Nel continente nero

Quando il vento cambia direzione, qualcuno si mette a costruire muri e qualcuno mulini a vento (Proverbio cinese)

Aiutiamoli a casa loro. Quante volte abbiamo sentito dire questa frase? E’ giusta o sbagliata? E perché dovremmo aiutarli? Senza entrare nel merito degli aiuti umanitari, che così come sono, sono un business e, come diceva il buon Falcone, seguendo i soldi si capisce come funziona, vorrei capire qual è la situazione del Continente nero, in particolare, e nei paesi “poveri”, in generale.

Il “Population Institute”, ente di beneficenza con sede a Washington, negli Stati Uniti, ha pubblicato un rapporto su come la crescita della popolazione stia influenzando le prospettive di sviluppo dei paesi più fragili del mondo.

Il rapporto “Demographic Vulnerability: Where Population Growth Poses the Greatest Challenges (Vulnerabilità demografica: dove la crescita della popolazione pone le maggiori sfide)” identifica e classifica i 20 paesi che stanno affrontando le maggiori sfide in termini di fame, povertà, scarsità d’acqua, degrado ambientale e instabilità politica.

In diversi paesi, tra cui Afghanistan, Iraq, Somalia, Sud Sudan e Yemen, i conflitti interni o regionali aggravano le sfide sociali ed economiche associate alla rapida crescita della popolazione.

Per determinare la vulnerabilità demografica, la relazione tiene conto di vari fattori che influenzano la capacità di un paese di soddisfare i bisogni di una popolazione in crescita, tra cui la corruzione, i cambiamenti climatici e i conflitti locali.

Il Sud Sudan, che è in testa alla lista dei 20 paesi più vulnerabili, è stato classificato come “gravemente vulnerabile” nei settori della fame, della povertà e dell’instabilità. La Somalia, secondo nella lista, era classificata “alta” per fame e ambiente e “grave” per povertà e instabilità. Altri paesi tra i primi dieci inclusi Niger, Burundi, Eritrea, Ciad, Repubblica Democratica del Congo, Afghanistan, Yemen e Sudan.

Si prevede che la popolazione mondiale aumenti dai 7,3 miliardi di oggi a 9,6 miliardi o più entro il 2050. Praticamente tutta questa crescita sarà nei paesi in via di sviluppo, e gran parte di questo aumento si verificherà in paesi che lottano per alleviare la fame e la povertà.

Molti paesi con la popolazione in rapida crescita sono minacciati dalla scarsità d’acqua o dalla deforestazione; in altri ci sono conflitti o una forte instabilità politica. Progressi significativi sono stati fatti per ridurre la fame nel mondo, ma in paesi con una fertilità relativamente bassa. Dove i tassi di fertilità rimangono alti, la battaglia contro la fame è lontana dall’essere vinta.

In alcune aree dell’Africa sub-sahariana, il numero di bambini malnutriti è in aumento, insieme alla popolazione. La popolazione del Burundi, che si trova in cima al “Global Hunger Index” dell’IFPRI (International Food Policy Research Institute, Istituto internazionale di ricerca sulle politiche alimentari), dovrebbe aumentare del 154% entro il 2050. Si prevede che la popolazione del Sud Sudan cresca del 236%.

Allo stesso modo, mentre sono stati fatti grandi progressi nel campo della lotta della povertà, in particolare nelle economie emergenti, i progressi sono stati lenti nei paesi in cui i tassi di crescita della popolazione rimangono elevati.

La popolazione del Niger, che è al primo posto nel “Multidimensional Index Poverty Index” 2014 dell’UNDP (United Nations Development Programme, Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo), dovrebbe aumentare del 274% nei prossimi 35 anni. La popolazione del Mali, che si posiziona al quarto posto per la povertà, dovrebbe aumentare del 187%.

In molti paesi demograficamente vulnerabili, la disuguaglianza di genere e le “barriere” informative impediscono a ragazze e donne di esercitare i loro diritti per quanto riguarda la riproduzione: il matrimonio precoce, in particolare, nega a ragazze e donne la possibilità di decidere da sé quanti figli avranno e quando.

Molti paesi demograficamente vulnerabili richiederanno anche importanti investimenti in agricoltura sostenibile, conservazione delle risorse idriche e buon governo, se vogliono essere sostenibili nel lungo periodo.

Eppure, ai primi del Novecento l’Africa era autosufficiente dal punto di vista alimentare. Lo era ancora, in buona sostanza (al 98%), nel 1961. Da quando ha iniziato ad essere invasa dallo sviluppo industriale “occidentale”, che era alla ricerca di nuovi mercati, la situazione è precipitata.

