intorno all’anno 1000 si definirono le prime 6 note (ut, re, mi, fa, sol, la) per merito di Guido d’Arezzo che introdusse anche il tetragramma ed i primi segni grafici. Poi intorno al 1500 Giovanni Zarlino introdusse il pentagramma, la settima nota (si) e cambiò il nome della prima in DO.

L’attuale divisione dell’ottava in 12 semitoni si deve ad Andreas Werckmeister che nel 1691, dopo lunghissime discussioni tra i teorici dell’epoca, elaborò il cosiddetto “temperamento equabile”, nel quale l’ottava venne divisa in 12 semitoni i cui rapporti di frequenza erano costanti.

Senza entrare in dettagli troppo tecnici, per quante siano le note, 6, 7 o 12, le combinazioni sono sempre un numero finito. Una tesi che agli inizi del secolo scorso venne contestata da Sergjei Prokofiev, che fatti due conti (visto che la musica è anche matematica), sosteneva che per una melodia le varianti sono “venticinque alla settima potenza, ovvero circa sei miliardi di possibilità”, senza contare altre varianti quali durata delle note, ritmo, armonia e accompagnamento.

Affermava Ennio Morricone, il più famoso e bravo dei compositori, musicisti, direttori d’orchestra e arrangiatori italiani dei tempi moderni:

“La musica orecchiabile, proprio perché tale, assomiglia a qualche cosa già scritta, già proposta alla gente. Se non fosse stata udita non avrebbe successo. Se un autore vuole davvero creare qualcosa di originale deve attingere a parametri inadatti alla musica leggera il cui prodotto è una canzonetta, a volte dilettantesca, a volte infantile, sempre destinata ad un successo stagionale. La mia posizione morale e musicale è che chi ha coscienza di questa professione, pertanto della orecchiabilità forzata di queste canzoni che hanno vita breve, dovrebbe astenersi dal fare cause e controcause per plagi indimostrabili e disturbare i giudici per queste cose”.

Sono in tanti ad avere avuto problemi di copyright: da Madonna, Justin Bieber e Ed Sheeran fino a Lana Del Rey e i Led Zeppelin, con il caso limite di Albano contro Michael Jackson (questione risolta in un nulla, poiché anche il pezzo del buon Carrisi era a sua volta “ispirato” da un altro brano).

Esistono siti specializzati in plagi, come il sito “plagimusicali.net”, e io a volte mi diverto ad ascoltare le tracce comparate, per scoprire chi mi aveva ingannato.

Eh già. Perché quando ti piace una canzone, e poi scopri che è stata copiata, non ti senti ingannato? Vediamo qualche esempio.

La celeberrima “Creep”, dei Radiohead (1992) è identica a “The air that i breathe” degli Hollies (1974). Questi ultimi fecero causa alla band di Thom Yorke e vinsero. Tra i crediti del pezzo ora ci sono anche Albert Hammond e Mike Hazlewood.

Gli Oasis, insieme ai Pet Shop Boys (scusami, Andrea) tra i miei gruppi “non preferiti”, ne hanno copiate più di una: “Waiting for the rapture” (2008), spudoratamente uguale a “Five to One” dei Doors (1968) e “Cigarettes and Alcohol” (1994) che riprende chiaramente “Get it on (Bang a gong)” (1971) dei T.Rex. E mi fermo qui, ma potrei continuare.

Anche i Beatles copicchiavano. “I feel fine” (1964) deve molto a Bobby Parker e alla sua “Watch your step” (1961), come anche di “My Sweet Lord” (1970) di George Harrison, simile a “He’s so fine” degli Chiffons (1963). Anche Harrison perse la causa intentata dagli Chiffons.

E le nuove generazioni? Uguale, copiano anche loro: sentite l’inizio di “Immobile” (2009), di Alessandra Amoroso, e ditemi se non è uguale a “Space Oddity” (1969), di David Bowie.

Altri casi famosissimi sono:

Surfin’ U.S.A.” dei Beach Boys (1963) contro “Sweet Little Sixteen” di Chuck Berry (1958), “Whole Lotta Love” dei Led Zeppelin (1969) contro “You Need Love” di Muddy Waters (scritta da Willie Dixon nel 1962), “Ghostbusters” di Ray Parker Jr. (1984) contro “I Want a New Drug” di Huey Lewis and the News (1984), “Ice Ice Baby” di Vanilla Ice (1989) contro “Under Pressure”, di Queen e David Bowie (1981), “Bittersweet Symphony” dei Verve (1997) contro “The Last Time” dei Rolling Stones (scritta da Mick Jagger e Keith Richards, 1965), “Blurred Lines” di Robin Thicke (scritta con Pharrell, 2013) contro “Got to Give It Up” di Marvin Gaye (1977).

Se vi piacciono i plagi, andate a sentire, e ditemi se non avevo ragione…

4 pensieri riguardo “Plagi fantastici e dove trovarli

  1. Io credo che il re delle scopiazzature sia Zucchero, che ha davvero copiato a destra e a manca.

    I miei PSB non mi risulta che abbiano mai copiato: hanno eseguito cover, più d’una, ma a livello di copia… Ogni anno (da sempre) pubblicano un diario dove parlano della genesi di ogni loro canzone, e spesso la “base” da cui partire è un’opera classica, oppure una base dance, o quant’altro. Ma poi le canzoni prendono una via completamente differente. Ispirazione, direi.

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