La musica è finita? – parte prima

A volte mi capita di iniziare a parlare di musica con gli amici e inevitabilmente il discorso cade sulla differenza tra la musica di oggi e quella di un tempo. Chiaro che molto dipende dall’età degli interlocutori, ma quante volte abbiamo sentito dire la frase: “Questa non è musica! È rumore!”, detta magari da qualcuno più anziano di noi? E quante volte lo abbiamo detto noi?

In questi articoli capiremo se sia vero che la musica è cambiata e soprattutto se sia vero che è peggiorata.

Sul primo interrogativo non si può non rispondere “sì, è cambiata”. E questo senza per forza essere nostalgici.

Il mercato musicale dell’ultimo ventennio ha innanzitutto subito dei cambiamenti per l’ingresso della tecnologia e della conseguente modalità di fruizione della musica, in seconda battuta per i nuovi modelli discografici. Ma andiamo con ordine.

Intanto pensiamo al cambiamento dei supporti tramite i quali si può ascoltare la musica, senza spingersi troppo in là nel tempo, altrimenti dovremmo parlare di fonografi e grammofoni.

Negli anni ’60-‘70 del secolo scorso si affermò in tutto il mondo il disco in vinile, materiale che andò a sostituire la gommalacca dei dischi usati fino alla seconda guerra mondiale.

Successivamente, negli anni ’80, la musica veniva registrata su nastri magnetici chiusi all’interno di involucri di plastica, chiamati “musicassette”, o più semplicemente “cassette”. Con questi supporti iniziò la fruizione “mobile” della musica, grazie ai “walkman”.

Il Walkman originariamente era un lettore di musicassette creato e prodotto dalla Sony. A partire del primo Sony Walkman, venduto il 1º luglio del 1979, il “walkman” si diffuse in modo tanto capillare nel mondo che, nel linguaggio comune, il termine rappresentò da allora qualsiasi lettore di audiocassette portatile, anche se non prodotto dalla Sony.

Subito dopo, più o meno a metà di quel decennio, il supporto diventò digitale, e fu la prima, vera rivoluzione. Il compact disc, detto CD, era un disco di policarbonato sul quale venivano memorizzate le informazioni e che veniva letto per mezzo di un laser, e anche questo fu inventato dalla Sony (in collaborazione con la Philips).

Fu una vera e propria trasformazione, io stesso ricordo che iniziai a modificare radicalmente le mie abitudini passando dai dischi ai CD. Chiaramente, anche i lettori portatili si adeguarono e i walkman iniziarono a scomparire e comparirono i lettori portatili di CD.

Fino ad allora, anche il modo di fare musica live (dal vivo) da parte degli artisti era diverso da ora. Diciamo che il grosso del loro guadagno era legato ai dischi e che i concerti erano vere e proprie promozioni agli album.

Quella fra vinile e compact disc è stata una sfida che può essere paragonata a quella fra Maradona e Pelè, in altro ambito. Suono caldo contro suono freddo, bassi contro acuti, gommalacca contro policarbonato.

In realtà, per la maggior parte degli esperti, i due supporti sono incomparabili in virtù della loro differente funzionalità con il vinile azionato da una puntina e il cd da un fascio di luce. A livello di vendite il compact disc ha fatto la parte del leone lungo tutto il corso degli anni Novanta con diversi artisti che hanno sperimentato l’inserimento di documenti multimediali, come video e immagini, all’interno dei propri album.

Alla fine del secolo scorso, però, iniziò la rivoluzione più importante, quella che non solo ha cambiato il modo di fruire della musica, ma la musica stessa.

Il passo successivo, infatti, è stato l’avvento dei formati “portatili” come l’Mp3 che, dall’inizio del nuovo millennio, ha inferto un duro colpo a entrambi i precedenti formati.

Mp3 è la sigla che indica “Moving Picture Expert Group-Audio Layer III” e si tratta della codifica di un file audio compresso. Al di là delle sigle e di cosa sia dal punto di vista acustico, tutti coloro che ascoltano musica ne fanno uso e ne conoscono l’estensione .mp3.

