La musica è finita? – parte seconda

In “La musica è finita? – parte prima” avevo accennato alla musica ed ai supporti per ascoltarla. Torniamo quindi ai nostri formati Mp3 e ai suoi fratelli.

Dato che, come dicevo, l’orecchio è un organo adattivo, esso non è in grado di sentire tutti i suoni esistenti in natura. Infatti, sente meglio alcune frequenze, ma altre frequenze non sono udite per nulla.

Il file musicale in formato CD aveva ed ha una valanga di informazioni che l’orecchio umano non riesce a sentire. Il nuovo algoritmo, dunque, doveva identificare i suoni disponibili in una musica ed eliminare tutti quei suoni che l’orecchio non sente.

L’mp3, infatti, viene detto file lossy, ossia che diminuisce il numero di dati presenti sul file, ma che mantiene la qualità audio. Detto in altre parole, mantiene i suoni che noi percepiamo occupando meno spazio fisico: i file mp3 sono più “leggeri” di tanti altri formati musicali.

L’mp3 infatti è solo uno dei formati di compressione dei file audio. Anzi, poiché i diritti di proprietà del formato originale sono scaduti, l’mp3 non sarà più sviluppato quindi è probabile che nei prossimi anni avremo altre novità, nel settore.

Con l’avvento del formato digitale, dicevo, il computer ed Internet agirono come catalizzatori, consentendo alle aziende di competere a livello globale, raggiungere più clienti, creare efficienze, ridurre i costi e sperimentare nuovi modelli di business. Nacque in quegli anni la distribuzione digitale della musica.

Questo evento cambiò radicalmente il rapporto tra gli artisti, case discografiche, negozi di musica di vendita al dettaglio e consumatori, contribuendo a importanti variazioni nel consumo di musica, con un impatto devastante sui mercati, e sui fatturati delle principali etichette discografiche.

I ricavi annui dell’industria “fonografica” hanno subito una contrazione superiore al 45% nel periodo 2001- 2013 passando da 27,6 miliardi di dollari nel 2001 ad 15 alla fine del 2013.

Il declino assoluto nei ricavi è dovuto alla proporzionale diminuzione del volume delle vendite del CD, però in controtendenza rispetto alla domanda, sempre crescente, di contenuti musicali.

Ciò che è mutato in quegli anni è stato il modo in cui la musica veniva utilizzata; sempre più frequente l’utilizzo di piattaforme streaming (sia legali che non) che hanno di fatto ridotto notevolmente i margini delle industrie discografiche.

La tendenza a fruire in modo gratuito (e spesso non legale, andando contro al copyright) si sviluppò quando si iniziò a delineare quella che sarebbe stata la nuova tendenza tra i gli appassionati di musica di tutto il mondo: “perché pagare, e pure tanto, per qualcosa che si può avere gratis?”.

La nascita di Spotify e Deezer con un nuovo modello di business ha certamente contribuito a creare una strategia che ha portato vantaggi a tutti; le Majors hanno introiti derivanti dall’ascolto di file musicali (seppur più bassi rispetto ai margini precedenti), gli utenti possono ascoltare la musica in maniera legale ed a prezzi contenuti, e i Distributori hanno assicurato lo sviluppo di un modello legale per conseguire dei profitti.

Considerando che l’82% degli italiani ascolta musica su internet, e stiamo parlando di 35 milioni di persone, è un modo di fare mercato che ha modificato tutte le abitudini precedenti.

I dati parlano di un mercato della musica sostanzialmente stabile, con una flessione generale dello 0,4% a livello mondiale, per un valore di 14,97 miliardi di dollari. Il digitale, da solo, è cresciuto del 6,9%, arrivando a valere 6,9 miliardi di dollari, ovvero il 46% del totale: la stessa cifra dei supporti fisici che per la prima volta della storia della musica registrata scendono sotto il 50% del valore di mercato.

Mentre la percezione comune del settore musicale coincide spesso con le vendite di album, sia fisici che digitali, queste rappresentano letteralmente soltanto la punta di un iceberg complesso ed articolato che conta per il 9% del valore dell’industria culturale.

Pensiamo ad esempio a discoteche e piano bar, dove intorno alla musica gravitano numerose attività che fanno totalizzare ricavi per circa 1,1 miliardi di euro. Oppure alla musica dal vivo, che con le esibizioni negli stadi di grandi interpreti ha assistito ad aumenti notevoli sia del numero di spettacoli (+26% in un anno) sia degli incassi (+30% in due anni).

Infatti, al contrario di quanto accadeva prima, adesso i concerti non sono più promozionali per il disco, ma è piuttosto vero il contrario.