L’autosufficienza è scesa all’89% nel 1971, al 78% nel 1978. Per sapere quello che è successo dopo non sono necessarie le statistiche, basta guardare a cosa siano disposti gli africani pur di venir via.

Cos’è successo? Il mercato mondiale ha distrutto le economie di autoproduzione e autoconsumo su cui quelle popolazioni avevano vissuto per secoli. Più o meno la stessa cosa è avvenuta in Europa, quando masse di contadini hanno abbandonato i campi con il miraggio della vita in fabbrica, creando, di fatto, una nuova classe, quella operaia. Una classe povera.

Ora il tema, secondo me, non è “aiutiamoli” qui o aiutiamoli lì, non siamo noi occidentali (né altri) a dover dire qual è la soluzione ai problemi dell’Africa. Anche perché tutte le volte che ci siamo andati, abbiamo fatto danni.

Per dare il “la” alla Rivoluzione Industriale, all’Europa servivano soldi. Alla neonata America invece serviva manodopera. Fu così che inglesi, olandesi, portoghesi, spagnoli iniziarono il commercio con le colonie. Di cosa? Ma di schiavi africani.

Non bastava, però. In Europa non potevano avere gli schiavi, troppo incivile, diamine. E cosa si inventarono? Le colonie! Nel frattempo, all’allegra brigata si erano uniti italiani, belgi e tedeschi, e tutti avevano una colonia in Africa e tutti erano contenti.

Ma una volta depredato il depredabile, l’Africa poteva ancora servire. A quel punto non era più “civile” avere delle colonie, così nacquero gli accordi commerciali e le multinazionali iniziarono a sostituirsi alle nazioni (anche gli Stati Uniti erano entrati nella combriccola).

Bastava corrompere e fornire armi alle persone giuste e quando queste non erano più le persone giuste, sostituirle con altre. E non contenti, adesso l’Africa è stata trasformata in un’immensa discarica di ciò che da noi è obsoleto.

“Aiutiamoli a casa loro” sarebbe una frase bellissima se non fosse usata con la falsa coscienza di chi intende dire “respingiamoli a calci da casa nostra”. “Aiutiamoli a casa loro” vuol dire cooperazione e soprattutto non andare a fare guerre in casa loro, non depredare le loro risorse naturali, non usarli come mercato di riciclo e come discarica.

Ma è mai possibile che l’uomo non riesca ad imparare dagli errori di chi l’ha preceduto? Ma, soprattutto, imparare a farsi i fatti propri?

13 pensieri su “Nel continente nero

    1. Il problema è che, diceva George Burns, è un peccato che le persone che sanno come far funzionare il paese siano troppo occupate a guidare taxi o a tagliare capelli. Questo per dire che o non sappiamo più chi eleggere alla guida del mondo, o non abbiamo più speranze.

      Piace a 1 persona

  1. Demonio

    Hai centrato perfettamente il punto.È notizia di qualche giorno fa quella di una causa intentata a Milano contro l’ENI per disastro ambientale nel Niger che ha costretto migliaia di persone alla fame ed ad abbandonare le proprie terre.Disastri che, come sai bene tu che sei di Taranto queste multinazionali hanno fatto un po’ ovunque e se sono riuscite a farli qui, dove in teoria siamo istruiti e protetti dalle leggi…figuriamoci li dove le leggi le fanno loro grazie a gente corrotta o armata per favorire fazioni compiacenti. Di chi è la colpa di tutto ciò si sa ma…nessuno a quanto pare può far nulla…intanto la gente muore, il pianeta muore, pochi si arricchiscono sempre di più e gli altri, sempre più poveri e senza speranza di fanno la guerra tra loro. Il resto è la solita propaganda e tra qualche secolo, la storia ci condannerà…sempre che resti qualcuno ancora da condannare.

    Piace a 1 persona

  2. I problemi sono molteplici.
    L’autosufficienza africana risente anche dell’incremento demografico (che come hai sottolineato tu aumenterà ancora nel futuro prossimo) e dei peggioramenti climatici (le zone desertiche o non coltivabili si stanno espandendo).
    Aiutarli? Sarebbe già buona cosa studiare un controllo demografico (ma la vedo dura) o progettare interventi anti desertificazione. Ma sarebbe anche opportuno non permettere alle grandi potenze (Cina in primis) di ‘acquistare’ ampie zone per coltivazioni da esportare poi in Cina.
    Problemi che non troveranno a mio parere mai soluzione.

    Piace a 2 people

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...