Devo fare ora una piccola digressione, che ci tornerà utile più avanti.

L’orecchio umano è un organo affascinante e complesso. È il primo dei cinque sensi a svilupparsi nel feto e a permettere il contatto con il mondo.

Tutti i suoni, come ad esempio la voce delle persone, il fruscio delle foglie, il campanello di casa, iniziano con una vibrazione nell’aria. Queste vibrazioni, aumentano e diminuiscono la loro pressione generando le onde sonore, che raggiungendo l’orecchio vengono trasmesse per mezzo di fibre nervose al cervello, dove vengono decodificate e interpretate come suoni.

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C’è un continuo interscambio di dati, un feedback tra il “decoder”, il cervello, e il terzo anello dell’apparato uditivo, l’orecchio interno, con funzione di adattare in modo continuativo alcune caratteristiche dell’orecchio alle condizioni di ascolto.

Alcuni dicono che è un organo con una capacità adattativa pazzesca, ed in effetti è così.

Gli studi scientifici in materia, sino a quelli più recenti, hanno messo in evidenza come la nostra mente ricerchi costantemente la regolarità e l’equilibrio sia dal punto di vista proporzionale che temporale, questo in tutte le manifestazioni percettive, non soltanto sonore.

La musica è un insieme di elementi organizzati nel tempo e nello spazio. Su questa base si fondano sia il concetto di ritmo che di melodia. Perché una sequenza di elementi sia individuata come melodia è necessario che i singoli elementi possiedano determinate caratteristiche di vicinanza, durata temporale e similitudine tra loro, in questo modo siamo in grado di riunire in un unico insieme strutturato una serie di sequenze sonore aventi carattere di regolarità. Questo raggruppamento avviene sempre comparando le sequenze successive con quelle appena memorizzate, se viene riconosciuta tra esse una relazione allora vengono accorpate come singola unità o soggetto sonoro.

La predisposizione alla regolarità, l’armonia degli insiemi, è molto importante perché ci permette, una volta trovato “il tempo” della melodia che sentiamo, di seguirla e completarla spontaneamente e autonomamente. Da qui la tendenza naturale che abbiamo nel ricercare il “tactus”. Il “tactus” è la pulsazione ritmica scandita dal battito cardiaco, ovvero dal polso, e corrisponde a una battuta musicale, ed è il fenomeno che ci fa battere il piede o la mano seguendo il ritmo. E la percezione del ritmo è direttamente legata alla percezione del battito, della pulsazione regolare, verso cui abbiamo una bassa tolleranza all’errore.

E il discorso non vale solo quando ascoltiamo la musica.

Ricordo che il primo assistente del mio insegnante di Analisi Matematica I all’università un giorno iniziò ad urlare durante la spiegazione, così semplicemente, per poi tornare ad un tono di voce normale. Quando un nostro collega, Luigi, detto Gigi, salentino e bravissimo in matematica (ma non solo in quello), gli chiese del perché lo avesse fatto, il professore (Forni, mi sembra si chiamasse così) gli disse che se avesse mantenuto sempre lo stesso tono, il nostro orecchio si sarebbe adattato e non avremmo più “compreso” la sua spiegazione.

Su questo però tornerò la prossima volta, quando parlerò della cosa più importante della musica e del perché sia così importante.

 

11 pensieri riguardo “La musica è finita? – parte prima

  1. Io, da collezionista musicale, ho sofferto moltissimo sia il passaggio da vinile a CD (da me lungamente osteggiato) sia il passaggio all’MP3, di cui sono ancora oggi nemico dichiarato.
    Mi capita di scaricare qualche file audio, ma le canzoni che compero on-line(*) le compero sempre WAV non compresso.

    (*) compero solo brani non acquistabili in formato fisico, dunque per qualche verso “inediti”

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                  1. No, non ci credo affatto.
                    Io quando ho traslocato (2 volte) i dischi me li sono sempre portati io uno-ad-uno, mai fatti nemmeno toccare. E quando sono venuti a casa gli imbianchini ho sigillato mensole e stipetti. Ho alcuni dischi di un certo valore, anche se in effetti un profano può non saperlo.

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