Adesso che abbiamo parlato dei cambiamenti che ci sono stati nella fruizione della musica, parliamo dei cambiamenti che ci sono stati nella musica. Lo farò testimoniando come, dagli anni ’50 ad oggi, la scomparsa della chitarra nella musica leggera abbia comportato una modifica della musica stessa.

Quando negli anni ’80 e ’90 mi capitava di accendere la radio, potevo sentire una marea di brani in cui era presente o un riff (successione di note con una propria identità espressiva, per quello riconoscibile) o un assolo di chitarra.

Accendendo oggi la radio, al netto degli speakers, che parlano molto più di allora, intrattenendo più che annunciare semplicemente i brani in onda, e della pubblicità, anch’essa onnipresente, se ascoltiamo bene è facile rendersi conto di come la chitarra sia quasi totalmente scomparsa.

Questo non sempre è un male, perché sappiamo che molti delle nuove generazioni, amanti del suono della chitarra, stanno riscoprendo i gruppi ed i cantanti del passato.

Ma il pop ha scalzato il rock nella programmazione radiofonica non da un giorno all’altro, ma passo dopo passo, anno dopo anno: proviamo a capire come. Sia chiaro, non è solo questione di pop e rock, ma è questione di qualità di pop e rock, che, come dimostrerò alla fine di questo articolo, è calata davvero molto.

Gli anni ’50 li possiamo considerare il “big bang” della musica moderna, con l’esplosione del “rock & roll”, musica che inizia a diffondersi tra i giovani grazie ad artisti come Elvis Presley, Little Richard, Chuck Berry, Jerry Lee Lewis e Gene Vincent.

All’inizio del decennio successivo ci fu un episodio simpatico che ci farà capire di come le cose cambino di continuo senza cambiare mai.

In un momento in cui le classifiche inglesi erano dominate da artisti americani, da cover di successi americani, da cantanti solisti e da gruppi jazz, la Decca, tramite il Presidente Sir Edward Lewis, aveva deciso di cercare attivamente nuovi talenti inglesi nel campo della musica pop e aveva dato istruzioni al manager Dick Rowe ed ai suoi assistenti (il coproduttore Mike Smith, il tecnico discografico con tre anni di esperienza Peter Attwood e l’ex batterista degli Shadows Tony Meehan) di concentrarsi su quell’obiettivo.

Proprio in quel periodo Brian Epstein Epstein, proprietario di un importante negozio di dischi a Liverpool e conoscitore del mercato e del mondo delle etichette discografiche inglesi, riuscì a far ottenere ai Beatles un’audizione per la Decca Records.

La Decca viceversa aveva mandato Mike Smith fino a Liverpool per vedere il gruppo in azione dal vivo al Cavern il 13 dicembre 1961. Smith ne fu entusiasta ed organizzò un provino che si sarebbe svolto il 1° gennaio 1962 presso l’Hampstead Studio N.3 degli Decca Studios, 165 Broadhurst Gardens Londra.

La sera del 31 dicembre Brian Epstein si fece il viaggio comodamente in treno da Liverpool a Londra e dormì nella capitale ospite della zia Frida ad Hampstead. I Beatles (John, Paul, George e Pete, poiché all’epoca Ringo suonava ancora con i Rory Storm …), con il loro road manager Neil Aspinal, si fecero il viaggio con un furgone che Neil si era fatto prestare.

Il viaggio durò 10 ore, per la scarsa visibilità dovuta al tempo nevoso. A Wolverhampton sbagliarono strada e arrivarono a Londra alle dieci di sera. I Beatles e Neil avevano prenotato al Royal Hotel di Russel Square, ma subito dopo il loro arrivo se ne andarono in giro per le strade di West End.

I componenti del gruppo arrivarono agli studi di registrazione alle ore 11.00 del mattino, in perfetto orario per l’appuntamento, ed incontrarono Brian che era furioso perché, per contro, Mike Smith era in ritardo. Smith, una volta arrivato, scartò i loro amplificatori e suggerì di collegare le chitarre direttamente alle casse dello studio.

Brian ed i Beatles avevano avuto una discussione a proposito del repertorio. John intendeva proporre un set aggressivo, formato da pezzi rock come quelli che suonavano al Cavern; Brian invece voleva andare sul sicuro e raccomandò di non suonare brani come “The One After 909”, ma di concentrarsi piuttosto su standard come “Till There Was You”. Suggerì anche di suonare il minor numero possibile di canzoni composte da loro. John e Paul non erano d’accordo, ma decisero di seguire il consiglio di Brian.

