L’arte di avere ragione

Lo scrissi più di due anni fa, le parole sono importanti. Ma è molto più importante il “come”, il “quando” e il “perché” si dicono certe parole. Specialmente in certi ambiti.

Qualche sera fa ho visto un film francese, “Quasi nemici”, con Daniel Auteuil e Camélia Jordana. A me i film francesi non è che piacciano particolarmente (i francesi in generale), ma alcune commedie sono molto ben fatte, anche se di questo film non mi è piaciuto il finale, troppo “gigioneggiante”.

Nel film il protagonista, il Professor Mazzard, è un insegnante di “oratoria”, in cui insegna tecniche, sottigliezze e stratagemmi di eloquenza; oltre ad essere un genio nel suo settore, ha un pessimo carattere e si scaglia con una serie di improperi gratuiti a sfondo razzista contro la povera Neïla, studentessa al primo anno rea di essere arrivata alla prima lezione con pochi minuti di ritardo: risultato, il prof finisce per incorrere in un provvedimento disciplinare che potrebbe compromettere la sua carriera e il buon nome dell’Università.

In attesa di rendere conto delle proprie invettive di fronte al direttivo di facoltà, l’unica soluzione, al di là delle scuse, è quella di prendere la ragazza, di origini magrebine e che vive con sua madre in un palazzo popolare delle banlieu parigine, e trasformarla in una raffinata e abile spadaccina dell’eloquio in grado di rappresentare l’università, portandola in finale, in un contest di pugilato oratorio senza esclusione di colpi bassi che toccano temi sociali sensibili e attuali come l’islamofobia.

Questo espediente narrativo serve al regista di origini israeliane Yvan Attal (anche attore e compagno nella vita di Charlotte Gainsbourg) per creare una situazione di confronto/scontro tra due soggetti mostrati inizialmente agli antipodi, ma che, costretti a frequentarsi controvoglia, finiscono per superare divergenze e ostilità, e, apprendendo l’una dall’altro e viceversa, a uscirne cambiati in meglio.

Questo significa, per Neïla, riuscire a diventare un’avvocatessa perfettamente integrata nella società francese, che non dimentica le proprie origini etniche e proletarie; per Mazzard, invece, liberarsi dello spregevole e aggressivo atteggiamento che lo contraddistingue e diventare un uomo nuovo, conciliato con il mondo e con le persone che lo circondano.

La parte che mi è piaciuta di più è stata quando il professore, per insegnare l’eloquenza, fa studiare a Neïla un libro di Arthur Schopenhauer, “L’arte di ottenere ragione (esposta in 38 stratagemmi)”.

Il filosofo tedesco, introdotto nei circoli letterari da Wieland e da Goethe, preparò per l’abilitazione in filosofia il saggio “Il mondo come volontà e rappresentazione” (1819) che discusse con Hegel, non senza contrasti. Dopo un deludente inizio di carriera accademica, si ritirò a Francoforte, dove rimase dal 1831 sino alla morte. Solo i “Parerga e paralipomena” (1851) destarono l’attenzione del pubblico e della critica.

In quest’opera Schopenhauer sviluppò il suo raro talento letterario, riuscendo a illustrare con raffinata chiarezza ardui argomenti teoretici e mescolandone la trattazione a quella di temi legati al costume dell’epoca. Pubblicati postumi, questi 38 stratagemmi di Schopenhauer rappresentano un utile strumento per trasformare qualsiasi disputa in una vittoria.

Non importa se l’opinione professata sia giusta o sbagliata, vera o falsa: esistono modi precisi per ribaltare le discussioni e superare dialetticamente chiunque.

Sono precetti di immediata applicabilità, quasi i princìpi di una scienza, e spaziano dalla nobile disamina delle parole dell’avversario fino ad astuzie retoriche in grado di sgretolare le certezze di chi ci fronteggia: sfruttare i pregiudizi altrui, generalizzare e banalizzare, ritorcere le contraddizioni (oggettive e soggettive), suscitare nell’avversario la confusione con domande inaspettate o l’ira con affermazioni provocatorie, proporre in tono denigratorio l’opposto della propria tesi al solo scopo di evidenziarne l’assurdità, fino a spingersi all’estremo dello sproloquio privo di senso o dell’offesa diretta, pur di ricacciare indietro l’oppositore.

Ma vediamoli, questi 38 stratagemmi:

  1. Ampliamento: interpretare l’affermazione dell’avversario nel modo più generale possibile, restringendo invece la propria.
  2. Omonimia: estendere l’affermazione presentata dall’avversario a qualcosa che, oltre al nome uguale, non ha nulla in comune con l’argomento in questione.
  3. Generalizzazione: trattare l’affermazione dell’avversario con valore relativo (particolare) come se avesse un valore assoluto (universale).
  4. Occultamento: presentare le premesse alla propria conclusione una alla volta, in modo che l’avversario le ammetta senza accorgersene.
  5. False proposizioni: usare tesi false ma vere ad hominem, sfruttando i preconcetti e pregiudizi dell’avversario.
  6. Dissimulazione di petitio principii: postulare ciò che si dovrebbe dimostrare.
  7. Metodo socratico o erotematico: porre domande adeguate all’avversario e ricavare la verità della propria affermazione dalle stesse ammissioni dell’avversario.
  8. Provocazione: suscitare l’ira dell’avversario per confonderlo.
  9. Confusione: porre all’avversario domande in un ordine diverso da quello nel quale se le sarebbe aspettate.
  10. Ritorsione delle negazioni dell’avversario: se l’avversario intenzionalmente risponde in modo negativo a tutte le domande, chiedere il contrario della tesi di cui ci si vuole servire.
  11. Generalizzazione dell’inferenza: se l’avversario accetta la verità di fatti particolari dare per scontato che abbia accettato anche l’universale relativo.
  12. Metaforizzare: scegliere sempre metafore e similitudini favorevoli alla propria affermazione, introducendo nella definizione ciò che si vuole provare in seguito.
  13. Presentare l’opposto della propria tesi: presentare l’opposto della propria tesi in modo denigratorio, per far sì che l’avversario sia costretto a rifiutarlo.
  14. Dichiarare la vittoria: dopo che l’avversario ha risposto a molte domande senza peraltro giungere alla conclusione desiderata, dichiarare la vittoria con una buona dose di faccia tosta.
  15. Usare tesi apparentemente assurde: se la propria tesi è paradossale e non la si riesce a dimostrare, proporre all’avversario una tesi giusta ma non evidente; se questo la rifiuta condurlo ad absurdum e trionfare.
  16. Argomenti Ad hominem: cercare contraddizioni nelle affermazioni dell’avversario.
  17. Usare sottili distinzioni: se l’avversario incalza con una controprova, occorre trovare una sottile distinzione se la cosa consente un doppio significato.
  18. Mutatio controversiae: se c’è il rischio che l’avversario possa avere ragione, spostare l’argomento della disputa su altre questioni.
  19. Generalizzazione: se l’avversario sollecita ad esprimere un’opinione su un particolare, estrapolare l’universale ed opporsi a questo.
  20. Trarre conclusioni: se l’avversario ha concesso parte delle premesse, trarre la conclusione anche se le premesse sono incomplete.
  21. Controargomentazione: se l’avversario fa uso di un argomento solo apparente o sofistico, liquidarlo usando un contro argomento altrettanto sofistico o apparente.
  22. Petitio principii: rigettare le premesse dell’avversario come petitio principii.
  23. Esagerazione: spingere l’avversario ad esagerare le proprie affermazioni e quindi confutarle.
  24. Forzare la consequenzialità: trarre a forza dalle affermazioni dell’avversario, con false deduzioni, tesi che non vi siano contenute (apagoge).
  25. Istanza o Exemplum in contrarium: l’apagoge si demolisce presentando un unico caso per cui il principio non è valido.
  26. Retorsio argumenti: l’argomento che l’avversario vuole usare a proprio vantaggio viene usato meglio contro di lui.
  27. Sfruttare l’ira dell’avversario: se di fronte a un certo argomento l’avversario si adira, insistere su quell’argomento, poiché è facilmente il punto debole del suo ragionamento.
  28. Argumentum ad auditores: funziona meglio quando persone colte disputano di fronte ad ascoltatori incolti. Avanzare un’obiezione non valida ma “spettacolare”, che richieda, per essere smentita, una lunga e noiosa disquisizione.
  29. Diversione: qualora l’avversario fosse sul punto di vincere la disputa cambiare completamente argomento e proseguire come se fosse pertinente alla questione e costituisse un argomento contro l’avversario.
  30. Argumentum ad verecundiam: invece che di motivazioni ci si appelli ad autorità rispettate dall’avversario.
  31. Dichiarazione di incompetenza: dichiararsi incompetenti per insinuare negli spettatori il dubbio che l’affermazione dell’avversario sia una cosa insensata.
  32. Denigrazione: per accantonare, o almeno rendere sospetta, un’affermazione dell’avversario ricondurla ad una categoria odiata dagli spettatori.
  33. “Vero in teoria, falso in pratica”: ammettere con questo sofisma le ragioni e tuttavia negarne le conseguenze.
  34. Incalzare l’avversario: se l’avversario si dimostra evasivo riguardo ad un argomento, incalzarlo su quell’argomento, poiché facilmente sarà uno dei suoi punti deboli.
  35. Argumentum ab utili: anziché agire sull’intelletto con il ragionamento, agire sulla volontà con motivazioni, dimostrando all’avversario che la sua opinione, se vera, non può recargli che danno.
  36. Sproloquiare: l’avversario rimarrà sconcertato e sbigottito da sproloqui privi di senso.
  37. Spacciare un argumentum ad hominem per uno ad rem: se l’avversario sceglie una cattiva prova a sostegno del suo argomento confutare la prova e passare questa confutazione come una confutazione all’intero argomento.
  38. Argumentum ad personam: come ultima risorsa diventare offensivi, oltraggiosi e grossolani.

Per Schopenhauer la dialettica non è una legge della realtà razionale come dice Hegel, ma un’arte, uno sport, in cui conta soltanto vincere. L’autore non teorizza l’inesistenza della verità, ma solo la sua inessenzialità dialettica: può servire ma non è indispensabile.

E per fortuna che nell’800 non c’erano i social, altrimenti sai che battaglie!

4 pensieri su “L’arte di avere ragione

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