Quando la luce rossa dello studio si accese e cominciarono a suonare fu subito evidente che i quattro ragazzi erano molto nervosi. La voce di Paul cominciò ad incrinarsi e George aveva problemi con la chitarra. Ad un certo punto Epstein cominciò a criticare la voce di John, il quale si infuriò e gli rispose urlando. Tutto si fermò, la luce rossa si spense, Epstein uscì dalla stanza e ci tornò solo dopo mezz’ora.

Il gruppo eseguì quindici canzoni, con Paul alla voce in “Like Dreamers Do”, “Till There Was You”, “Sure To Fall, Love Of The Loved”,” September In The Rain”, “Besame Mucho” e Searchin’”; John cantò “Money”,” To Know Him Is To Love Him”,” Memphis” (“Memphis Tennessee” di Chuck Berry) e “Hello Little Girl”; George cantò “The Sheik Of Araby”,” Take Good Care Of My Baby”, “Three Cool Cats” e “Crying, Waiting, Hoping”.

La session terminò intorno alle 14.00, ascoltarono la registrazione e sembrarono tutti soddisfatti del risultato. Allora Brian, per festeggiare l’avvenimento, li portò tutti a pranzo in un ristorante della zona di Swiss Cottage, poi i Beatles e Neil Aspinall ripartirono per Liverpool in furgone.

Tony Barrow (addetto stampa dei Beatles) contattò Mike Smith e gli chiese se aveva intenzione di mettere il gruppo sotto contratto. Lui rispose che doveva aspettare il ritorno di Dick Rowe dall’America, ma si disse convinto del fatto che il gruppo avrebbe ottenuto un contratto.

Si scoprì in seguito che Smith, quello stesso pomeriggio, aveva registrato un altro gruppo, “Brian Poole & The Tremeloes”, e la Decca scelse loro al posto dei Beatles. Tre settimane dopo la Decca informò la band di non essere interessata con la seguente motivazione: “I gruppi formati da quattro chitarristi sono ormai fuori moda”.

Ed era il 1962!

La prossima volta continueremo con la storia della musica e capiremo cosa manca rispetto al passato.

5 pensieri riguardo “La musica è finita? – parte seconda

  1. “La tendenza a fruire in modo gratuito” mi sono soffermato su questa frase anche se poi ho letto anche tutto il resto perchè in effetti trovo che la cosiddetta pirateria sia una pura invenzione o bufala creata ad arte. Infatti tornando indietro nel tempo, è stata proprio la fruizione gratuita della musica attraverso le radio che ha poi spinto la gente( chi poteva almeno!) a comprare i dischi ed andare ai concerti. E prima, con l’avvento delle radio erano milioni quelli che ne fruivano gratuitamente…molti più di quelli di oggi con internet che scaricano si ma magari non ascoltano nemmeno un millesimo di ciò che hanno scaricato! Chi non poteva…anche prima registrava dalla radio o copiava i brani da un LP o da musicassette o altri supporti. Inoltre una delle cose che la maggioranza delle persone non sa è che qualunque dispositivo multimediale che viene acquistato in tutto il mondo (dai pc alle radio, tv, lettori, schede di memorie, cellulari e quant’altro!) ha nel prezzo totale di acquisto una fetta che viene devoluta alle case discografiche o chi per loro come in italia la S.I.A.E. Ed è un fiume di danaro impressionante…ma si sa…l’avidità è tanta…pochi si arricchiscono e i musicisti sconosciuti fanno la fame e di quei soldi non vedono nulla…
    Insomma, se la musica è malata le cause sono da ricercare altrove ma fa comodo incolpare internet e la pirateria perchè ciò induce la politica a batter cassa e a far leggi ancora più restrittive che non aiutano certo la musica! Ne potrei parlare per ore delle cause che hanno portato alla situazione attuale ma mi limito semplicemente ad una tra le tante: è cambiato il costume e la società…prima la musica era un mezzo aggregante mentre oggi è diventato un mezzo isolante.

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  2. “adesso i concerti non sono più promozionali per il disco, ma è piuttosto vero il contrario”
    Verità indiscutibile, da scolpire nella pietra

    La chitarra scompare perché le strumentazioni elettroniche attuali ti permettono di creare musica anche senza sapere suonare nulla, a parte forse la tastiera. La batteria non serve (qualsiasi software programmabile ti offrirà i ritmi che vuoi), le chitarre le puoi o campionare o simulare o cancellare del tutto.

    Ciò che invece serve davvero è la creatività e il tocco artistico.
    In pochi ce l’hanno.

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